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Venerdì, 23 dicembre 2005
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Diritto d'autore, tra Condorcet e Diderot. Radici illuministe...
In Francia il dibattito si sta concentrando sul diritto d'autore. Motivo: l'introduzione di una nuova legge che esegua il dettato dell'Unione Europea. Ne parla Loic Le Meur.
Ma il dibattito è colto. Riprende quello che si era svolto nel Settecento.
Condorcet si chiedeva: «Chi può prentendere di appropriarsi delle idee che sono utili al progresso dell'umanità»? Diderot e Beaumarchais sostenevano invece che gli autori potevano reclamare a buon diritto la proprietà della loro opera. La Rivoluzione Francese riconobbe la proprietà intellettuale, aprendo la strada alla nascita della legislazione che vale tutt'ora.
Nel diritto d'autore c'è una rottura storica. Prima gli autori vivevano di sostegno pubblico, commesse e mecenatismo. Poi si mettono in proprio, diventando di fatto imprenditori di se stessi. Difficile dare torto a Condorcet: è sbagliato impedire la diffusione delle idee. Ma questo non implica che a fronte di quella diffusione ci sia anche una remunerazione per i creatori di quelle idee.
Il problema nasce quando tra gli autori e il pubblico si accresce - a dismisura - il potere degli intermediari. Gli editori prendono possesso dei canali di relazione tra il pubblico e gli autori e fanno pagare un pedaggio a fronte della loro attività di selezione, impacchettamento, distribuzione dei contenuti. Ma diventano in questo modo i veri proprietari di ciò che conta nella diffusione delle idee. Condorcet non doveva prendersela con gli autori, ma con gli editori...
La rivoluzione digitale cambia il potere degli editori, più che quello degli autori. Questi ultimi finiranno per trovare un loro modo di essere remunerati. Chi rischia sono gli editori che non si rinnovano, definendo meglio il loro ruolo e giocando sull'innovazione nel loro specifico. La selezione? Potrà avvenire per agenzie specializzate e reazioni sulla rete. L'impacchettamento? Sarà appannaggio delle strutture specializzate nel marketing. La distribuzione? Affare delle piattaforme.
Gli autori di libri americani che pensano di poter soddisfare un minimo numero di lettori potranno con Amazon vendere i libri on demand. Anche 100 copie potranno trovare il loro mercato e godere del loro specifico modello di business. Lo stesso si affermerà per gli altri linguaggi (testo, voce, audio, video, grafica, foto...). I canali saranno facilmente disponibili. Le relazioni degli autori e dei loro agenti faranno entrare nel dibattito e salire nell'attenzione gli autori meglio connessi o più interessanti. I nuovi si faranno spazio nella rete. E ci saranno nuove difficoltà, oltre che nuove opportunità: il rimescolamento di carte non significa automaticamente democrazia e benessere. Ma un fatto è certo: gli editori che vivono semplicemente tassando chi compra e firmando contratti con chi produce non avranno le casse piene cui erano abituati in passato.
4:35:17 PM
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Nòva24 racconta storie di musica e pubblicità...
Lo so che lo avete già letto, su Nòva24... Spero... :-)
MUSICA
Max Pezzali: «Il vero problema è che le label non hanno capito il momento di grande evoluzione che la musica stava attraversando e invece di cavalcare l'onda multimediale, sono state costrette a una tardiva rincorsa. Oggi il treno è perso e lo scettro ceduto alla Apple, all'elettronica di consumo e alle telecomunicazioni».
Enrico Silvestrin: «Le label sono fondamentali ma in Italia non funzionano, non fanno scouting, investono su un formato desueto e defunto come il cd».
Riccardo Vitanza: «I grossi artisti ormai lavorano in autonomia. Hanno loro società di produzione artistica e gestiscono gli album dalla registrazione al layout della copertina. Il ruolo della casa discografica è limitato a marketing e distribuzione».
La musica è il laboratorio dell'economia digitale. E quello che sta succedendo non è il finale della storia. È l'inizio... Queste dichiarazioni, raccolte da Cristina Tagliabue, lo dimostrano.
PUBBLICITA'
Intanto, la pubblicità su Google in Italia è più di quella che le statistiche sembrano in qualche modo costrette a registrare. Se si guarda ai fatti come ha fatto Giuseppe Caravita, si scopre che in Italia ci deve essere anche un ricorso sommerso alla pubblicità online. Intanto, Fulvio Zendrini racconta che alla Piaggio, dove guida il settore della comunicazione, stanno triplicando il budget destinato a iniziative pubblicitarie legate a internet. E Paolo Valdemarin racconta la storia della million dollar page... Una trovata che sembra alla portata di tutti noi, ma che può venire in mente a una sola persona, una sola volta...
La pubblicità online è decollata. Cambia le regole del gioco. Per Zendrini dovrebbe far paura ai giornali e alla tivvù. In ogni caso, rimescola le carte. Carte che hanno finora tenuto l'Italia in scacco da molti punti di vista. Ma non solo: hanno contribuito all'infelicità degli italiani. La pubblicità tradizionale è fatta per alimentare desideri infiniti: l'economia attuale non li può e non li vuole soddisfare. Vuole desideri armonici, fiducia ragionevole e non ottimismo artificiale, vuole risorse (lavoro, materie prime, sistemi produttivi) rispettosi dell'ambiente e del tempo delle persone.
12:52:42 AM
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