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Domenica, 18 dicembre 2005
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Alimentare esigenze infinite condanna all'infelicità
John Baffo è nato in Ghana. Conosce il tedesco e il serbo-croato. Ha vissuto in Europa per molti anni. E ora è nonno e fa il taxista a New York. Orgoglioso della sua stirpe ashanti, non nasconde un benevolo disprezzo per la vita americana. «Gli americani sono matti. Soldi. Soldi. Soldi. Niente felicità». Quella frase, un po' buttata lì, mi ha fatto sorridere. Poi riflettere. Perché apriva una prospettiva insolita. Un africano che guarda dall'alto in basso gli americani e li compatisce non si incontra tutti i giorni.
Era un concetto semplice. Ma espresso da lui assumeva un significato particolare. Il suo taxi mi aveva raccolto nei pressi di Ground Zero e mi stava portando in redazione, sulla Quinta Avenue. Eravamo bloccati nel traffico. E John aveva voglia di parlare. Io davo un'occhiata alla mia borsa. Trasportavo una decina di chili di libri, molti appena comprati nella bella libreria di Barnes & Noble vicino a Central Park: tutti testi che consideravo necessari per la preparazione di questo libro, che in fondo, più che altro, parla di idee. In uno di quei libri, Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, racconta di come i ragazzi maschi del Bangladesh abbiano una speranza di vita superiore a quella dei loro coetanei che vivono nelle periferie americane. Un'osservazione meramente statistica? O un invito a lasciare da parte i pregiudizi quando si confronta il benessere occidentale con quello dei paesi poveri? John mi stava dando delle indicazioni con il suo resoconto di vita vissuta: tanti soldi, poca felicità. Lui ci teneva a farmi intendere bene quello che mi raccontava. Tanto che, guidando, scriveva il suo nome e quello della sua stirpe su un pezzo di carta per poi passarmelo attraverso la finestrella che separa l'autista dal passeggero.
John è figlio di un ambasciatore del Ghana. Ha viaggiato con il padre e imparato le lingue in questo modo. È arrivato a New York come funzionario dell'Onu. E alla fine della carriera al Palazzo di Vetro ha deciso di prendere un taxi per seguire l'educazione dei nipoti. Ma pensa sempre alla sua patria e progetta di tornarci: «Qui in America non si sta bene. Tutti parlano troppo velocemente. In Ghana si sta molto meglio». Ascoltandolo, pensavo: questo lo dici tu, che in Ghana appartieni all'èlite, mentre qui sei un taxista. Ma dovevo ammettere che il suo punto di vista era intrigante: il denaro non fa la felicità perché non basta mai e soprattutto perché per guadagnarlo costringe a rinunciare a una vita armoniosa. Quello che John vede in America è gente imprigionata in una frenetica spirale tra lavoro, guadagno e consumo. Insomma: una follia collettiva.
Ed è paradossale che John consideri folle il sistema occidentale che più di ogni altro si avvicina al mondo immaginato dalla scienza economica tradizionale, con attori economici razionali, impegnati a massimizzare i loro profitti e la loro utilità, in un sistema che si vuole pervaso più di ogni altro paese al mondo dalla logica del mercato. Insoddisfatto di quella immagine tradizionale dell'economia, alla luce della sua incapacità di spiegare quello che succede veramente nella storia economica, cercavo [^] e per la verità trovavo [^] pensieri innovativi nelle ricerche degli economisti più indipendenti. Ma John mi faceva vedere l'altro lato della medaglia, quello che la gente effettivamente sta cominciando a pensare: chi, per motivi culturali o di altro genere, non è preso nella spirale, vede che l'economia tradizionale genera insieme soldi e sofferenza. Il capitalismo genera grandi risorse, ma in cambio chiede di versare lacrime amare.
La ricchezza è soddisfare i bisogni. La povertà è non riuscire a soddisfarli. Questo dipende dalle risorse che si possiedono. Ma anche e soprattutto dalla qualità delle esigenze che si coltivano. Una società che moltiplica all'infinito le esigenze è una società di poveri.
Estratto da Economia della liberazione
1:06:26 PM
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