Fazio, Unipol, De Benedetti, Berlusconi...
Mentre Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi si alleano inopinatamente per comprare chissà che cosa con il loro nuovo fondo M&C, l'Unipol che non è nemica di Massimo D'Alema si trova un po' chiacchierata per le telefonate del suo capo con un magistrato. Intanto, il giro che doveva comprare tutto, dal Corriere all'Antonveneta si trova bloccato e senza soldi. E il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, non capisce più a che santo votarsi. Le sue dimissioni sono l'unica alternativa a un'agonia professionale che potrebbe durare troppo a lungo. Fiat, Alfa-Maserati, Ferrari sono in vendita o dovrebbero esserlo. Il presidente di Fiat-Confindustria e i suoi alleati prediletti giocano su tutti i tavoli. Tutti fanno un sacco di soldi con i giri di soldi. Nessuno sembra investire sul futuro vero.
Intanto, la politica si domanda se sta per nascere un centro alternativo ai poli. E se sta per nascere con l'intenzione di confluire presto in uno dei poli oppure con l'intenzione di governare davvero. In ogni caso si rischia di vedere l'Italia in una situazione ingovernabile.
E allora vogliamo una "vision"
Chiunque vinca tra i forti poteri che si stanno spartendo le spoglie della vecchia Italia, deve - deve! - pagare creando almeno una visione di quello che dobbiamo fare per costruire la nuova Italia.
Vediamo un'ipotesi. Come un'altra.
La concorrenza cinese abbassa i prezzi in tutti i settori tradizionali. E anche in molti settori ad alta tecnologia. Quindi o anche noi abbassiamo i prezzi o ci inventiamo dei motivi per tenerli alti.
Per abbassare i prezzi nei settori tradizionali, si dice, di deve espellere manodopera e aumentare l'investimento in automazione. Il costo sociale e finanziario dell'operazione si paga solo se: gli espulsi sono mantenuti in una condizione di vita decente o trovano lavori a maggior valore aggiunto; la finanza trova tassi di profitto sufficienti alle sue fameliche tabelle di redditività. Del resto, se non fosse così, l'espulsione di manodopera si tradurrebbe in una riduzione talmente drastica della capacità di acquisto che i consumi crollerebbero e l'economia andrebbe a rotoli.
La soluzione è nell'innovazione di processo (ovvio), di immagine (ovvio) e di prodotto (non ci si pensa mai).
L'ultimo è l'argomento decisivo e più promettente. Trovare nuovi prodotti, quindi senza concorrenza, può garantire un aumento tale delle esportazioni da finanziare il processo di ristrutturazione industriale che è ormai sempre più necessario.
Per trovare prodotti totalmente nuovi occorre ricerca, cultura imprenditoriale, spavalderia. Tutte doti che l'Italia ha sempre avuto ma che si è dimenticata nel tempo crogiolandosi nei suoi vari privilegi da indebitato cronico, sistema iper-statalista e paese-colonia di chiunque passi di qui.
Che questa sia la visione giusta non è detto. Ma che sia un possibile ragionamento è chiaro. Anche perché l'Italia non è un sistema-paese alla francese che difende le sue grandi imprese con intelligenza. Le grandi imprese sono carne da macello per chi intende appropriarsi di grandi flussi di soldi da incanalare verso conti personali.
Invece, l'Italia se l'è sempre cavata perché è sempre stata in grado di far nascere nuove imprese, piccole e innovative, che sostituivano le vecchie decotte. Il nostro sistema non è quello delle grandi imprese e nemmeno delle piccole: è il sistema delle nuove imprese... Su questo siamo più bravi degli altri. Ma l'humus dal quale nascono deve essere mantenuto fertile.
I leader che sanno bene come muoversi nel bordello della vecchia Italia, ma sono anche alla ricerca di un perché esistono. E forse prima o poi vorranno darsi una regola di vita: servire a qualcosa di grande che vada oltre l'eredità da lasciare ai figli.
Una visione. Ci vuole una visione coerente sulla quale catalizzare le indomite "forze sane" del paese. E allora: che emerga!
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