9 luglio 2005
Milano-Francoforte-Tehran
Sono partito per Tehran con parecchi timori il 9 luglio. A soli 2 giorni dall'attentato terroristico di Londra che ha completamente annullato la mia personalissima soddisfazione del giorno precedente. Il 6 luglio, con una schiacciante maggioranza, frutto dell'inevitabile razionalita' della teoria dei giochi, il Parlamento Europeo aveva rispedito al mittente, il Consiglio Europeo dei Ministri, una sciagurata direttiva che, dietro il velo dell'acronimo CII (Computer Implemented Invention) celava, neppure tanto bene, il desiderio delle multinazionali e dei monopolisti di ogni sorta di alzare le barriere alla concorrenza. Ero felice. Avevo personalmente sperimentato la possibilita' di incidere sulle nostri sorti grazie alla partecipazione collettiva di tantissimi misconosciuti cittadini europei. Era stata per me una sana lezione di educazione civica, prima ancora che di democrazia. Per impegni presi in precedenza, precedenti anche alle elezioni iraniane che hanno portato al potere l'ex sindaco fondamentalista di Tehran, dovevo partire per l'Iran. Ero molto indeciso, ma ancora una volta la rete delle reti mi ha aiutato sotto forma di due belle email speditemi dai due Simoni di Equiliber e non ho piu' avuto dubbi. Forte dell'energia di quella vittoria del 6 luglio ho deciso di affrontare questo viaggio che molti mi sconsigliavano per motivi di sicurezza, ma anche per motivi di natura etica: non si fa business con chi ha fiancheggiato in passato quello stesso terrorismo del fondamentalismo islamico che ha appena barbaramente ucciso tanti cittadini comuni a Londra.
Dalla mia avevo pero' la sicurezza di andare a portare il seme della liberta' che riposa nei codici sorgenti del software libero. Avevo anche un debito verso il principio di reciprocita' che la licenze GPL (Generic Public License) della FSF (Free Software Foundation) custodisce come l'ostrica custodisce la perla. E' una motivazione piccola e insulsa, lo so, ma a me bastava.
Si viaggia di notte per raggiungere e lasciare l'Iran: non so perche' si debba viaggiare di notte. Forse per motivi di sicurezza. Comunque non amo viaggiare in aereo per molti motivi, non ultimo una certa diffidenza nella tecnologia, quella stessa diffidenza che i medici hanno della medicina quando a dovere essere curati sono loro. E poi, quella frattura improvvisa tra un luogo e un altro non lascia il tempo di assaporare il tempo e lo spazio che trascorrono lentamente insieme al paesaggio e alle genti che cambiano in sincronia.
Le pratiche doganali sono state veloci, piu' di quanto non lo siano negli Stati Uniti. In fila, di fianco, avevo un arabo vestito di bianco con un numero imprecisato di mogli completamente coperte di nero. Letteralmente invisibili, ma con lo stesso amore materno occidentale verso la miriade di bambini che giravano loro intorno. Vedevi solo le loro carezze ai bambini, null'altro. Per un attimo ho risentito le note della canzone di mio fratello "Money & Fame" e lo strazio di tutte le mamme che perdono i figli uccisi nei bombardamenti notturni. Lo so, quelli erano sauditi, ma a me quello strazio e' venuto in mente ugualmente.
La cosa che piu' di ogni altra mi e' rimasta impressa e' stata l'uscita dall'aeroporto. Erano le due di notte e una massa impressionante di persone si accalcava lungo l'uscita lasciando un corridoio strettissimo e ondivago tra le due ali. Ero come un bambino che spinto fuori dall'utero dell'aereo vede il mondo per la prima volta. Comincia piangendo, perche' non e' un bel vedere, ma poi quel mondo impara ad amarlo, ad amarlo cosi tanto da avere paura prima di perderlo per se stesso e poi che lo possano perdere i propri figli.
Ho amato subito questa citta' e la sua gente.