La domanda ricorrente: giornalismo e blog...
Massimo Mantellini ha scritto, tra l'altro, a commento del post precedente:
«Il passo successivo della discussione potrebbe essere quello di chiederci se simili condizioni di libera espressione (chiamatele conversazioni, umanita', o come volete) che hanno il pregio immediato di convincere (o negare ovviamente) agli occhi del lettore l'autorevolezza di chi scrive, confliggano o meno con i metodi consolidati utilizzati dai mezzi di informazione professionale. Se in altre parole sia ipotizzabile vedere pezzi di blogosfera come stumenti informativi. La mia idea e' che, fuori da ogni ipocrisia o bisticcio di quartiere, si dovrebbe (in certi selezionati casi) iniziare a considerarli come tali. Voi che ne dite?»
Nel frattempo, Massimo Bernardi ha risposto a un'intervista online (proposta da una studentessa di Padova):
«7. Pensa che i blog possano modificare i giornali e il modo in cui essi vengono concepiti oggi? Il primo blog che ho letto è Il Foglio, cioè i giornali si possono fare anche meglio di come, nella maggior parte dei casi, sono oggi. Blog o non blog. 8. In che modo cambieranno? Posso dirti come cambieranno quelli sul web, se vogliono essere letti. Giornali che coprono categorie troppo piccole per giustificare pubblicazioni offline, di carta, ma con un appeal sufficiente ad attirare investimenti pubblicitari mirati. Contenuti, nicchie di interesse che inquadrano i generi più popolari del web: politica, tecnologia, comunicazione, sesso, spettacolo e celebrità, gossip, viaggi, guide, da punti di vista particolari, quasi dei sottogeneri. Trattati secondo quello che ormai viene identificato come lo stile internet della comunicazione, il più adeguato al web: chiaro, esplicito, coraggioso, ma anche aperto, dialogante, soprattutto ironico e autoironico. Cosa dici, mi sono fatto prendere la mano?»
Cerco di capire: perché si pongono sempre problemi relativi al rapporto tra blog e giornalismo? Perché sono molto più simili di quanto non si pensi. E finiranno per imparare l'uno dall'altro.
Togliamo di mezzo alcuni preconcetti: il primo punto sta nelle parole chiave. Il coraggio, l'ironia, il calore, l'umanità... teorizzare sul blog significa prima di tutto ammettere che sono queste le parole che contano. Tutte sintetizzate (come ormai si è capito) dal ruolo dei blog: una nuova grande conversazione.
La forza di una conversazione è che si parla e si ascolta. Si ascolta. Si ascolta proprio la persona con la quale stai parlando. La relazione di fiducia e la credibilità sono facili da conquistare, in queste condizioni che non prevedono necessariamente un gran numero di persone coinvolte. Salvo che di piccolo gruppo in piccolo gruppo, di nicchia in nicchia, l'insieme dei blog comincia a contare anche dal punto di vista quantitativo.
Ma per la verità, il giornalismo parte da principi simili (la circolazione dell'informazione in una comunità è fondamentalmente un servizio alla conversazione) ma nella pratica si trova a gestire il potere di ascoltare un piccolo numero di fonti e parlare a un vasto e vagamente indifferenziato insieme di persone chiamato pubblico. Il servizio peraltro esiste solo nel momento in cui è remunerativo. In questo contesto, la relazione di fiducia e la credibilità sono più difficili e si costruiscono nel tempo sulla base di una strategia editoriale.
La differenza apparente è che il giornalismo è un mestiere. E dunque a prima vista produce beni convenzionali come il servizio di circolazione dell'informazione: che si paga. Il blog produce beni relazionali, beni che vengono valutati non in moneta, ma per la qualità della relazione umana che producono.
Siamo abituati a pensare che, in quanto mestiere, che si svolge dietro un pagamento, il giornalismo (teoricamente) si impegna a seguire un metodo trasparente nella raccolta e nell'esposizione dell'informazione. Perché nel mondo del mercato la cosa seria è il denaro e questo fa diventare più apparentemente più serio il giornalismo di quanto non sia una conversazione gratuita.
Il tipo di impegno del blogger è meno formale. E' più a livello di onore e franchezza che di contratto e trasparenza. Il metodo dei blogger è scelto soggettivamente da ciascuno. Casomai, come dice Massimo Bernardi, uno che fa un blog e che vuole essere ascoltato deve conversare, non scrivere freddamente per un pubblico indistinto. E questo modificherà anche un giornalista che scrive un blog. Ma alla fine, un blogger non può gestire la sua parte di conversazione senza una qualche forma di impegno e di coerenza con quell'impegno. Nè può farsi capire se non segue una sua linea editorale.
Ma se l'informazione è servizio alla conversazione, se la conversazione deve svolgersi in modo che chi parla venga ascoltato, se tutti coloro che vogliono partecipare alla circolazione dell'informazione e alla conversazione si assumono di fatto un impegno, se si scopre che la serietà non deriva dal denaro ma dalla qualità della vita nella comunità, se qualunque conversazione è in qualche modo controllata dal feedback che il suo modo di svolgersi prevede, allora le differenze tra blog e giornalismo sono piuttosto ridotte.
Ma allora la domanda di Massimo Morelli: pezzi di blogosfera sono strumenti informativi? E si potrebbe rovesciare: pezzi di giornalismo sono conversazione? Ci sono delle condizioni: se giornalismo e blog sono realizzati in modo umano, impegnato, coraggioso e leale, le due domande trovano una risposta affermativa. Se il giornalismo è asservito al potere o alle convenzioni o se il blog è tirato via tanto per fare, il primo non è al servizio della comunità e il secondo più che una conversazione produce un chiacchiericcio che al massimo può essere leggermente divertente. Le differenze allora saranno nello stile degli autori. Ma non nel loro senso in termini di sistema dell'informazione.
O no?
Detto tutto questo (che è ben oltre il troppo), a mezzanotte, levo il disturbo... A presto
11:58:44 PM
|
|