La tecnologia israeliana tra guerra e pace
ROMA - Sono 25 ingegneri palestinesi. Lavorano per alcuni importanti progetti nel settore delle tecnologie per collegare le vecchie infrastrutture di telecomunicazioni alla nuova rete basata sul protocollo Internet. Il loro ufficio è abbastanza fresco, visto che si trova a 900 metri sul livello del mare. Ma il posto è molto caldo, in una città attraversata da continue tensioni: la sede delle autorità palestinesi non è lontana, la guarnigione israeliana nemmeno. Quei 25 ingnegneri lavorano a Ramallah per un'azienda israeliana, la Rad. «Sono tecnici straordinari, gente molto in gamba» racconta con il suo solito entusiasmo Ronen Almog, manager della Rad. Ma è chiaro che pensa anche all'importanza strategica del loro lavoro: su queste relazioni pacifiche e di alto valore aggiunto si costruisce una parte decisiva del futuro di questa terra.
Perché per un'industria high tech tra le più avanzate al mondo, come quella israeliana, la pace sarebbe il boom. Già la lunga tregua degli anni Novanta aveva innescato un vortice di iniziative, con più di 2.500 nuove imprese tecnologiche nate sulla costa tra Haifa e Tel Aviv, finanziate con venture capital internazionale e portate massicciamente in borsa: dopo il gruppo delle aziende canadesi, le israeliane sono le più numerose aziende internazionali quotate al Nasdaq. Poi la nuova intifada, lo scoppio della bolla speculativa del marzo 2000 e le guerre seguite all'11 settembre avevano rallentato molto la crescita. Ma da quasi un anno, gli operatori di Tel Aviv vedono la ripresa. La domanda dell'industria delle armi, purtroppo, è certamente trascinante. Ma probabilmente c[base ']è di più. «Le compagnie di telecomunicazioni, per esempio, stanno riprendendo a investire» dice Almog. La paralisi successiva alla bolla sta finendo. E l'industria tecnologica israeliana sta cogliendo l'occasione. Ma gli sviluppi in Ukraina, Siria, Russia raccontano una storia diversa...
Luca De Biase
(brano di pezzo uscito su Il Sole 24 ore)
8:44:27 PM
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