Braudel
Un mondo con i confini aperti non sopporta le menti chiuse. C'e' un percorso comune che sta cambiando, insieme, economia, tecnologia, cultura e societa'? Sono sicuro che non vi aspettate delle risposte da questo blog...



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Lunedì, 6 ottobre 2008
 

Luca Sofri come metafora

Secondo me, che non me ne intendo, Luca Sofri ha fatto un discorso intelligente, umile e divertente al Pd. Secondo me, che non ne so nulla, un sacco di gente ha pensato che ha ragione. Ma parlando con gli altri che hanno sentito Luca dire tra l'altro che gli interessi personali andrebbero messi in quinto piano, ha fatto la faccia cinica e ha detto: «Dove vuole arrivare Luca Sofri?»

Il cinismo degli uomini di potere è una malattia che li aiuta a conservare il potere. Il cinismo della gente che non ha potere è una specie di maschera: molti se mettono in faccia per sembrare persone che si intendono di politica. Ma è soffocante. Perché ammorba quello spirito utopistico che dovrebbe aleggiare nel mondo di chi vuole cambiare il mondo in meglio. Forse serve a prevenire le delusioni, ma di sicuro impedisce quelle illusioni costruttive che spingono le persone a scommettere su un progetto. E che sono l'unica condizione irrinunciabile per arrivare, qualche volta, a realizzarle.

Secondo me, nel discorso di Luca, l'idea che gli interessi personali si possano mettere in quinto piano segnala il bisogno di una cultura politica diversa da quella che è testimoniata da chi pensa che gli interessi personali coincidano con quelli generali. Ma la sintesi non può essere né l'altruismo né l'egoismo: la sintesi deve essere in una narrazione del percorso che la società può intraprendere per arrivare a sentirsi meno disgraziata e più vitale nella costruzione del suo futuro; una visione un po' meno schiacciata sull'iper-presente delle chiacchiere politicanti, nella quale ciascuno possa esprimere il suo egoismo e il suo altruismo. Questa narrazione manca un po' dappertutto nella politica di questo paese. Secondo me.

Su BlogBabel molti commenti più pertinenti di questo al discorso di Luca.


11:53:30 AM    comment [];

Una banca normale

L'aumento di capitale. Il nuovo crollo in borsa. La speculazione. Alcuni azionisti intenzionati a chiedere al management una maggiore attenzione politica (vedi Repubblica di carta, oggi). Vogliono fare dell'Unicredit una banca normale. (Intanto, Alessandro Profumo ammette alcuni errori e risponde che a 60 anni si occuperà d'altro. C'è tempo: è nato nel 1957).

Peraltro c'è un risvolto, se possibile, positivo, dal punto di vista culturale di tutta questa crisi: ci si rende sempre più conto che il profitto trimestrale non può essere l'indicatore sintetico fondamentale per valutare una banca. E' un tappeto sotto il quale si nasconde la polverosa mentalità delle politiche di breve termine senza consapevolezza delle conseguenze di lungo termine. Imho.


11:33:33 AM    comment [];

Sparare cacciate

La nuova proposta di legge sulla caccia presentata dal Pdl è segno di una cultura. Non è la mia.
Dice Repubblica: Si comincerà a sparare ad agosto, quando ancora il periodo della riproduzione non si è concluso, e si finirà a fine febbraio, colpendo i migratori protetti dall'Europa. Nel mirino finiranno peppole, fringuelli, corvi e cormorani, tutte specie tutelate dalla direttiva 409 di Bruxelles. E i cacciatori non saranno più vincolati al territorio di residenza, come è previsto dalla legge attuale per evitare una pressione squilibrata sul territorio e sulla fauna, ma per 15 - 30 giorni all'anno potranno concentrarsi a loro piacimento, magari nella zona di passaggio dei migratori.
A che scopo ridare tanta libertà ai cacciatori? Perché? Non riesco a trovare una sola ragione plausibile. (Ne parla anche Ildiavoloinme).


11:14:48 AM    comment [];

Sabato, 4 ottobre 2008
 

Musica «gratis»

Giusto o sbagliato che sia, l'idea che la musica registrata si possa avere gratuitamente è talmente diffusa tra i consumatori, specialmente giovani, da essere diventata un dato di fatto. E con questo dato di fatto l'industria della musica registrata che si è sviluppata all'epoca dei cd comincia a fare i conti. Le novità, timidamente, si fanno avanti.

La nuova proposta, riportata dall'Economist, è relativamente semplice. In Gran Bretagna, questo Natale, si potranno comprare alcuni modelli di telefonino nuovo della Nokia che daranno diritto a scaricare gratis la musica delle major e di alcune indipendenti per un anno. Sarà la Nokia a pagare la musica alle etichette. Il concetto è che si compra l'oggetto fisico che consente di sentire la musica e dentro ci si trova anche la musica. Volendo, il concetto può essere esteso alle automobili, ai computer, agli stereo... Si compra ciò che non si può copiare. E chi paga è il costruttore. La musica diventa componente, come i chip o gli auricolari. Può essere una strada comprensibile per il mercato. E redditizia per le etichette.

In questo primo caso, peraltro, ci sono limitazioni sul numero di canzoni che si possono scaricare. E inoltre nessuno sa bene che cosa succeda alla fine del primo anno. Forse il costruttore spera che i consumatori dopo dodici mesi compreranno un nuovo telefono. Forse pensa che passeranno a una sottoscrizione a pagamento. Si tratta di paranoie delle etichette, evidentemente. Peraltro non si sa bene che cosa ne pensino le compagnie mobili che di solito pensano di avere diritto a una quota del valore della musica che per essere scaricata passa sulla loro rete. Anche questa idea può fallire per eccesso di clausole. Ma nella sostanza è interessante. Salvo per un punto.

Questa idea continua a dare un enorme potere alle etichette. Che non ricambiano dimostrando per quale funzione pensano di dover essere pagate. I consumatori, ne sono certo, sono favorevoli a pagare gli autori e i musicisti. Il fatto è che non capiscono perché devono pagare anche le etichette.

Le etichette, in effetti, non hanno una storia molto orientata al cliente. Ai tempi del vinile c'erano molte etichette e i loro manager erano di solito meno importanti dei musicisti. Erano spesso dei veri appassionati di musica, con in più un certo senso degli affari. Dopo il cd, l'industria musicale si è ristruttrata, concentrandosi in poche enormi major che hanno preso un potere enorme: sulle scelte musicali, sul marketing, sulla distribuzione, sulle radio che facevano ascoltare la loro musica; e sono riuscite a innalzare il prezzo dei prodotti in modo abnorme. I consumatori non si sono certo sentiti felici di comprare a 20 o 30 euro un cd che conteneva una canzone importante e tante canzoni meno significative. Appena hanno potuto si sono ribellati. E ora si sono abituati a qualcosa di molto diverso.

Per tornare ad avere un conto economico decente, le major e le etichette devono tornare ad avere un senso evidente agli occhi dei consumatori. Cercare di svolgere funzioni significative. Per esempio, nelle scelte di qualità, nella facilità della distribuzione, nell'informazione trasparente, forse nell'organizzazione dei concerti, nella liberazione da vincoli nell'accesso alla musica, nella scoperta di nuovi talenti. Magari potrebbero lasciare che i consumatori la uscino per motivi personali in modo più tranquillo. E certemente dovrebbero commisurare il prezzo al valore. Inoltre, dovrebbero smettere di agire contro il loro pubblico utilizzando gli avvocati e i lobbisti con una caparbietà insana. Forse tutto questo non basterà a salvare lo stato attuale dell'industria. In un sistema del genere si dovrebbe vedere una minore concentrazione delle etichette e un maggior numero di protagonisti nell'industria. Dovrebbe emergere il valore degli artisti e non quello dei loro manager. Probabilmente tutti dovrebbero guadagnare meno o in modo diverso.

La musica è creatività di tutti. Ed è arte di pochi. Di entrambe c'è enorme bisogno. E ci sarà sempre. Le forme economiche che si sviluppano e si svilupperanno intorno a questo bisogno, invece, non sono eterne.

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12:02:09 PM    comment [];

Venerdì, 3 ottobre 2008
 

Ballmer risponde a Google

Office è una buona metà dei profitti di Microsoft. E continuerà a esserlo per un pezzo. Ma intanto la sua base di utenti si erode. Anche a causa di Google Docs. Ma Steve Ballmer promette di rispondere entro il mese prossimo. Ballmer è simpatico e muscoloso. Il problema è che a Ballmer si crede perché è muscoloso piuttosto che perché è simpatico.


3:29:59 PM    comment [];

Evitata la serrata Apple

Se i venditori di musica registrata avessero insistito a chiedere l'aumento delle royalties da 9 a 15 centesimi per canzone scaricata, la Apple avrebbe deciso la serrata di iTunes. Dicono. Era un bluff? Ebbene, pare che i detentori di diritti non se la siano sentita di andare a vedere. E abbiano ripiegato. In attesa, probabilmente, di vedere se MySpace o Amazon riusciranno a sostituire iTunes. Sarà un'attesa lunga...


3:27:27 PM    comment [];

Come stupirsi?

Il fatto che chi usa Skype in Cina sia spiato non stupisce. Purtroppo. Il presidente di Skype, intanto, la racconta un po'.

(Veramente quello che mi piacerebbe sapere è se dalla Cina comincieranno a spiare anche quelli che stanno all'estero. Vorrei sapere se esiste o può esistere una qualche forma di Echelon cinese...)


3:19:31 PM    comment [];

Giovedì, 2 ottobre 2008
 

Il Senato americano approva il piano di salvataggio

Una maggioranza schiacciante di democratici e repubblicani ha approvato il piano di salvataggio della finanza americana da 700 miliardi di dollari che aumenta il debito pubblico e nazionalizza le perdite delle banche e dei loro creditori, impedendo il temuto fallimento di molti istituti di credito e bloccandone le conseguenze possibili sui risparmiatori e le imprese. La Camera aveva respinto la manovra proposta dal governo. Il Senato l'ha approvata solo dopo avere introdotto significativi emendamenti compensativi: meno tasse per i contribuenti della classe media, più garanzie per i correntisti e più sostegno per i proprietari di case. Gli emendamenti costeranno 150 miliardi di dollari. Solo 40 miliardi di minori spese pubbliche. Vedi New York Times.

Le modifiche si vedono. Il piano che era stato presentato dal Tesoro era di 3 pagine. Il testo approvato dal Senato è di 450 pagine. Tra le altre modifiche si fa notare l'introduzione di un tetto ai compensi dei manager delle istituzioni che accederanno al piano di salvataggio.

Le modifiche sono state necessarie per far passare un piano che sembrava fatto apposta per salvare non l'economia ma i banchieri, responsabili del disastro. Le leggi che nel tempo hanno liberalizzato il mercato finanziario sono state sfruttate dai finanzieri per inventare ogni sorta di marchingegno finanziario volto a suddividere il rischio finanziario in pacchetti da rifilare ai risparmiatori di tutto il mondo, aumentando la propensione al rischio delle banche e dunque aumentando la rischiosità del debito. La quantità di capitale artificialmente generato attraverso questo esasperato effetto leva ha invaso il mercato, distorto ogni logica economica e concentrato un enorme potere nelle mani dei finanzieri: un potere che è esploso tra le loro mani.

I senatori americani hanno approvato il piano di salvataggio per evitare le conseguenze immediate dello scoppio della finanza americana sull'economia reale, solo dopo aver ottenuto soldi anche per la classe media e i correntisti che temevano di veder evaporare i loro risparmi depositati in banche che rischiavano il fallimento.

Ma il debito americano che ne emerge sposta il problema sulle generazioni future e sul resto del mondo che finanzierà quel debito. Difficile pensare che tutto questo non avrà conseguenze sugli equilibri mondiali. Tra i costi della guerra in Iraq e del salvataggio dei finanzieri americani, il governo ha aumentato il debito americano di un valore poco inferiore a quello di tutto il debito pubblico italiano. Ma questo avviene in un paese che ha un enorme deficit commerciale e nel quale i consumatori sono a loro volta fortemente indebitati. La nazionalizzazione delle banche fallite, il salvataggio della finanza con i soldi pubblici, le garanzie per i correntisti sono tutti segni di un cambio di rotta clamoroso quanto obbligato nella politica e nell'ideologia americana. E', in un certo senso, una crisi di sistema. Dettata da nient'altro che dai difetti di quel sistema iperliberista che aveva creato non un grande mercato ma, come direbbe Adam Smith, una grande oligarchia capitalista. Quel sistema è andato in tilt.

Si avverte l'esigenza di innovazione nelle regole della finanza. Si avverte l'esigenza di un mercato che sia organizzato non per dare libero spazio ai potenti del capitalismo ma all'iniziativa e alle idee. Si avverte il bisogno urgente di un rinnovamento dei valori, che ridimensioni quello della crescita infinita della ricchezza monetaria a favore di dimensioni più umane della convivenza.

Quello che abbiamo davanti non è necessariamente un periodo di impoverimento. Può essere un periodo storico più concentrato sull'intelligenza umana, invece che sulla disumana ragione della finanza. Ma dobbiamo ancora articolarne le conseguenze.


7:50:45 AM    comment [];

Mercoledì, 1 ottobre 2008
 

Ma quale web 3.0?

Se ne parla quasi automaticamente. Se c'è stato il web 2.0 ci sarà anche la terza versione. Ma come sarà? Se la prima versione era più che altro una quantità di pagine pubblicate in html con una prevalenza di vecchie e nuove iniziative aziendali o universitarie, se la seconda versione è guidata dal pubblico attivo e le piattaforme di vario genere che servono alle persone perché si esprimano e si connettano, la terza versione con che cosa avrà a che fare?

Non lo so. Ma ho alcune ipotesi.

1. Ricerca. Si è parlato del web 3.0 come di un sistema nel quale le informazioni si trovano meglio in base a una sorta di unificazione del web semantico e della folksonomy. Questo risponde all'esigenza di migliorare la gestibilità delle informazioni che circolano in rete. Ma va motivato. La rete finora è stata straordinariamente bella per la sua capacità di fare emergere pensieri freschi e progetti nuovi. Ma ha anche un effetto vagamente orientato ad appiattire molte cose in un unico grande calderone. Questo è forse il risultato di una metafora che si può supeare: il mondo digitale come altro mondo separato da quello fisico non è una metafora sufficientemente esplicativa quando la maggioranza di una società entra in rete. Resta un'idea esaltante, come la scoperta dell'America e come la possibilità di realizzare un'utopia. Ma non basta all'insieme. Che è caotico. Il rapporto tra il caos creativo del pubblico attivo e le strutture sociali ed economiche del mondo fisico può essere concorrenziale per tutto ciò che attiene alla modernizzazione dell'informazione ma può essere cooperativo per ciò che attiene la costruzione dell'agenda e dei luoghi di aggregazione interpretativa. Posto che le strutture sociali ed economiche del mondo fisico non si abbarbichino sulla tradizione, solo per difenderla, e si adeguino al nuovo contesto. Nel quale il pubblico attivo è un soggetto vero.

2. Libertà. Le tensioni verso il controllo delle informazioni che circolano in rete, viste talvolta come un pericolo (come per esempio nel mondo della musica o dell'industria del divertimento), potrebbero arrivare a creare una sorta di internet controllata, senza neutralità della rete. Questo spingerà chi tiene alla vera internet a creare una seconda dimensione della rete, dove la neutralità sia garantita. Potrebbe essere uno sviluppo piuttosto complicato. Ma non impossibile. Sarebbe una nuova fase di transizione, verso un'eventuale riunificazione, nel momento in cui una delle due interpretazioni dovesse essere sconfitta. In questo senso, il web 3.0 sarebbe una dimensione nella quale la rete tenta di difendersi dagli attacchi dei fautori del controllo, nella quale le forme di reperimento dell'informazione dovrebbero essere garantite da tecnologie in grado di difendere la propria neutralità.

3. Sicurezza. C'è infine il tema dell'integrazione tra tutti i media e tutti gli oggetti che potrebbero avere un indirizzo internet. Come i sensori, le etichette... L'identità in rete è oggi spezzettata. Ci si iscrive a mille social network. Si lavora con banche e negozi online. Si parla col telefonino. Si comprano film nelle televisioni digitali. Sempre accettando di iscrivere la propria identità in un database di proprietà di qualcuno. Uno degli sviluppi che si potrebbero vedere, invece, prevede che l'identità della persona sia di sua proprietà. Che tutte le informazioni identitarie vengano depositate in qualcosa che abbia le caratteristiche protettive di una banca delle informazioni, che lo stesso dominio dove si trova il profilo delle persone sia appannaggio della persona. E che da lì si possa connettere alle piattaforme che ne hanno bisogno per funzionare. Senza cedere a Facebook o alla compagnia telefonica mobile i dati fondamentali che definiscono la persona digitale. A quel punto le tecnologie necessarie a gestire in modo sicuro e rispettoso per la privacy delle persone questo nuovo mondo di indirizzi internet, molto più importanti, potrebbero dare luogo a innovazioni di grandissima portata.

Vabbè. Era solo una riflessione. Vedremo.


11:43:00 AM    comment [];

Martedì, 30 settembre 2008
 

Lamento e paradosso

Un italiano si lamenta che gli italiani si lamentano sempre degli italiani.


7:59:27 PM    comment [];

La fiducia e la sopravvivenza

Mai come in questo momento, il sistema economico dimostra che tutto si basa essenzialmente sulla fiducia. Banche, assicurazioni, pubbliche amministrazioni, aziende e dunque tutti i cittadini, dipendono dall'idea che in fondo il sistema finanziario non sta per crollare, che i nostri soldi sono come al solito al sicuro in banca e che si deve solo aspettare che la tempesta sia passata.

Se si diffondesse la voce che i conti in banca sono a rischio tutti andrebbero a ritirare i soldi e le banche fallirebbero. Se ci si convincesse che i prodotti finanziari acquistati sono pieni di bollicine legate alla bolla americana, tutti li convertirebbero e il loro valore scenderebbe a zero. Se ci si convincesse che gli americani non sanno come uscire dal labirinto in cui si sono cacciati e non sanno che pesci pigliare, il dollaro e tutti i valori collegati crollerebbe... E così via...

Per questo tutte le autorità sono responsabilmente chiamate a dire che tutto va bene che tutto è sotto controllo. E che non abbiamo nulla da temere. Per questo ha sbagliato Bush a dire che se non si accetta il piano da 700miliardi si avvia una catastrofe economica globale (perché se il suo piano non passa ce ne deve necessariamente essere un altro almeno altrettanto credibile).

Ma se ci continuano a tranquillizzare autorità e persone che si smentiscono e si contraddicono, inconcludenti, totalmente concentrate solo sulla comunicazione mediatica, finisce che la loro credibilità va a pallino. E che la fiducia, anche quando dicono cose vere, si erode.

Se si erode la fiducia si manda in crisi il sistema economico. Chi imbroglia, dice bugie, agisce nell'ombra aggirando le leggi, ottiene impunità e continua ad avvantaggiarsi di posizioni di privilegio, perde la propria credibilità. Se chi agisce così è anche il rappresentante dell'autorità, quando parla non dà fiducia. Se in un sistema si erode la fiducia, il sistema è in crisi.

L'inquinamento dell'informazione è grave come l'inquinamento dell'ambiente.


1:40:59 PM    comment [];

Lunedì, 29 settembre 2008
 

Search.Twitter

Ha un suo fascino guardare ogni tanto nel Twitter Search. Non che dia sempre risultati sorprendenti. Attualmente per esempio sui candidati americani segnala che si parla molto di Obama e di Palin. Dell'altro candidato, si parla molto molto meno... Appunto, non sorprende.


12:07:07 PM    comment [];

Candidati al comando della crisi

Tutte le posizioni dei due candidati alla presidenza americana sulla questione della crisi finanziaria e delle decisioni da prendere in materia. Su Propublica.


11:56:08 AM    comment [];

Troppi soldi

George Dyson su Edge commenta la crisi finanziaria. Il paragone è con le conseguenze di un principe che stampi moneta per finanziare la sua guerra. E negli anni scorsi, è come se si fosse concesso a qualcuno di stampare quanta moneta volesse. Ma questa volta non era il principe. Erano banchieri privati.

Gli stessi che, insieme ad altre lobby e multinazionali, finanziavano la politica.

Per questo viene da dire, ovviamente con un filo di paradosso, che le decisioni di Bush non sono state una nazionalizzazione delle banche: perché, appunto, il governo era già privatizzato...


11:51:33 AM    comment [];


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