Braudel Un mondo con i confini aperti non sopporta le menti chiuse. C'e' un percorso comune che sta cambiando, insieme, economia, tecnologia, cultura e societa'? Sono sicuro che non vi aspettate delle risposte da questo blog...
Merita di essere visto il dvd di Chris Paine sull'incredibile fine dell'auto elettrica. Nata essenzialmente per rispondere all'esigenza californiana di ridurre l'inquinamento da auto - una legge di quello stato imponeva che una quota di auto californiane dovessero essere prive di emissioni - l'auto elettrica della Gm fu un successo. I petrolieri cominciarono una battaglia per impedirne la diffusione. E quando arrivò George W. Bush, dice il documentario, la vinsero. La Gm ritirò le auto elettriche dal mercato e le distrusse! Così, l'auto elettrica, che in passato funzionava benissimo, tornò a essere un sogno del futuro. Perché per Bush il presente doveva restare proprietà dei petrolieri.
Ora, finalmente, è storia anche Bush. E si può tornare a sperare che chi aiuterà la Gm a uscire dalla sua crisi sia capace di imporre un ritorno dell'impegno per l'automobile pulita.
Diceva Aldo Grasso ieri che finalmente a Mediaset stanno pensando di portare Retequattro sul satellite. Ma solo insieme a tutto il resto della tv italiana...
Vabbè...
Il digitale terrestre doveva servire a cambiare tutto per non cambiare nulla nel sistema televisivo e pubblicitario italico. Ci si accorge che non è una tecnologia priva di difetti. E logicamente se ne preoccupa soprattutto chi, appunto, non voleva cambiare nulla.
Giorgio Meletti ha segnalato su Facebook il link al discorso di Di Pietro sul silenzio e Napolitano... Da ascoltare. Si direbbe che quelli che hanno accusato Di Pietro di aver dato del mafioso al presidente abbiano capito male. Non dovrebbero scusarsi?
Wall Street Journal pubblica un pezzo di Chris Anderson sull'economia che si sviluppa intorno ai servizi gratuiti. Ma non è l'economia del dono. E' l'economia dei servizi che pochi pagano e molti utilizzano.
Segnalazioni utili in un box di Juliet Chung: hypem.com monitor di blog sulla musica kayak.com comparazione prezzi per viaggiatori picnik.com foto editing gratuito pogo.com giocare gratis shopittome.com avverte quando i prezzi delle merci preferite sono convenienti
E' successo anche a me. Come a Robin Wauters. Qualunque ricerca su Google, oggi, portava a una pagina che diceva che il sito cliccato poteva danneggiare il computer. Anche se il sito dove si voleva andare era lo stesso Google... Ora è finita. Ma questa cosa non è stata per niente divertente...
Definire il giornalismo in base allo scopo I giornali non sono carta ma neppure cartamoneta
I costi del giornalismo sono la paranoia del momento. Ma la questione comincia ad assumere connotati davvero profondi. In proposito, Dario mi segnala questo interessantissimo articolo dell'Atlantic. Internet, i proventi della pubblicità online, il giornalismo che costa poco... e la progressiva perdita di investimenti in giornalismo fatto bene.
Per questo, con un minimo di imbarazzo per la ripetizione, ripropongo qui quello che ho scritto oggi su Nòva. Ecco:
Strano destino quello del giornalismo all'epoca di internet. Liberato
da mille vincoli tecnologici, sembra condannato a fare i conti con i
vincoli economici. E di fronte a questo apparente paradosso, esplora
compulsivamente ogni possibile alternativa: nei modelli di business,
nei linguaggi, nelle organizzazioni produttive e distributive. Senza
trovare, per ora, un nuovo equilibrio. È questa l'impressione emersa
anche dal panel dedicato all'argomento al recente Digital Life Design, il mega convegno realizzato da Burda a Monaco.
«La carta costa troppo e finirà», spara Mike Arrington, fondatore di TechCrunch. «La qualità è ancora un valore», testimonia Tyler Brûlé, fondatore di Monocle.
«Dobbiamo continuare a servire le persone che comprano il giornale in
edicola come i nuovi lettori online», osserva Carlolyn McCall, chief
executive del Guardian Media Group. Jeff Jarvis, blogger a Buzzmachine
e docente alla City University of New York Graduate School of
Journalism, teorizza: «Cominceremo a riconsiderare il giornalismo per
le sue componenti funzionali, dalla scoperta di notizie alla selezione,
dalla gestione dei contenitori alla distribuzione, dalla vendita di
contenuti alla connessione con i messaggi pubblicitari... Non è detto
che tutte queste funzioni verranno sempre svolte da organizzazioni
integrate verticalmente».
Ogni punto di vista è giustificato. Dalla storia di chi lo propone o
dell'organizzazione a cui appartiene chi lo propone. E dalla
complessità oggettiva di qualunque ipotesi di sviluppo futuro
nell'ecosistema dell'informazione che si va generando intorno alla
digitalizzazione dei media e alla sempre più chiara partecipazione
attiva del pubblico nella produzione e diffusione di notizie e opinioni
sull'attualità. Ma è chiaro che internet ha costretto i giornali a
ripensarsi in profondità. Aprendo la strada a nuove imprese a
bassissimo costo, come TechCrunch, ma anche generando impensate
opportunità per oggetti cartacei altamente selettivi come Monocle. Il
vero dilemma è per le imprese che servono persone che sono prima di
tutto cittadini. «La democrazia ha bisogno di qualcuno che faccia
inchieste, risponda al puro e semplice bisogno di informazione della
comunità, vada in Afghanistan e racconti quello che sta davvero
succedendo laggiù. E questo costa. Carta o non carta» osserva McCall.
In attesa della carta elettronica, ormai prossima dopo il nuovo salto
tecnologico ottenuto dai laboratori dell'Hp usando un film di plastica
della DuPont, il giornalismo si sta già riclassificando. Non più in
base ai media che utilizza per diffondersi. Ma in base allo scopo
sociale ed economico che persegue. Sicché anche i modelli di
sostenibilità e di profittabilità si differenziano. Alcuni giornali,
più settoriali, possono forse vivere soltanto online e soltanto di
pubblicità. Altri, orientati alla visione, alla critica, al gusto,
possono farsi pagare da lettori e inserzionisti che li vedono come
forme di design delle idee e della loro espressione. Altri ancora,
orientati soprattutto a servire il dibattito democratico, hanno bisogno
soprattutto del sostegno delle loro comunità di riferimento. Ma
dovranno imparare a giustificare quel sostegno con uno sforzo di
qualità profondamente rinnovato.
A leggere questa descrizione di vita quotidiana nel mondo delle applicazioni informatiche che si usano online - e ricordando le tante esperienze fatte negli ultimi vent'anni con i computer che si usano offline - viene da chiedersi se non ci stiamo complicando un po' la vita...
Economia della felicità Associazione 360 360 TOSCANAFORUM 2009
Museo Piaggio "Giovanni Alberto Agnelli"
Pontedera - Viale Rinaldo Piaggio, 7 30 e 31 Gennaio 2009
Il lavoro di Daniel Kahneman ha aperto una strada nuova per chiunque non si rassegni a vedere l'economia solo come un metodo per arricchire i banchieri a spese di tutti gli altri: Kahneman ha contribuito in modo decisivo a riportare le persone e le dinamiche relazionali nell'ambito di indagine dell'economia. Tanto è vero che Nassim Taleb apprezza molto Kahneman: Taleb ha visto con largo anticipo che alcuni banchieri stavano mandando il mondo a gambe all'aria e non ha mai accettato di rassegnarsi all'idea di lasciarli fare.
Kahneman e Taleb si sono incontrati ieri a Dld, Monaco. L'incontro è stato straordinario per molti versi. Ma soprattutto, secondo me, per il retrogusto culturale del dibattito (la registrazione è sul sito di Dld).
Taleb era profondamente indignato per il fatto che una scienza come l'economia fosse riuscita a far credere a tutti di essere capace di prevedere e prevenire il rischio, mentre ne era palesemente incapace. Questo inganno collettivo, durato a lungo, ha reso possibile il lavoro truffaldino dei banchieri e la rovina che essi hanno causato alle loro istituzioni e l'impoverimento di chi opera nell'economia reale quasi ovunque nel mondo. E proponeva una riforma della finanza in base alla quale tutto venga sostanzialmente semplificato e non ci sia più bisogno di gente che prevede (anche se non ne è capace) l'andamento dell'economia aumentando i fattori di rischio in caso di bufera finanziaria.
Kahneman, che chiaramente provava simpatia per l'intelligente anche se indignata narrazione di Taleb, non ha potuto fare a meno di ricordare uno dei più chiari risultati delle sue ricerche: nella maggior parte dei casi, le persone non ragionano in modo razionale; piuttosto prendono decisioni in base all'intuizione, cioè in base alla prima idea che viene loro in mente. Un sistema di rassicurazioni come quello che arriva dall'economia tradizionale - quella che si dichiara in grado di prevedere e prevenire i rischi - piace a una società di personee che agiscono prevalementemente in base all'intuizione. Gli unici razionali, fa capire Kahneman, sono i banchieri che hanno accumulato un sacco di soldi per sé.
Taleb ha risposto richiamando il fatto che a essere irrazionale non è il comportamento dei banchieri ma il sistema che consente loro di fare quello che hanno fatto. E Kahneman, pur dandogli ragione, ha ribadito che introdurre nella società la razionalità del sistema che chiede Taleb sarà difficile perché implicherebbe un'attività di ragionamento da parte di molte persone che di solito si dimostrano più orientate, appunto, a lasciarsi cullare nell'intuizione.
Siamo di fronte al confronto tra ragione e abitudine, tra volontà di riforma e inerzia sociale, tra pensieri individuali e comportamenti collettivi... Che cosa conta di più? Chi vince nel confronto? Ha ragione il prudente Kahneman o l'indignato e volenteroso Taleb? Forse ci vogliono entrambe le posizioni: un atto di ribellione è pur sempre l'inizio dell'innovazione; ma la ribellione è tattica, mentre la consapevolezza delle difficoltà è un principio di strategia.
«I agree that there's an irrational panic now. There are also a large
crowd of severe, real-world, fully rational, deeply structural problems
that have gone unconfronted for years. These problems are not directly
responsible for the money panic, but the blatant neglect there has
created an atmosphere of crisis». L'intervista annuale sullo stato del mondo a Bruce Sterling di Jon Lebkowsky su theWell è da leggere. Alcuni estratti su Opinionator.
Mike Arrington è a Monaco per Dld. Ieri ha parlato delle prospettive per i giornali dicendo che non c'è futuro per la carta perché costa troppo. E che tutto si può fare con uno staff di pochissime persone motivate. Ha discusso, al solito un po' ruvido, anche con Tyler Brûlé, fondatore di Monocle e sostenitore della qualità nel giornalismo. Poi è corso nella sua camera d'albergo con l'influenza. E ha cominciato ad arrabbiarsi per come alcuni siti di informazione stanno trattando le voci - a quanto pare del tutto campate in aria e comunque prive di rispetto per la vita privata di una persona - secondo le quali Steve Jobs sta per avere un trattamento chirurgico. Ha ragione. E non è certo la carta che garantisce la qualità. Ma di sicuro non basta - per dare un futuro sensato al giornalismo - puntare tutto sulla riduzione dei costi.
Mark Ecko, designer e imprenditore della moda americana, aveva fatto questo video nel 2006. La storia di un paio di ragazzi che riescono a taggare l'Air Force One con la scritta «still free»...
Era un magnifico fake, naturalmente...
Ora, al Dld di Monaco, Ecko dice che non lo rifarebbe per l'aereo di Obama. «E' diverso ora. E' un diverso Air Force One»...
Un destino di parole Come cambiano le parole mentre seguono il loro percorso nel mondo?
Si diceva: «Non scrivere per la carta ma per il tempo delle persone che leggono».
Appunto...
Parole pronunciate nel corso di una conversazione tra giornalisti. Sgorgate dal quasi magico incontro tra una volontà di farsi capire e da una preparazione ad ascoltare. Neuroni a specchio. Intelligenza collettiva.
Poi parole diventate un messaggino su Twitter. Assorbite da FriendFeed. Approvate o più spesso ovviamente ignorate. E ripetute qui. Forse in vista di andare altrove. In nuove conversazioni, in nuovi messaggi, in nuovi media. Bit a specchio. Intelligenza collettiva.
Le parole hanno come conseguenza delle cose quando attraverso quelle parole si vedono cose che non si vedevano. Qualche volta occorrono parole per superare le barriere che le cose sembrano frapporre sulla strada delle persone. Ma anche questo lo sappiamo e sappiamo che non basta più. Occorre anche che quelle parole destinate a far vedere qualcosa che supera le barriere, siano pronunciate da una persona la cui biografia le rende credibili.
Quando è Obama a dire che «l'impossibile è diventato possibile» la sua biografia lo dimostra. E' questo il nuovo rapporto tra fatti e parole: non tanto la coerenza - sempre più difficile nell'epoca della complessità - quanto piuttosto la capacità di dimostrare ciò che si dice attraverso la verifica sui fatti. Ecco perché la storia è una disciplina che torna di attualità ogni volta che ci proiettiamo a guardare verso il futuro. Imho.
I libri si difendono meglio nel vortice digitale. Forse perché godono di maggior rispetto da parte di tutti. (Lo si ipotizzava in un post di qualche tempo fa che c'è un rapporto tra il rispetto per chi si occupa di un aspetto della conoscenza o dell'arte e la rinuncia a comportamenti pirateschi...).
Questo sta portando anche ad alcune novità importanti. La consultazione gratuita online sembra destinata a diffondersi. E anche un piccolo, o grande, mercato di libri in digitale sembra sempre meno improbabile (almeno per certi tipi di libri, forse più manualistici o forse meno facili da trovare).
O'Reilly dice che il secondo canale di vendita di un suo libro recente è l'iPhone... Mi pare che da questo punto di vista le cose si stiano muovendo in modo tale che sta soprattutto agli editori e agli autori capire la situazione e prendere decisioni intelligentemente consequenziali.
Bookblogging Sinapsi sociali Rubrica settimanale casuale ma non troppo sui libri che prendo in mano
Leggendo dei neuroni a specchio attraverso le pagine di un maestro come Marco Iacoboni sembra di trovare lo spazio nel quale trovano finalmente una casa i concetti antichi e fondamentali della socialità della specie umana.
I neuroni a specchio si attivano quando una persona si connette a un'altra persona. Sono come dei terminali cerebrali per la comunicazione. Entrano in funzione quando una persona deve interpretare l'azione di un'altra persona.
Scoperti grazie al lavoro pionieristico della squadra del professor Giacomo Rizzolatti a Parma, sono un territorio di ricerca entusiasmante per chi si occupa di neuroscienze. Ma costituiscono il fondamento di una delle innovazioni più importanti nella nostra visione del mondo.
La specie umana e organizzata in società anche dal punto di vista cerebrale. Come i neuroni hanno funzioni e senso in quanto si connettono tra loro attraverso le sinapsi, così si direbbe le persone funzionano e trovano senso in quanto si connettono con le altre persone: sicché si può dire che i neuroni a specchio potrebbero essere parte delle sinapsi di una sorta di intelligenza collettiva che tiene insieme la società.
Internet, la psicanalisi, il dna, sono ambiti di ricerca nei quali la dimensione della relazione tra persone diventa un territorio da indagare di per se. Forse non è un cervello collettivo dell'umanità. Ma la nostra consapevolezza individuale può comunque essere affinata da una più profonda consapevolezza sociale.
Alcuni libri che ho comprato
Impressioni mentre leggo
Loriz Mazzetti La macchina delle bugie Rizzoli
Erri De Luca Il giorno prima della felicità Feltrinelli
La manopolazione dell'informazione come pratica quotidiana. Una paranoica azione continua per nascondere le notizie.
A Napoli. Le avventure i un bambino che inopinatamente scopre una sete inestinguibile di sapere. E trova libri e racconti memorabili.
Lo Studio Frasi calcola gli spettatori della televisione distinguendo tra quelli che hanno solo la tv analogica, quelli che hanno il satellite e quelli che hanno solo il digitale terrestre. Ne parla l'edizione cartacea di oggi del Sole 24 Ore.
Risultato in termini di share (quanti guardano i canali in percentuali su quanti guardano la tv):
Trentamila soldati per la sicurezza delle città italiane? La differenza rispetto ai tremila già schierati non è di poco conto e andrebbe spiegata: o i tremila già schierati non sono sufficienti, oppure i soldati non sono una soluzione.