Author Luca De Biase

E se invece i Big Data esistessero? Una risposta al post di ieri

Dopo l’articolo giunto ieri da Marco Russo, c’è stata una certa discussione, soprattutto via Twitter. Esistono o no i Big Data in Italia? E sono un tema vero per i CIO? Oggi risponde Vincenzo Aloisio, Managing Director di Accenture..

Negli ultimi tempi non esiste un termine più utilizato nel mondo IT come quello dei Big Data. Spesso si genera confusione su questa terminologia che dipende, essenzialmente, dalla definizione, dal cosa si intende per Big Data. Tanti studiosi/esperti/ organizzazioni hanno elaborato definizioni e criteri per delimitare un perimetro. Il tutto si presta, ovviamente, ad interpretazioni più o meno soggettive. Volendo fissare un paletto, proviamo a definire come Big Data quell’architettura che utilizza per la gestione dei dati (anche) tecnologie di tipo no-sql e cioè, una per tutte, il framework hadoop. Tecnologia a dire il vero non poi così nuova ma appannaggio per diversi anni nel mondo Internet dei grandi motori di ricerca come Google e Yahoo. Credo che si sia cominciato a parlare di Big Data con una certa enfasi partendo dall’idea di gestire dati non strutturati (di volumi significativi) provenienti principalmente dai social media . Detto questo si è visto che queste tecnologie possono essere utilizzate anche per la gestione di dati strutturati ed anche in ambienti più tradizionali principalmente in architetture di data warehouse per l’analisi dei dati. Parliamo di tecnologie che si affiancano ai dbms più tradizionali costituendo così un’architettura ibrida. Gli obiettivi di tale architettura possono essere molteplici ma metterei in primis la riduzione del TCO, partendo dal presupposto che hadoop è un open source (o che anche in sue declinazioni “assistite” ha un costo basso) e necessita di infrastrutture hw a basso costo. A grandi linee, senza entrare nel dettaglio, si utilizza hadoop per collezionare dati, tenendo anche grossi volumi in linea su tale strato (Big Data layer”)e trasformo ed aggrego quello che mi occorre per popolare un dbms (appliance) sul quale farò determinati tipi di analisi. Le informazioni sui Big Data layer sono anche accedibili in maniera abbastanza efficiente da strumenti di front end non con l’obiettivo di voler sostituire le architetture di reporting. Tutto ciò porta ad un significativo risparmio di costi di licenze e di hw ed ad un abbattimento di costi di gestione potendo raggiungere con un consolidamento architetturale in quest’ottica un riduzione del TCO anche del 50% a fronte di investimenti modesti. In quest’accezione Big Data serve anche in Italia, visto che in altri paesi tale architettura è già in essere da diversi anni ad esempio in grandi aziende di telecomunicazioni. In Italia diverse aziende (telco, banche, utilities) si stanno muovendo in tale direzione.

I tipi di analisi che si fanno sui dati (data mining, modelli predittivi, forecasting, ecc.) in linea di massima prescindono da Big Data e volendo estremizzare, anche in maniera provocatoria, mi sento di dire che i Big Data non abilitano alcunchè di nuovo da un punto di vista di capacità di analisi, ma rendono possibile ciò che si faceva prima in maniera più efficiente e più efficace (con maggiore velocità).

In un contesto di revisione architetturale di questo tipo possono inserirsi molti altri fattori come utilizzo di strumenti in memory per l’analisi dei dati, appliances/db machine, CEP (Complex event processing) ecc. che spesso vengono messi a torto o a ragione sotto il cappello Big Data ma è inutile dilungarsi e concludo dicendo che la semplificazione e i risparmi che un architettura Big Data comporta ne fa ad oggi giustamente in Italia una delle le priorità dell’agenda dei CIO.

L’elezione del sindaco della Città Metropolitana: un progetto da seguire

In che città viviamo? Se guardiamo alla suddivisione burocratica del territorio pensiamo di saperlo. Se invece guardiamo una cartina satellitare, in certi casi, scopriamo improvvisamente di essere in un posto totalmente diverso… Agglomerati da diversi milioni di persone che non hanno nome, non hanno amministrazione, non hanno rappresentanza… Le metropoli italiane.

Mentre le amministrazioni locali sono ancora legate a confini tradizionali, le persone vivono in aggregati diversi, più grandi spesso, con problemi dei quali nessuno ha la responsabilità istituzionale. Fiorello Cortiana invia questo messaggio per lanciare una riflessione su Milano, una delle città metropolitane più complesse d’Italia. E ha ragione: si può affrontare in modo intelligente e civico l’organizzazione della vasta area nella quale vivono, si muovono e lavorano almeno sette milioni di persone, tra molti comuni e diverse province. La rete dei trasporti e delle strade, l’interconnessione dei luoghi di lavoro e di studio con le reti di comunicazione, la consapevolezza dell’unità territoriale nella quale si vive, sono precondizioni per migliorare. E in effetti si pone anche il tema istituzionale. Ecco il messaggio di Cortiana:

Fiorello Cortiana Fiorello Cortiana

“GRANDE MILANO – LE CITTA’ NELLA CITTA’”
Un Comitato,una campagna e una petizione per la partecipazione diretta dei cittadini per una Città Metropolitana Partecipata.

- Elezione diretta del Sindaco metropolitano e del Consiglio metropolitano.

- Le competenze assegnate dalla legge istitutiva: Sviluppo, Territorio, Infrastrutture, Trasporti, Ambiente, all’insegna di innovazione, sostenibilità, qualità.

- L’Istituzione all’insegna della partecipazione informata ai processi deliberativi e alla effettiva parità di genere.

L’incontro si terrà il 28 Maggio, martedì, presso lo “Spazio Production” Via Savona, 53 dalle 18,00 alle 20,00

Per il 28 presenteremo i forum/incontri, che intanto inizieremo a sviluppare online e i cui incontri inizieremo a tenere partendo da fuori Milano.

al momento le arre tematiche individuate sono:

- Le reti degli incubatori di impresa, Campo Dall’Orto del Politecnico
-La cintura verde e le reti/filiere agro-alimentari, Roberto Spigarolo di Agraria e Milena Bertani UNESCO
- Reti digitali e partecipazione informata Fiorella De Cindio della Statale, Davide Tosi dell’Insubria
- Trasporti, Claudio Pirola di Zyme e Zanon associazione pendolari
- Expo, durante e dopo, Emilio Battisti del Politecnico
- Politiche metropolitane per la parità di genere, Ilaria Li Vigni
- Abitare, le reti dell’energia e della cittadinanza attiva, Beppe Caravita, Sergio Colombo, Franco Casarano, Domenico Storchi, Angelo Gottani

L’attuazione del dettato costituzionale relativo alle Città Metropolitane non costituisce oggi un mero atto che deve fare i conti con le rendite di posizione delle amministrazioni provinciali, dei consorzi ecc., che verrebbero esautorate o profondamente cambiate.

L’istituzione piena delle Città metropolitane diventa un fatto pienamente politico nella crisi di legittimità dell’attuale assetto istituzionale e dei suoi protagonisti perché richiede la definizione e la sottoscrizione di un rinnovato Patto Costituzionale.

Parliamo di Città Metropolitana mentre si fantastica la Macroregione del Nord o si sostiene che la Democrazia è una scatola vuota, danziamo sul baratro.

Che cosa pensereste se vi dicessero che in Italia i Big Data non esistono?

Dipende ovviamente dalle definizioni. Ma secondo Marco Russo (che invia per mail questo pezzo qui sotto usando un ufficio stampa) in Italia non ci sono organizzazioni che raccolgono veri e propri Big Data. (Blog di Marco Russo)

marco russo marco russo

IN ITALIA I BIG DATA NON SERVONO

Marco Russo, tra i maggiori esperti di business intelligence in Europa, spiega perché in Italia la politica, le banche e le Pmi possono fare a meno di questo processo.

«Partiamo dalla questione semantica» esordisce Marco Russo, consulente, speaker internazionale e socio di EventHandler, la società che organizza le Technical Conferences, tra cui la più importante conferenza italiana sulla Business Intelligence. «La definizione di “big data” si presta ad essere confusa con quella di “data mining”. Un aspetto fondamentale, però, è che con i Big Data gli ordini di grandezza sono molto elevati: l’unita di misura dell’informazione, nel caso dei Big Data, è lo Zetta-Byte ovvero di una mole di Byte dell’ordine di 10^21 e quindi di miliardi di Terabyte. Nella realtà, poche aziende al mondo hanno questo genere di volumi e in particolare in Italia è quasi impossibile trovare volumi di dati di tali dimensioni».

Alcuni esempi:

Analisi politiche sui social network: «Twitter ha numeri da Big Data ma le analisi effettuate sui tweet del corpo elettorale italiano (3,5 milioni di italiani hanno utilizzato Twitter durante la campagna elettorale, ndr) sono fatte con strumenti tradizionali. L’ultima edizione di Sanremo, che per numero di tweet è stata un evento da record in Italia, ha registrato 150 mila tweet durante la finale; un volume che può essere racchiuso in 77 MB (Megabyte), senza compressioni, caricato su strumenti di produttività personale (Excel, ndr), e analizzato per correlazione senza ricorrere ai big data»

Le banche. «Le transazioni economiche delle banche sono sempre effettuate su sistemi transazionali (database tradizionali, ndr), non con tecnologie Big Data. In Italia ci sono 30 milioni di conti correnti bancari e 8 milioni di conti correnti postali; calcolando una media di 20 operazioni al mese su conti retail (persone fisiche a uso personale, non business, ndr), ci sono 600 milioni di operazioni al mese su tutti i conti correnti. In un anno sono 7 miliardi. È un numero alto, ma gestibile tranquillamente da normali server aziendali. Il volume complessivo è di alcuni TB, distante dai volumi di traffico di big data».

Le società che impiegano strumenti che possono inquadrarsi nei “big data” sono molto poche; ad esempio Facebook, Twitter, Amazon, Microsoft e Google. In Italia, spesso, l’etichetta “Big Data” viene associata a operazioni più tradizionali (ma altrettanto efficaci) quali Business Intelligence e Data Mining. L’analisi dei dati con algoritmi di data mining, come le regole associative, portano a evidenziare correlazioni tra i dati che talvolta sono inaspettate (il caso più famoso è Wal Mart, che scelse di disporre i prodotti in maniera diversa quando scopri che chi acquistano pannolini probabilmente acquista anche birra, ndr). «La conoscenza di queste correlazioni – spiega Marco Russo – può portare a modelli predittivi di comportamento e a segmentazioni della popolazione in base a caratteristiche qualitative e comportamentali. Nei fatti, molte delle tecniche di data mining sono oggi associate a volumi di dati sempre maggiori, magari ottenuti da strumenti di big data, anche se a oggi le analisi sono effettuate in momenti (e con tecnologie) differenti».

Dedicato al marketing: una summa di spunti per guardare avanti

Steven van Belleghem è un autore ordinato e divertente che si occupa di quello che i “mercati” diventano quando ci rendiamo conto che sono “conversazioni”. In queste slide ha raccolto una vera e propria summa di spunti per aiutare le persone che si occupano di marketingi a guardare avanti. Da affrontare con un po’ di calma: sono 111 slide.

Nel mondo delle informazioni collaborative la citazione della fonte è cortese e conveniente

Il primo titolo con il quale Bloomberg ha dato la notizia della possibilità che Yahoo! acquisisca Tumblr era una citazione del Wall Street Journal: “Yahoo Board Approves Purchase of Tumblr, WSJ Journal Says“. Poi il titolo è cambiato ma la url rivela sempre il titolo originale.

Citare le fonti è una pratica di lealtà nei confronti del pubblico ed è un gesto di giustizia nei confronti del lavoro di chi raccoglie le informazioni.

Molti giornali non seguono questo elementare principio. Probabilmente perché pensano in questo modo di ridurre la propria reputazione. Invece, a mio avviso, citando aumentano la propria reputazione. E rendono più probabile che altri citino i loro articoli quando valgono una citazione.

Quello che è ancora più incredibile è che molti blog non seguono questo elementare principio. Forse si sentono come se fossero diventati dei giornali. E allora sbagliano come i giornali. Oppure non capiscono che il medium del quale fanno uso non è forte in quanto ciascun blog è forte, ma in quanto partecipa a una rete che nel complesso ha un’enormità di lettori e partecipanti. Forse era più facile comprenderlo all’inizio del fenomeno bloggheristico e ora è più difficile. O forse le tecniche si vanno contemporaneamente affinando e popolarizzando (vedi C’è crisi*2). Ma ricordare la logica della rete e della collaborazione non può che farci bene.

Comunque il tema è complesso: vedi per esempio Mantellini 2007
Linkare è cortesia
Obbligo di link

Innovazione responsabile

L’innovazione non è una novità. Quello che la distingue è la responsabilità. Cioè la consapevolezza delle conseguenze.

libri_pauliGunter Pauli, educato dai gesuiti, parte da una convinzione etica, trova una soluzione tecnica, avvia un modello di business che la renda sostenibile. Come quando si è posto il problema dell’uccisione delle femmine di pesce gravide, che riduce la popolazione ittica senza un vantaggio economico particolare nel breve termine ma con un danno ecologico nel lungo termine. E ha così messo in piedi una nuova modalità di fare la pesca, ha progettato nuove barche da pesca, ha sperimentato nuovi apparecchi che segnalano la presenza di uova negli esemplari pescati, ha abolito il surgelamento. Avviando una nuova forma di economia in Marocco.

Alessandro Bergonzoni rifiuta di parlare di futuro perché vede intorno a se macerie e inquinamento culturale. Invita a prenderne consapevolezza, prima di ogni altra considerazione. Chiede a chi lo ascolta di sentire se stesso coinvolto. Gli orrori non sono commessi da altri. Noi siamo gli altri. Io sono gli altri. La poetica della responsabilità parte dalla conoscenza dell’impossibilità di pensare il presente senza prendere visione delle sue intollerabili brutture. Delle quali siamo tutti responsabili. L’innovazione culturale che scaturisce da questa possibile nuova consapevolezza è premessa di una strada lunga qualche generazione che porta fuori, forse, dalle macerie. Ma, per favore, non chiedete nulla sul futuro a Bergonzoni: andreste fuori tema.

Tra pochi giorni, assicurano i suoi collaboratori, il video del suo intervento a Forlì sarà disponibile sul sito di Bergonzoni.

Forlì con l’innovazione responsabile. Oggi, tra gli altri, Gunter Pauli e Alessandro Bergonzoni

Anche oggi c’è l’informazione responsabile a Forlì.

Massimo Spisni e Giuseppe Giaccardi parlano di startup. Dopo un anno di incredibile attenzione intorno al tema delle nuove imprese innovative, è il momento della concretezza. In questo incontro si parla di quello che sta succedendo in Romagna e di come si possono finanziare le startup. Sapendo che la strada è lunga e che è piena di ostacoli, ancora non rimossi dall’applicazione delle norme decise l’anno scorso come ricorda Riccardo Donadon.

Gunter Pauli, pioniere dell’economia blu, parla del modello di sviluppo che si può perseguire facendo leva sulla rete della conoscenza che può alimentare di innovazione la tecnologia necessaria per annullare gli sprechi e la disoccupazione, in un quadro intellettuale fondamentalmente organico alla logica dell’ecosistema.

Alessandro Bergonzoni parla di innovazione e responsabilità, forse anche di innovabilità e responsazione, di certo mille altre cose. Lui è uno che lavora sulle parole modificandone la forma fino a quando non riesce a svelarne il significato invisibile. Un punto di partenza potrebbe essere la discussione intorno alla differenza tra innovazione e novità. Chissà che cosa direbbe a dei ragazzi che si avviano alla maturità quest’anno e che dovranno scegliere come proseguire, se proseguire, gli studi. Ma il problema sarà comprendere come suggerirgli di svelare lo scenario implicito nel modo con il quale parliamo del futuro e soprattutto nel modo con il quale potremmo parlare di futuro.

RKF Training Institute – Activists teach us to love our democracy

At the Training Institute set up by the Robert Kennedy Foundation in Florence, activists for human rights from all over the world come and learn how to smartly use the internet as a tool to get their job done. It takes courage to work for spreading the ideas that are needed to help people in some countries in growing a society that respects human rights. But it also takes an intelligent ability in using the network: how to campanign, how to communicate in a secure way, how to be conscious about the tactics that authoritarian governments can use against those that fight for human rights: that’s what activists learn at the Empowerment Lab in Florence with the help of organizations such as Electronic Frontier Foundation, Global Partners & Associates, Global Voices Online, Human Rights Watch, OneWorld Digital Security Exchange, Open Society Foundations, Tactical Technology Collective, and Witness. Furthermore, the financial support by the Ford Foundation has been essential for the organization of the First Group that has been in Florence until yesterday. Here is the blog.

But as activists learn what can help them in their non-violent fight, we the people living in the “democratic West” are going to learn as much from them. Democracy is not a given, it is a process: and we need to maintain it, we need to care about it. Activists from all over the world help their people. But they also help us.

La casa degli attivisti per i diritti umani del mondo a Firenze

È stato un momento emozionante. L’inaugurazione della casa per gli attivisti dei diritti umani alle Murate di Firenze con Kerry Kennedy, Matteo Renzi e la gente della Fondazione Robert Kennedy che ha realizzato un progetto eccezionale. Le persone coraggiose che in tanti paesi autoritari rischiano la vita per affermare la libertà di espressione e il rispetto dei diritti che fanno dell’umanità un valore hanno trovato un posto dove aggiornarsi sulle tecniche per usare internet con efficacia suoerando la repressione dei governi dittatoriali, senza farsi ingannare dalle infiltrazioni e la disinformazione, con Global Voices e molti altri partner.

I programmi di lavoro sono riassunti sul sito del Training Institute della Rkf.

Tutti rischiano qui. Internet abilita gli attivisti tanto quanto rafforza i repressori. Il lavoro richiede un enorme senso di responsabilità. Ma, come ha detto Matteo Renzi, che ha fortemente voluto realizzare questo progetto, era necessario impegnarsi intorno a una visione come questa che si concretizza a favore delle persone che testimoniano l’amore per la democrazia e la libertà, usando la rete in modo consapevole.

Le Murate, antica prigione, sono ora un luogo simbolo della libertà. Qui se ne coltiva il mito non con le cerimonie ma con l’attività quotidiana, rischiosa, intelligente. È un messaggio che arriva anche ai paesi che si ritengono democratici: il rispetto dei diritti umani non è un dato acquisito ma una continua conquista, che richiede dedizione e manutenzione costante. Gli attivisti che vengono alle Murate da paesi autoritari parlano anche al nostro paese e ci chiedono di coltivare la consapevolezza di ciò che serve perché le tensioni autoritarie che si manifestano anche qui vengano combattute con amore e passione, con intelligenza e coraggio. Chiunque dica che è facile, chiunque dica che la tecnologia risolve i problemi o li alimenta sbaglia: è la cultura democratica e costituzionale, il senso umano della giustizia e della convivenza civile che vanno coltivati, perché gli strumenti vengano usati e migliorati al servizio di obiettivi dotati di senso.

Link. Letture per domani. Netneutrality tedesca e frequenze italiane. Occhio a Telecom

Deutsche Telekom è intenzionata a introdurre restrizioni nel traffico internet per le famiglie abbonate entro il 2016 in modo da contenere la quantità di banda consumata dai sottoscrittori. Ma lasciando invariata l’usabilità del suo servizio televisivo e creando una disparità con i servizi concorrenti che servono anche a scaricare video come YouTube, iTunes, Facebook (NyTimes).

E’ un attentato alla netneutrality. Non è detto che passerà. Ma questo genere di propositi, specialmente quando sono annunciati con tanto anticipo, servono proprio a spostare il limite dell’ammissibile. Finora questo genere di discriminazione era fatta solo sul mobile. Ma in Germania pensano di farlo anche sul fisso. Entrambe le forme di discriminazione creano una forma di scarsità che garantisce un enorme potere all’operatore telefonico che la impone. Non tutti ne fanno uso. Ma possono pensare di farlo.

La scarsità “naturale” di frequenze per il mobile (che in Italia è una storia infinita collegata alla difesa della televisione tipica di questo paese, Longo) è portata qualche volta a sostegno della legittimità delle politiche non neutrali su quella rete. Ma la scarsità di banda fissa è soprattutto una scelta dovuta alla disponibilità a investire degli operatori.

Di certo, non è coerente che gli stessi operatori dicano di essere disposti a investire in nuova banda solo se vedono che la domanda cresce e nello stesso tempo dichiarino che è necessario gestire la banda per l’uso eccessivo, abolendo la net neutrality. Ma può avvenire perché gli operatori hanno tutto il diritto di sviluppare strategia che trovano più conveniente.

Quello che può correggere la situazione è una politica che veda nell’agenda digitale uno dei pilastri dello sviluppo e della crescita. Che quindi stabilisca che la domanda nasce quando c’è offerta di banda. E che l’indotto di innovazione che genera nasce quando c’è neutralità della rete.

La separazione della rete Telecom Italia può essere molto utile, in un contesto in cui ci sia una chiara politica digitale. Altrimenti rischia di finire nell’ennesima mezza novità.

iPD dalla Sardegna

La società civile vive il territorio e la coscienza delle persone evolve, indipendentemente dalle attività dei partiti. Anche se c’è ovviamente una relazione e sapendo che la relazione non è lineare.

A Sedilo, in Sardegna, una discussione partecipatissima, sulla relazione tra politica e società ai tempi di internet in un paese democratico e nel contesto della crisi di coscenza del PD. La proposta di Stefano Boeri: che dice facciamo decisioni nei circoli non discussioni su decisioni già prese a Roma. La questione delle primarie aperte è all’attenzione di tanti interventi. La sollecitazione a Renato Soru perché si ripresenti.

E Soru disegna una visione, parlando di come il mondo è cambiato. Di come in Sardegna il 50% dei giovani non lavori. Di come il nuovo lavoro non si cerca ma si crea. Il PD deve rappresentare tutti, chi lavora, chi cerca e chi crea il lavoro. Per questo occorre un pensiero nuovo. E la Sardegna può sviluppare un pensiero nuovo, farlo in modo che nasca dalla sua specificità e che influenzi il pensiero del resto del paese. Affermare il ruolo dei sardi, integrata in Italia, integrata in Europa, non fatta solo di tradizioni ma fatta per tracciare una visione del futuro. Nel 1994 c’era la televisione e i soldi per generare il successo di Forza Italia. Oggi internet è servita a generare il successo dell’M5S. Il PD non può continuare a perdere di vista l’emergere di nuovi mezzi di comunicazione e alle opportunità politiche che offrono. In Sardegna si può fare ina piattaforma che serva meglio di quello che esiste, che sia più adatta al territorio e che possa servire per le altre regioni. Serve: 1. un modo di fare informazione insieme, con articoli mandati a Sardegna Democratica; 2. un modo per fare commenti non in modo anonimo, per garantire la qualità del dibattito; 3. un sistema per rilanciare su Facebook e Twitter le notizie e i commenti; 4. fare progetti di legge e programmi visionari in modo condiviso e wiki; 5. votazione delle proposte; 6. democrazia continua con dati aperti, certi, con numeri trasparenti e garantiti; 7. con trasmissione in streaming degli eventi; 8. con un comitato di garanti; 9. con un archivio di documenti cui tutti possono contribuire. Non si può più fare politica senza internet.

È candidato Soru? “Il candidato sarà scelto dalle primarie. Chi ha avuto l’onore che ho avuto resta a disposizione. Mi considero un candidato di riserva”.

Link. Letture per domani. Open access, insicurezza, intelligenza collettiva

Roberto Caso scrive un paper molto importante sul diritto formale al servizio dell’open access alla conoscenza scientifica: Scientific knowledge unchained: verso una policy dell’università italiana sull’Open Access. The Trento Law and Technology Research Group. Abstract: «Lo scopo di questo scritto è mettere in luce quel che il diritto formale può fare a favore dell’Open Access (OA). La tesi di fondo è che il diritto formale – la legge, i regolamenti, i contratti – può rappresentare un formidabile ausilio all’affermazione del principio dell’accesso aperto, ma che il definitivo successo dell’OA risiede in un radicale cambiamento delle norme informali che presidiano le prassi dell’editoria scientifica. Un tale mutamento dipende dalle dinamiche di potere nelle quali si intrecciano gli interessi degli scienziati che comandano il gioco delle pubblicazioni (potere accademico-scientifico) e gli interessi degli editori scientifici che hanno una posizione di preminenza sul mercato (potere commerciale). Inoltre, un ruolo di primo piano viene giocato dai nuovi attori che si affacciano nel sistema della comunicazione scientifica (archivi disciplinari, motori di ricerca, social network scientifici etc.). Particolare attenzione è riservata al mutamento normativo e all’interazione tra diverse tipologie di regole (regole giuridiche, regole informali e regole tecnologiche). Lo scritto s’incentra sull’accesso aperto alle pubblicazioni e tocca tangenzialmente altri, e pur fondamentali, aspetti connessi come quello dell’accesso ai dati della ricerca scientifica.» (Download pdf)

Ilvo Diamanti con Demos conduce un’indagine continuativa sulle insicurezze degli italiani. «È un’insicurezza generalizzata, pervasiva, si potrebbe dire totalizzante, quella degli italiani in questa fase così incerta, che determina e alimenta paure e preoccupazioni crescenti. Aumenta il peso della crisi economica e sociale più in generale, ma anche l’incertezza politica e il difficile rapporto con l’Europa: elementi che concorrono a delineare una sorta di “male oscuro”. L’informazione TV riflette il disagio, ma non lo alimenta come in passato.» (Download pdf)

Antonio Spadaro, cyberteologo e direttore di Civiltà Cattolica, suggerisce a chi sia interessato ai temi dell’intelligenza collettiva di leggere o rileggere Pierre Teilhard de Chardin, per esempio: Il fenomeno umano (1938-1940), Il Saggiatore, Milano 1968 – Edizioni Queriniana, Brescia 1995

Per collegare il racconto della società all’azione politica. Il divorzio tra le persone e gli eletti non è irrimediabile

Il caso della donna ridotta in schiavitù a Firenze, raccontato sull’account Facebook di Matteo Renzi, è istruttivo. Per l’informazione, la politica, la visione:

1. È un fatto. È una storia coinvolgente, emozionante, difficile. È stato segnalato dalle persone che vivono a Firenze. È stato verificato e ha trovato ascolto tra le autorità. È stato preso in carico da istituzioni competenti. Ha trovato una soluzione.
2. È una modalità per fare politica. Il nome di Matteo Renzi si collega con un’operazione andata a buon fine, testimonia di un atteggiamento politico aperto, attento ai problemi delle persone immigrate, rispettoso della cittadinanza, capace di risolvere i problemi. Si manifesta senza mediazione giornalistica ma direttamente sulla rete. Va dritto al punto.
3. È una visione simbiotica tra la società e la politica. Senza le segnalazioni venute dalla società le autorità forse non si sarebbero accorte del fatto e non sarebbero intervenute. Senza la presa in carico da parte delle autorità la società si sarebbe sentita ancora una volta abbandonata a sé stessa. Dimostra che il gesto di un cittadino che segnala può avere delle conseguenze pratiche, arrivare a un’azione di successo, generare un ambiente sociale migliore. Il gesto di ciascuno migliora l’insieme e questo migliora la vita di ciascuno.

Il divorzio tra società e politica è anche la mancanza di un’esperienza quotidiana della relazione tra ciò che le persone fanno e ciò che fa la politica. Ma questo divorzio non è ineluttabile. Si affronta, come spesso succede, parlandosi meglio e ascoltandosi di più. Si risolve con un lavoro strutturato e paziente.

La società civile si dovrà dotare di strumenti per arrangiarsi di più, fare sentire meglio la propria voce, manifestare istanze più concrete e motivate, imporsi all’attenzione dei politici. Questo fenomeno è già cominciato. Può migliorare. E può avere conseguenze, se si considera che gli eletti non diventano tutti insensibili solo perché sono eletti, ma anche perché a loro volta si perdono in una macchina senza senso, con l’impressione di non poter fare abbastanza. In un contesto così, si genera un sistema che incentiva con maggiori probabilità la selezione di un personale politico che si concentra solo sull’occupazione di poltrone invece che sul servizio alla popolazione.

Da dove si comincia? La riforma della macchina politica è necessaria. Ma mentre i politici tentano di farla, noi, la società civile dobbiamo darci un’organizzazione per spingerli ad ascoltare. A partire dall’informazione di mutuo soccorso e i media civici. Imho.

Prossimi incontri. Alberto Sangiovanni Vincentelli. Mancati incontri. Il sottosegretario allo sviluppo digitale

Alberto Sangiovanni Vincentelli, professore a Berkeley, parla oggi a Padova, nell’ambito di Segnavie, la serie di incontri organizzati dalla Fondazione Cariparo. E parla di senso del rischio, dell’imprenditorialità, delle infrastrutture che servono a dare forza a un ecosistema dell’innovazione. La distanza che separa l’Italia dalla California. Nella speranza che si spinga a raccontare anche come e se è interpretare in modo originale le opportunità offerte dall’innovazione, anche se non si è basati a San Francisco (CorriereInnovazione).

Intanto, Riccardo Donadon manifesta una critica forte contro i ritardi nell’applicazione del decreto crescita per quanto riguarda le starup e la semplificazione delle condizioni per l’avvio di iniziative imprenditoriali innovative (CorriereInnovazione).

In effetti, la politica necessaria a sviluppare il potenziale di crescita legato all’innovazione e alle startup sembra sia stato messo in secondo piano nei primi giorni di questo nuovo governo. Come negare che manca una figura di riferimento per tenere alta l’attenzione e l’azione intorno ai temi dell’agenda digitale, dell’infrastrutturazione digitale, della modernizzazione della pubblica amministrazione, della facilitazione alla nascita di nuove imprese innovative… Non è mai troppo tardi, certo. Nella speranza che alla nuova compagine governativa manchi solo un po’ di attenzione: sarebbe grave, visto che si tratta di uno degli argomenti sui quali si può costruire di più e con risultati probabilmente più veloci da raggiungere; ma sarebbe rimediabile presto, almeno scegliendo un responsabile del coordinamento delle politiche in materia.

Iniziative per domani. Progettate oggi. Interior design, hacking Italia, diario creativo

Cocontest è una piattaforma tipo Zooppa per chi vuole riprogettare l’interno della propria casa con l’aiuto di architetti interessanti: il cliente pubblica le specifiche e il prezzo che vuole pagare, tutti gli architetti interessati mandano una proposta; il prescelto viene pagato. La piattaforma trattiene una quota del valore del lavoro. Il numero di architetti e designer iscritti è già elevato e questo aumenta ovviamente le probabilità di trovare un progetto che piace davvero. L’impresa è incubata a EnLabs.

Hacking Italia – e ce ne sarebbe bisogno! – segnalato da Nicola Iarocci, cerca di raccogliere una comunità di persone che ci sanno fare con i computer e condividono notizie, esperienze, progetti. L’editoriale di presentazione, dimostra l’importanza dell’informazione di mutuo soccorso.

Luisa Carrada (via Marco Faré) suggerisce il tema del diario creativo come allenamento per la felicità. Aiuta a conoscersi, dice Teresa Amabile di Harvard, serve a celebrare i piccoli successi, a pianificare i prossimi passi, a nutrire la propria crescita personale, a coltivare la pazienza. Il diario è uno strumento per la progettazione della propria vita.