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L’equilibrio richiesto nelle riforme sul digitale. Copyright, monopoli, privacy, tasse, e così via

L’importanza sempre crescente della tecnologia digitale nell’economia, nella politica, nella società, nella cultura e nell’ambiente non lascia più spazio agli scettici conservatori, del tipo di quelli tipicamente italici che nel 1995 giudicarono internet “una moda passeggera come il borsello maschile”. Lo scetticismo conservatore si è trasformato in una lamentazione distonica, fatta talvolta di nostalgia per il mondo del passato, talvolta di critica ansiogena del presente, talvolta di cupe previsioni sul futuro. Anche perché ci si comincia a rendere conto che al di là di quello che il digitale ha già generato, c’è ancora molto di nuovo che può generare, con intelligenza artificiale e big data, robotica e sensoristica. D’altra parte tra i sostenitori del digitale ci sono diverse categorie poco raccomandabili: i tecno-ideologici, impegnati a convincere tutti che la tecnologia va avanti da sola e asfalta si suoi oppositori; i tecno-entusiasti, fanatici critici della storia e spietatamente convinti che il futuro sia un contenitore che si riempie con una grande quantità di meravigliose novità, delle quali sono aprioristicamente innamorati; i tecno-tecnici, convinti che ogni cambiamento sia un progresso, perché ogni nuova versione di una tecnologia è migliore della precedente. Sicché, quando si parla di come incentivare, governare, progettare, indirizzare e regolamentare uno sviluppo così importante e complesso, viene sempre fuori un fuoco di sbarramento fatto di slogan e posizioni preconcette: il dibattito deliberativo è l’ultimo degli strumenti ai quali si ricorre.

Le fiammate di questa interminabile discussione si riaccendono e si spengono ogni volta che un politico o personaggio importante spara la sua proposta di riforma del digitale: se sceglie bene i tempi, coglie una grande attenzione, regolarmente seguita da una cortina fumogena di prese di posizione, tra le quali si intravvedono anche alcune buone idee: ma con tale fatica che dopo un po’ tutti, esausti, lasciano perdere. Sarà così anche per il dibattito sul suggerimento di spezzare i monopoli digitali di Elizabeth Warren, sul copyright europeo, sull’interoperabilità (vedi l’interessante articolo di Bruno Saetta su Valigia Blu).

Una mappa per attraversare questi momenti e per discernere quello che veramente succederà sarebbe molto auspicabile. Qui ne riporto alcune direttrici principali, enucleate sulla base di un’esperienza ormai molto lunga, ma senza la pretesa di andare oltre un insieme di ipotesi.

A. Le difficoltà del rapporto tra regole e digitale:
1. Il monopolio e la rete: ogni tecnologia di rete tende naturalmente a diventare monopolista; spezzare un’azienda che governi uno di questi monopoli, se non cambia nient’altro, non ottiene altro risultato che ricreare un monopolio a favore del moncone di quell’azienda che raggiunge il miglior successo (il caso At&t può essere usato come esempio)
2. Il copyright e il digitale: ogni pezzo di software è facilmente copiabile e difendere il software che contiene copyright è difficile, richiede mosse costose e tecnologicamente arbitrarie, può essere fatto con un grande dispendio di energie legali o con un modello di business tanto conveniente da disincentivare il comportamento che non riconosce il copyright
3. La privacy e le piattaforme: le informazioni sugli utenti che vengono raccolte dalle piattaforme e che servono per il loro stesso funzionamento sono tali da consentire una conoscenza profonda dei comportamenti e dei pensieri degli utenti stessi, sicché la difesa della privacy deve entrare nel governo delle piattaforme e nel loro modello di business o risulta impossibile
4. Le aziende digitali e le tasse: le grandi multinazionali digitali possono muovere il valore aggiunto internamente tra paesi e sistemi fiscali diversi in modo privo di barriere, sicché per far loro pagare le tasse in modo equo i sistemi fiscali devono poter entrare profondamente dentro i bilanci e le registrazioni delle attività aggregate a livello internazionale, altrimenti si trovano sempre in ritardo sui fatti
5. Investimenti pubblici e innovazione digitale: la maggior parte del progresso tecnico che ha reso possibile il digitale attuale e i suoi sviluppi futuri è legato strettamente a investimenti pubblici, i cui risultati vengono riconfigurati dai privati.

B. Le linee strategiche di un comportamento normativo efficace:
1. Il principale avversario delle piattaforme attuali è un sistema innovativo che possa costantemente generare nuove e migliori piattaforme in grado di mettere in discussione il potere acquisito dei monopoli dominanti
2. Il sistema delle lobby è sempre in grado di bloccare singoli provvedimenti o di renderli meno che importanti, a meno che i sistemi pubblici non riescano a costruire modalità di azione proattive e multistakeholder, in grado di mettere in minoranza ogni singolo portatore di interesse particolare, per quanto grande
3. Solo i sistemi pubblici che conoscono a fondo le tecnologie possono influenzarne olisticamente lo sviluppo, intervenendo in modo coerente a tutti i livelli, dalla ricerca, alle regole strategiche, ai finanziamenti all’innovazione, alla protezione degli utenti e della concorrenza.
4. Leggi che proteggono interessi particolari non funzionano quasi mai, perché annegano sempre in dinamiche di cambiamento più ampie
5. L’ideologia secondo la quale il “mercato” ha sempre ragione e lo stato deve fare il minimo indispensabile, non tiene conto del potere del capitalismo che annulla il mercato e costringe nell’angolo lo stato, salvo chiedere soldi pubblici per riparare ai suoi inevitabili eccessi speculativi; sicché un intervento pubblico può ripartire da una ridefinizione orgogliosa dei diritti umani che solo il sistema pubblico può salvaguardare e sviluppare.

C. Suggerimenti di esperienza:
1. Come aveva fatto la Commissione per i diritti in internet guidata intellettualmente da Stefano Rodotà nel 2015, i provvedimenti devono essere sempre multidimensionali, in modo da aggregare il più possibile di interessi e dividere le lobby contrarie; l’equilibrio tra le misure proposte in quell’occasione era dato dal fatto che il quadro era orientato all’altissimo obiettivo di sviluppare i diritti umani e che gli interventi erano appunto multidimensionali, sicché si chiedeva la net neutrality (che poteva dar fastidio alle telco), l’interoperabilità delle piattaforme (che poteva provocare l’opposizione delle piattaforme ott), lo studio di impatto digitale prima di prendere provvedimenti su un sistema complesso come appunto quello della rete internet (che poteva frenare la libertà di intervento a favore di singole lobby da parte dei sistemi politici). Di certo, la Dichiarazione non era una legge, ma passò all’unanimità alla Camera anche perché era equilibrata. Anche le leggi che hanno un impatto più grande dal punto di vista operativo dovrebbero essere fatte così per riuscire. Altrimenti rischiano di impantanarsi nell’iter di approvazione o nelle forme di applicazione pratica.
2. Le regole digitali devono essere pensate come parte di un progetto di società, di economia, di cultura: altrimenti non vengono comprese e non trovano consenso. Devono assomigliare più a leve per incentivare comportamenti che a muraglie per impedire comportamenti. Devono essere sviluppate con consultazioni e deliberazioni partecipate in chiave multistakeholder non unilateralmente. Richiedono ai politici di studiare prima di parlare. E in certi casi richiedono cambiamenti radicali: per esempio, la competizione tra sistemi fiscali in Europa è chiaramente un problema da affrontare; la privacy e la concorrenza vanno viste più in chiave proattiva che in chiave difensiva; il copyright non può essere salvaguardato senza equilibrio con la salvaguardia e lo sviluppo del pubblico dominio. E così via.

La complessità dell’argomento è enorme. Prendiamo la questione dell’interoperabilità e della portabilità dei dati. Sono chiaramente due argomenti separati. L’interoperabilità si può dare se le piattaforme sono prese per utility e obbligate per esempio a offrire gratuitamente API che consentano appunto di interoperare. Ma questo avrebbe il problema di imporre allo stato di entrare nella gestione delle piattaforme e rischierebbe di creare buchi nella difesa della privacy. Per entrare nella gestione dovrebbe definire quali sono le piattaforme che diventano tanto dominanti e necessarie da diventare utility. Fattibile. Ma con un approccio dinamico. Nel frattempo l’antitrust dovrebbe controllare che le API siano offerte in modo leale anche ai concorrenti. I dati però potrebbero finire i mani sbagliate, come nel caso di Cambridge Analitica che aveva sfruttato una sorta di interoperabilità. Intanto, la portabilità dei dati imporrebbe comunque sistemi standard per scaricare e trasportare i dati, con l’incentivo di rendere possibili altre piattaforme che potrebbero partire con gli stessi dati. La tecnologia che ospiterebbe i dati scaricati in formato standard potrebbe peraltro diventare a sua volta un problema per la privacy ma anche la grande occasione per giustificare la necessità dell’interoperabilità almeno a livello di profili utente. Complessità enorme: occorre proporre un progetto completo. Leggere bene la GDPR e andare oltre. E’ tutto da fare. Chiunque arrivi con una formuletta semplice rischia di dire cose parziali. Non vado oltre perché l’ho già fatta troppo lunga. Il voto sul copyright europeo, comunque, non è impostato in modo sufficientemente consapevole, nonostante la lunga discussione che l’ha preceduto. Si vedrà quali saranno le sue conseguenze. Di certo, non saranno tutte benvenute.

Tutte queste sono convinzioni basate appunto sull’esperienza. Non rendono il lavoro dei legislatori più semplice. Ma ci consentono di comprendere se si avvicinano a un lavoro fatto bene o se restano preda delle volontà delle lobby. Imho.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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