Twitter è frutto dei suoi utenti e lo resterà

Jack Dorsey e gli altri hanno fatto la piattaforma originale dieci anni fa. Ci hanno messo pochi giorni a fare il software di base e molte settimane a decidere le parole dell’interfaccia. La scelta più difficile e strategica: “follower”. Ma sono stati gli utenti a vedere e inventare davvero quello che si poteva fare con i 140 caratteri. E ora la proteggono dai cambiamenti insensati, proposti inseguendo un modello di business che per ora non si trova: per esempio hanno affossato l’idea di abbandonare il limite dei 140 caratteri, il fondamento di tutto. 

L’azienda deve definire il suo equilibrio: il fatto che la crescita degli utenti è rallentata può indispettire i superficiali analisti di Wall Street che cercano sempre punti di riferimento oggettivi per motivare le loro valutazioni; ma i 300 milioni di utenti che la piattaforma serve ogni giorno per cinque-dieci minuti o più non possono essere piccola cosa. Si tratta di trovare un equilibrio sui costi e le entrate, cercando nel frattempo nuovi modelli di monetizzazione. 

Ma forse Twitter dovrebbe ascoltare i suoi utenti anche da questo punto di vista: chissà se interpellati non direbbero qualcosa di sorprendente, come quando hanno capito a che cosa serviva Twitter e l’hanno definita non come social network ma come mezzo di informazione. Per qualcuno, per esempio, varrebbe la pena di pagare per servizi a valore aggiunto, come una forma sensata e ragionevolmente realizzabile di factchecking, magari in collaborazione con chi lo sta già facendo…

Ps. Se poi l’azienda trovasse parallelamente il modo di condividere i Big Data che raccoglie in modo meno ondivago – garantendo i diritti degli utenti, collaborando con altre aziende in modo stabile ed economicamente sensato – ci potrebbe costruire una conoscenza preziosa.

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