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Forte piano banda larga. Alla prova del futuro

Il piano per portare l’Italia nel mondo sviluppato e decentemente connesso con la banda ultralarga è passato al Consiglio dei Ministri di ieri, rimandando l’idea del servizio universale a 30mega. Il testo è da leggere (pdf).

Si tratta di arrivare a 100mega per metà abbonati entri il 2020 e dare agli altri la possibilità di abbonarsi a 30mega. Oggi solo l’1% va a 100mega e la media dei collegamenti sta tra i 5 e i 9 mega, a seconda delle fonti delle stime. Quindi il piano è ambizioso.

Usando le parole di Vint Cerf, quando descrive l’idea di fondo con la quale è stata progettata l’internet originaria, il piano dice di volere arrivare a un’infrastruttura “a prova di futuro”. Sarebbe una novità assoluta per l’Italia che di solito sceglie la strada di fare le cose all’ultimo momento senza anticipare gli sviluppi successivi e rimandando le scelte più lungimiranti. Ma è un’affermazione da verificare.

Giustamente il piano è agnostico sulle tecnologie, anche se a leggere bene, preferisce la fibra (e come dar torto agli estensori?). Inoltre vuole essere inclusivo anche se la questione del servizio universale a 30mega è stata rimandata. Il fatto è che il piano è ambizioso ma tenta anche di essere realistico e di tener conto delle esigenze degli operatori che, potranno contare su oltre 6 miliardi di investimenti pubblici ma dovranno metterne a loro volta altrettanti per raggiungere gli obiettivi del piano.

A questo proposito le esigenze di Telecom Italia, giustificate dalle esigenze finanziarie del gigante ultraindebitato, sono di fatto il principale problema che mette il piano nelle condizioni di dover sncora dimostrare se sarà capace di vincere la prova del futuro.

Nel piano c’è chiara l’immagine di che cosa ci si aspetta, senza imporre nulla, dagli operatori: che si adattino a prtecipare a una nuova entità pubblico-privata con nessun operatore in maggioranza assoluta, che costruisce la nuova rete collocando la fibra accanto al doppino. Il piano si direbbe immagina una sovrapposizione graduale di tecnologie fino al fatale ma non cogentemente previsto abbandono del doppino e al passaggio definitivo alla fibra. Le alternative ci sono, ma questa ipotesi ha il vantaggio di ridurre la probabilità che gli operatori costruiscano diverse reti nelle aree ricche del paese e abbandonino a sé stesse le aree povere. Un coordinamento che minimizzerebbe gli sprechi di investimenti e il digital divide fisico.

Si metteranno d’accordo Telecom, Vodafone, Metroweb, Cassa depositi e prestiti, operatori e autorità regionali, governo e tutti gli altri soggetti coinvolti? A leggere il piano crescita digitale (pdf) ne varrebbe la pena per il paese. Ma gli interessi di tutte le botteghe e le ditte saranno in gioco in una trattativa che potrebbe rivelarsi infinita. A meno che questa volta il governo non riesca a imporre un ritmo serrato alla discussione: con un handycap, perché chi gioca a rimandare, facendo melina e catenaccio, vince anche se pareggia… Sarebbe un’ennesima intollerabile occasione persa.

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  • Articolo perfetto, che mette in risalto le ambizioni e non fa finta di non vedere le criticità.
    Ho ciccato su “testo da leggere” e sono rimasto secco: 100 pagine di pdf in stile anni 80, non hanno linciato neppure l’indice. annamobbene…:-)

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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