Link. Letture per domani. Netneutrality tedesca e frequenze italiane. Occhio a Telecom

Deutsche Telekom è intenzionata a introdurre restrizioni nel traffico internet per le famiglie abbonate entro il 2016 in modo da contenere la quantità di banda consumata dai sottoscrittori. Ma lasciando invariata l’usabilità del suo servizio televisivo e creando una disparità con i servizi concorrenti che servono anche a scaricare video come YouTube, iTunes, Facebook (NyTimes).

E’ un attentato alla netneutrality. Non è detto che passerà. Ma questo genere di propositi, specialmente quando sono annunciati con tanto anticipo, servono proprio a spostare il limite dell’ammissibile. Finora questo genere di discriminazione era fatta solo sul mobile. Ma in Germania pensano di farlo anche sul fisso. Entrambe le forme di discriminazione creano una forma di scarsità che garantisce un enorme potere all’operatore telefonico che la impone. Non tutti ne fanno uso. Ma possono pensare di farlo.

La scarsità “naturale” di frequenze per il mobile (che in Italia è una storia infinita collegata alla difesa della televisione tipica di questo paese, Longo) è portata qualche volta a sostegno della legittimità delle politiche non neutrali su quella rete. Ma la scarsità di banda fissa è soprattutto una scelta dovuta alla disponibilità a investire degli operatori.

Di certo, non è coerente che gli stessi operatori dicano di essere disposti a investire in nuova banda solo se vedono che la domanda cresce e nello stesso tempo dichiarino che è necessario gestire la banda per l’uso eccessivo, abolendo la net neutrality. Ma può avvenire perché gli operatori hanno tutto il diritto di sviluppare strategia che trovano più conveniente.

Quello che può correggere la situazione è una politica che veda nell’agenda digitale uno dei pilastri dello sviluppo e della crescita. Che quindi stabilisca che la domanda nasce quando c’è offerta di banda. E che l’indotto di innovazione che genera nasce quando c’è neutralità della rete.

La separazione della rete Telecom Italia può essere molto utile, in un contesto in cui ci sia una chiara politica digitale. Altrimenti rischia di finire nell’ennesima mezza novità.

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