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Chiose sulla democrazia facebookiana

Facebook ha chiesto agli utenti di votare se volevano mantenere il diritto di voto sulle decisioni che riguardano per esempio la privacy sul social network. A questi referendum non ha mai votato più dello 0,5% degli iscritti. Il quorum per rendere vincolante il voto era del 30%. Ovviamente il quorum non è stato raggiunto e ora Facebook ritiene di essere legittimata a cambiare le regole a suo piacimento (vedi Slate, TechCrunch, Repubblica, MrWebmaster, Computerworld).

Gli iscritti a Facebook sono una rete non una massa. Non hanno un luogo di informazione unitario che faccia la cronaca della comunità. Probabilmente non pensano che il social network sia una sorta di società che deve decidere insieme su qualche cosa. Sanno che è una piattaforma di proprietà di Mark Zuckerberg e soci e che non è un bene comune. Forse dunque non sentono le votazioni per decidere di questa piattaforma come qualcosa di davvero credibile. Subiscono in generale le decisioni della proprietà, su interfaccia e funzionalità possibili, senza apparentemente fiatare. E non sembrano invece dedicare molto tempo a comprendere che anche su Facebook hanno dei diritti e che farli valere è importante.

Una piattaforma che fosse davvero un bene comune – non proprietà privata – servirebbe per alimentare il senso di partecipazione delle persone alla vita della comunità attraverso la rete. Facebook non sarà mai questo tipo di piattaforma. Lo è internet, in fondo, da sempre e va difesa: ed è probabile che si svilupperà su internet un ambiente, una piattaforma o un insieme di piattaforme per aiutare le persone a decidere civicamente online. Si può scommettere che molti ci stanno già lavorando.

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  • Chiedo scusa per l’ampia citazione, ma sono convinto serva:
    “I bisogni di bene comune non sono paganti se il diritto non li rende artificialmente tali. Infatti il bene comune offre servizi dati per scontati da chi ne beneficia e il suo valore si misura soltanto in termini di sostituzione quando esso non c’è più.
    La consapevolezza del valore dei beni comuni può essere creata soltanto attraverso uno specifico investimento sul fronte della domanda lavorando sulla consapevolezza del nostro rapporto con il contesto in cui essi producono i loro servizi.
    I beni comuni sono entità di cui sussiste un bisogno pubblico e privato che non è pagante a causa di tale mancanza di consapevolezza.”
    [Questo è l’incipit del contributo di Ugo Mattei, intitolato “La nozione del comune”, nella rassegna curata da Paolo Cacciari “La società dei beni comuni”.]

    Come si potrebbe creare una base giuridica che assegni artificialmente a Internet la caratteristica di un bene pagante?
    Un primo passo è senza dubbio la proposta di modifica dell’articolo 21 della Costituzione che, secondo la proposta del suo primo firmatario, Roberto Di Giovan Paolo, prevede l’inserimento nella nostra Carta di un articolo 21-bis [chiedo scusa per l’altra lunga citazione]:

    “Tutti hanno uguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.
    La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire le violazioni dei diritti di cui al Titolo I parte I.”

    In questo modo, con l’artificio del Diritto, i cittadini potrebbero cominciare a sentire maggiormente proprio un bene comune quale, a tutti gli effetti, e’ Internet. IMHO

  • “Una piattaforma che fosse davvero un bene comune – non proprietà privata – servirebbe per alimentare il senso di partecipazione delle persone alla vita della comunità attraverso la rete. ”

    Se è una piattaforma deve essere di qualcuno altrimenti chi paga i proprietari privati dei service provider? Non esiste un bene comune, al massimo esiste una proprietà condivisa. Bene comune così come proprietà pubblica sono ossimori: se A è di Pinco Pallino non può essere allo stesso tempo di Caio a meno che i due non si mettano d’accordo per condividerne la proprietà. Ma a quel punto è sempre di proprietà di qualcuno anche se aumenti il numero di proprietari ad libitum.

    • Fristol, ovviamente risposto per parte mia.
      L’equivoco Bene Comune = Gratis non ha senso di esistere se bene ci si intende su alcuni termini e, soprattutto, sull’approccio alla questione.

      Semplifico anche al mio personale grado di conoscenza della materia:
      Il Bene Comune di cui stiamo ragionando, Internet, e’ un bene di quelli cosiddetti non rivali: se lo uso io, non lo sto togliendo a te. Il Bene Comune e’ ovvio che ha dei costi di struttura ma, il fatto stesso di parlare di proprieta’ privata dei service provider, tradisce questa sua natura. I costi ci sono, sono pagati dalla Comunita’ ad un gestore (non proprietario) eventualmente privato, perche’ tutta la Comunita’ ne usufruisca.

  • Ma internet non è un bene, non è neppure un oggetto, è un network, un’interazione tra persone che usano “beni”, ovvero proprietà private per farlo funzionare: fibre ottiche, server, service provider. E’ come dire che il libero mercato sia un bene comune. Non lo è semplicemente perché è una interazione tra liberi individui che usano supporti fisici come i negozi, i soldi ecc. per farlo funzionare.

    “I costi ci sono, sono pagati dalla Comunita’ ad un gestore (non proprietario) eventualmente privato, perche’ tutta la Comunita’ ne usufruisca.”

    Tutta la comunità pagante ne usufruisca vorrai dire. Il gestore offre un servizio per farti connettere. Se non paghi sei fuori. Hai voglia a dire che è un bene pubblico della comunità.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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