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Il primo settore

Lo chiamano il “terzo settore” quello delle imprese sociali. Ma è il primo e originario.

E in un periodo storico nel quale arretra e si rimpicciolisce lo spazio organizzato dallo stato e dal mercato, la società è chiamata ad avanzare.

A Torino, una manifestazione della Fondazione con il sud, cui ha collaborato Ahref, ha dimostrato che “avanzare” significa fare di più e soprattutto meglio.

Un commento su un recente caso di diffamazione a mezzo stampa

Ho sentito spiegare le reazioni della maggior parte della stampa italiana alla condanna definitiva dell’ex direttore di Libero da una persona che se vorrà si paleserà nei commenti. Il suo pensiero fa riflettere.

Il fatto è noto. Il giornale Libero ha scritto di un caso giudiziario e inserito in un articolo una frase giudicata diffamatoria. Inutile ripercorrere tutta la storia. Al centro c’è quella frase dell’articolo. L’affermazione secondo la quale il magistrato avrebbe costretto la ragazza ad abortire non appare proprio come un’opinione ma piuttosto sembra la registrazione di un fatto: un fatto giudicato falso e diffamatorio.

E allora perché la maggior parte dei commentatori hanno indicato nella condanna alla galera per l’ex direttore di Libero un attentato alla libertà di fare giornalismo?

Molte spiegazioni. Forse più che alle circostanze giudiziarie si è data importanza alla condanna. E di certo se ne esce con l’impressione che un giornalista non possa essere condannato alla galera per qualcosa che ha fatto nello svolgimento del suo lavoro.

Ma allora i giornalisti non possono essere mandati in galera neppure se pubblicano delle intercettazioni telefoniche. Ipotesi che spesso è stata sostenuta dai politici di destra e dai giornalisti che li apprezzano.

Informazione di mutuo soccorso e sistemi anti-bufala

La qualità del controllo dell’informazione migliora o peggiora? È un tema ricorrente da quando la rete ha aperto le porte a moltissimi che vogliono fare informazione. Anche di questo si parla oggi al Palazzo Ducale di Genova, a un convegno dell’Auser.

Il tema si declina spesso in termini di maggiori o minori possibilità di conoscere quali sono le notizie controllate e quali sono le bufale.

Le risposte si dividono ma difficilmente soddisfano:
1. I fiduciosi dicono che la maggiore disponibilità di informazione consente a più persone di esprimersi; starà poi al pubblico farsi un’idea. Ma il pubblico non ha tempo di farsi un’idea autonoma. E questo fa passare indubbiamente un sacco di bufale.
2. Gli scettici dicono che era meglio quando a controllare erano i giornali. Ma la storia insegna che le bufale sono passate anche sui giornali.

Il caso Boffo, tanto per fare un esempio, era tutto sulla carta stampata. Ma tanti altri casi sono su internet. La differenza casomai sta nel fatto che le probabilità di incappare in una bufala o in un piccolo caso Boffo sono cresciute, con l’aumento delle persone che possono produrre informazioni e bufale.

Un tempo la disinformazione, le bufale e le imprecisioni erano prodotte da poche persone, passavano da pochi media e riguardavano spesso persone importanti. Oggi si sono diffuse a strati più ampi della popolazione, dispongono dei mezzi per farsi notare e si sviluppano per motivi anche più futili: basta mettere in giro una bufala ben fatta per avere più traffico sul proprio blog o sul proprio account di Twitter.

Sarebbe assurdo concluderne che la situazione è peggiorata. Ma resta il fatto che di fronte a problemi come questi le persone responsabili cercano soluzioni.

Questione di metodo e pratiche.. Possiamo dire che i giornali ritorneranno a essere il baluardo anti-bufala per cui alla fine ritroveranno in questo modo il loro significato?

Per esempio. Verrebbe da dire che se una storia è una bufala non dovrebbe essere pubblicata dai giornali. Oppure andrebbe pubblicata per dire che è una bufala. Il fatto è che oggi, nel pieno della crisi editoriale, se i giornali non sanno se è una bufala tendono a scegliere tra due strade: qualche volta cercano di saperne di più; altre volte, se come spesso succede non hanno tempo ne parlano come di una cosa incerta. In quel caso, pensano di fare bene il loro lavoro riportando la storia e dicendo che qualcuno la sostiene mentre altri la definiscono una bufala. Alla fine il lettore ha l’impressione che gli resta in base ai suoi preconcetti. O alla sua voglia di buone o cattive notizie.

La strada migliore è che il giornale si faccia un’idea in base a un’inchiesta e decida se è o non è una bufala. Se è una bufala e se proprio ne deve parlare, si impegni a far capire bene ai lettori che è una bufala documentando i fatti. Ma ci vuole impegno e tempo.

La strada peggiore è che qualunque storia che appare interessante o curiosa trovi una strada nel flusso delle notizie lasciando il suo strascico di convinzioni. Anche se è una bufala. E il pubblico ne esce disinformato. Con l’impressione che non ci sia molta differenza tra quello che esce su internet e quello che esce sui giornali.

Con i media digitali non cambia molto dal punto di vista sostanziale. Ma appunto i fenomeni di cui parliamo coinvolgono molte più persone, più o meno importanti, sia tra coloro che diffondono bufale, sia tra coloro che le leggono e diffondono.

Si scopre che non è una cosa che si possa affrontare individualmente.

Quando ti trovi coinvolto in una bufala non riesci a far finta di niente. Al massimo ti consoli pensando che questa volta ti trovi inserito in una storia falsa e ti senti criticato ingiustamente, ma altre volte qualcuno ti ha attribuito meriti esagerati. Non è che una magara consolazione. Serve solo a sentirsi saggi.

Vorresti ripristinare la realtà dei fatti. Ma il flusso di notizie, bufale e non, fluisce. Tra retweet, titoli di giornali, chiacchiere più o meno solidali.

Niente di tutto questo resta. Ma tutto ha conseguenze. Meglio concentrarsi sulle conseguenze importanti. E queste sono meno personalistiche, sono più un lavoro collettivo. Responsabilità, reputazione, valore civico dell’informazione hanno bisogno di un terreno comune, almeno metodologico, che aiuti a limitare i danni e ad aumentare lo spazio dei fatti documentati.

Si deve sperare, e lavorare per costruire, uno spazio metodologicamente corretto, nel quale ci si comporti esplicitamente seguendo i principi dell’accuratezza, della completezza, dell’indipendenza e della legalità, fatto da persone di buona volontà e di responsabilità, che lavorano nella mediasfera, nei giornali o su internet, accomunate dallo stesso spirito civico. La scommessa è che si sviluppi una sorta di crap detector collettivo in grado di isolare le bufale e renderle meno pericolose.

Questo è uno degli argomenti che portano all’esigenza di lavorare per lo sviluppo di un’informazione di mutuo soccorso che, in questa fase pionieristica di costruzione del sistema dei media del futuro, le persone possono sviluppare per aiutarsi insieme contro i predatori dell’attenzione.

E allora, in attesa delle decisioni governative sulle start-up…

In attesa di conoscere che cosa deciderà il Governo sulle misure da prendere per favorire la nascita di nuove imprese innovative in Italia, mentre circolano resoconti più o meno corretti della situazione, mentre qualcuno fa disinformazione e altri ne approfittano per tentare di bloccare tutto, vale la pena di sottolineare alcuni punti della discussione intorno alle proposte elaborate dalla task force (cui chi scrive ha partecipato) ed espresse nel suo rapporto.

Il rapporto è lungo e articolato, molti forse non hanno fatto in tempo a leggerlo tutto. Quindi vale la pena di ricordare alcune convinzioni emerse nel corso dei lavori della task force (riassumo con le mie parole):

1. Nessun limite di età. Le start-up nascono e crescono con l’innovazione, che può venire dall’energia giovanile ma anche dall’esperienza. Costruire un’Italia più favorevole alle start-up è politica per i giovani non perché prevede dei limiti di età, ma perché crea condizioni più favorevoli all’innovazione e meno favorevoli alle rendite di posizione.

2. Nessun regalo di soldi pubblici a nessuno. Le start-up hanno bisogno di pagare tasse in modo ragionevole per aziende che fatturano poco e investono praticamente tutti gli utili che eventualmente fanno. Dopo quattro anni diventano normali aziende. Le aziende che comprano start-up vanno incentivate allo stesso modo di tutte le aziende che fanno ricerca. Gli incubatori e acceleratori privati non ricevono soldi pubblici diversi da quelli che eventualmente già oggi sperano di ottenere partecipando a bandi e gare. Ogni elemento dell’ecosistema è avvantaggiato solo se sono avvantaggiati tutti gli altri. Le entrate fiscali si potrebbero moltiplicare se invece di tassare molto un piccolo numero di start-up, si tassassero in modo ragionevole molte start-up. Ma, in fondo, la principale misura proposta è che le tasse si paghino per cassa e non per competenza: se le tasse si pagano quando i clienti hanno pagato le fatture e non prima, non è lo stato che finanzia le start-up, è lo stato che cessa di farsi finanziare dalle start-up.

3. Logica imprenditoriale nell’investimento pubblico e privato. In particolare, il venture capital non gestisce un euro di denaro pubblico se non per investimenti che decide di compiere prima di tutto con il suo denaro privato. Quegli investimenti generano un guadagno – o una perdita – uguale per il denaro pubblico e per quello privato.

Superata questa settimana, poi, e scoperto che cosa deciderà il Governo, comincerà la vera discussione pratica. Quali territori prenderanno la leadership per conquistare un ruolo di primo piano nell’attrazione di investimenti e talenti? Come si informeranno le persone delle nuove opportunità emergenti? Come si organizzerà la pubblica amministrazione per far fronte alle sue nuove incombenze? Le puntate precedenti, probabilmente, sono meno numerose di quelle che devono ancora arrivare.

Vedi anche:
Start-up: un terreno culturale comune
Strategia della disattenzione

Sull’errore di considerare i social network come una forma di comunicazione

Considerare i social network solo come una forma di comunicazione è un errore simile a considerare la città solo come una forma di riparo dalle intemperie. Un po’ lo è ma di certo non è solo quello.

In realtà, la città è architettura, storia, attività, iniziative, connessioni, geografia, immaginazione: contiene il suo passato e incrocia ogni giorno i suoi possibili futuri. Le piattaforme per i social network sono certamente un fenomeno meno complesso ma non troppo diverso: anche quelle piattaforme sono architettura, storia, attività, iniziative, connessioni, geografia, immaginazione. Soprattutto sono relativamente brevi nel loro passato ma sono dense di incroci con i loro possibili sviluppi futuri.

Per una riflessione intorno alle logiche complesse delle reti è davvero da vedere la conversazione di Edge con Albert-lászló Barabási.

Nuvole inquinanti: lo spreco di energia nei data center

Grande pezzo di James Glanz sul consumo di energia dei data center che fanno funzionare le megapiattaforme e i servizi di cloud computing.

Non è solo un consumo gigantesco (si calcola che i data center del mondo consumino l’equivalente di 30 centrali nucleari): è anche un enorme spreco, visto che circa il 90% dell’energia utilizzata serve non alle elaborazioni ma a tenere accesi i computer inattivi.

La geografia non scompare con il digitale. I cavi, i data center, il consumo di energia sono parte dell’ambiente fisico. E con questo devono fare i conti. Il digitale è parte dell’ecosistema, nel più pieno senso della parola.

update: per chi non li abbia notati, i commenti a questo post sono da leggere; altre fonti infatti danno un’immagine piuttosto diversa della situazione. Grazie ai commentatori!

Start-up: un terreno culturale comune

La struttura del sistema economico italiano ha urgente bisogno di crescita, occupazione, innovazione. Non c’è dubbio che quest’anno gli italiani hanno dedicato molta attenzione alla relazione tra queste urgenze e la fioritura di un ecosistema favorevole alla nascita di nuove imprese innovative. Sono partite molte iniziative sulle start-up: associazioni, siti di servizio, database. In Parlamento sono apparse diverse iniziative per favorire le start-up e, in un contesto meno diviso tra i partiti, quelle iniziative hanno fatto una strada importante verso il consenso interpartitico. Al Governo, il ministero dello sviluppo ha preso a sua volta l’iniziativa sviluppando un’azione complessa e ambiziosa. Le aspettative sono cresciute più della realtà, per ora.

In effetti, l’urgenza è tale che la straordinaria attenzione rivolta dalla politica a questo tema, dopo tanto tempo di colpevole sottovalutazione, non basta a confortare chi vede come manchino ancora le decisioni. E in questo montante sconforto emergono critiche, divisioni, atteggiamenti scettici e talvolta cinici. Questa situazione rischia di alimentare una delle condizioni italiche tradizionali più distruttive: di fronte alla necessità di avviare una fase di forte cambiamento, invece di prendersela con le soverchianti forze della conservazione, gli innovatori si attaccano tra loro, privilegiando la difesa della propria peculiarità soggettiva invece di unire gli sforzi per superare i motivi che frenano l’innovazione. È l’effetto di una mancanza di leadership come è l’effetto di una carenza di cultura del bene comune. Ma di fronte all’importanza del tema, queste mancanze si rivelano e potrebbero condurci a correggerle, almeno un po’.

Niente di nuovo né stupefacente. La moltiplicazione delle critiche, in questo caso, è un fenomeno connesso prima di tutto con la lentezza con la quale si prendono le decisioni. Le critiche – ragionevoli o preconcette – sono necessarie e ineludibili. E logicamente, in questo momento, si concentrano intorno all’azione del governo. La situazione è nota: il ministero dello Sviluppo ha chiesto a una dozzina di esperti e osservatori del mondo delle start-up di raccogliere le idee su ciò che occorrebbe fare per accelerare la nascita di imprese innovative in Italia con l’intenzione di usare il rapporto di quella task force (alla quale chi scrive ha partecipato) come punto di riferimento per poi produrre una decisione legislativa in materia. Il rapporto è stato prodotto dalla task force coinvolgendo un vastissimo insieme di persone che opera nel mondo delle start-up e lo ha consegnato al Governo. E ora i funzionari dell’amministrazione stanno facendo la loro parte scrivendo il decreto che verrà proposto al Parlamento. A loro volta, probabilmente, stanno tenendo presenti le iniziative parlamentari già avviate, le istanze apparentemente divergenti dei vari ministeri, le compatibilità finanziarie e le labirintiche matasse di leggi con le quali si intreccia l’innovazione da introdurre per accelerare l’ecosistema delle start-up.

Questo è l’iter. Lentissimo e complicato. Chiaramente insoddisfacente di fronte all’urgenza. E stiamo aspettando per questa settimana di conoscere le decisioni di chi sta nelle stanze dei bottoni. I membri della task force, le centinaia di persone che hanno contribuito al rapporto, i potenziali startupper, i potenziali finanziatori, le università e i parchi scientifici, gli osservatori e tutto l’ecosistema stanno aspettando di sapere se le decisioni saranno ambiziose e puntuali o generiche e compromissorie. Saranno reintrodotte limitazioni tradizionali (si teme ad esempio le reintroduzione di una limitazione delle misure al solo mondo dei giovani con meno di 35 anni che la task force non aveva voluto)? Saranno sterilizzate le semplificazioni burocratiche e fiscali? Sarà introdotto qualche meccanismo arbitrario? Si rimanderà a una pletora di regolamenti attuativi che rischiano di non arrivare in tempo per rendere effettiva l’innovazione legislativa? Le domande si moltiplicano e i rischi non mancano.

L’influenza della task force non è andata oltre la possibilità di fare ascoltare al Governo le istanze e le considerazioni nate dall’esperienza. E correttamente non può e non deve superare questo ruolo, poiché altrimenti renderebbe credibile il sospetto di un conflitto di interessi che è stato sollevato recentemente.

La task force non ha potere, in effetti. Ma ha partecipato al processo proprio perché i suoi componenti hanno valutato positivamente il fatto che l’amministrazione abbia voluto ascoltare chi lavora nelle start-up prima di decidere in materia. Si noterà peraltro che questo Governo ha aperto diverse consultazioni con diverse modalità e usando diverse metodologie. Dovrebbe essere un’innovazione da mantenere per il futuro, coinvolgendo possibilmente diverse persone.

Si tratta in sostanza di creare una relazione costruttiva tra chi lavora e fa esperienza nei contesti sui quali occorre intervenire con un’innovazione legislativa e chi decide in materia. Il legislatore dovrebbe avere un ruolo metodologicamente chiaro, per essere più efficiente, consapevole e veloce, anche sollecitando il supporto di informazioni da parte di chi può darlo sui contenuti delle decisioni. Questa innovazione metodologica deve maturare. Ma il passaggio potrebbe diventare irreversibile. Mentre molti lavorano sulla trasparenza, la partecipazione, la consapevolezza delle compatibilità tra le conseguenze di decisioni alternative; mentre alcuni sviluppano piattaforme digitali per agevolare questa maturazione democratica (open data e bilancio partecipativo, NationBuilder e LiquidFeedback, e così via…); e mentre in ogni caso la democrazia appare come un sistema che ha sua volta ha bisogno di innovazione per adattarsi al mutato contesto globale: ebbene, questi esperimenti di nuova partecipazione e dialogo tra i decisori e i cittadini servono a fare esperienza su un percorso fondamentale.

L’obiettivo è costruire una consapevolezza del terreno culturale comune che dovrebbe stare alla base del dibattito attraverso il quale si prendono le decisioni. Il senso civico unisce, gli interessi dividono: la dinamica della convivenza ha bisogno sia dell’uno che degli altri. Per troppo tempo abbiamo assistito a dibattiti basati solo sulla contrapposizione dei punti di vista particolari ma è tempo di rivalutare ciò che abbiamo in comune. Per concentrarci sui fatti e i risultati, non sulle intenzioni e le aspettative.

Update: da vedere il pezzo di Paul Graham su start-up e crescita.

Consultazione sui principi fondamentali di internet

“In vista del prossimo Internet Governance Forum (IGF), il Ministero dell’Istruzione, Università’ e Ricerca invita tutti i portatori di interesse (“stakeholder”) a contribuire al dibattito su cinque temi fondamentali legati ad Internet: principi generali, cittadinanza in rete, consumatori e utenti della rete, produzione e circolazione dei contenuti e sicurezza in rete”.

La consultazione si è aperta ieri e va avanti 45 giorni.

Giusto per fare un esempio si può commentare la posizione proposta sulla neutralità della rete:

Neutralità della rete e architettura aperta
La neutralità della rete costituisce una garanzia che il futuro di internet mantenga quei requisiti di apertura, di competitività e di innovazione che hanno consentito il suo successo. Internet si basa su protocolli definiti attraverso un processo aperto e condiviso; gli standard adottati sono liberamente accessibili in rete; le reti, i servizi, le applicazioni, i sistemi in Internet non negano arbitrariamente l’interoperabilità di tutti i protocolli che sono applicabili. L’architettura di Internet prevede la raggiungibilità di tutte le reti che condividono i protocolli ed adottano la numerazione standardizzata, attraverso meccanismi di interconnessione tra reti di reti di operatori diversi, anche a più livelli (globale, regionale, locale); tutti gli operatori adottano come minimo il criterio del “best effort” per garantire la raggiungibilità di tutte le reti; nessun dispositivo o rete é discriminato nella connessione con qualsiasi altro dispositivo o rete sulla base di criteri economici, politici, sociali. Tutti gli operatori adottano per il servizio di accesso ad Internet minimo il criterio del “best effort”, senza alcuna discriminazione sulla base del contenuto, del destinatario o mittente, del protocollo o dell’applicazione; qualsiasi servizio di accesso che non abbia questi requisiti minimi non può essere commercializzato come “accesso ad internet”, al fine di informare correttamente l’utente; gli operatori possono offrire servizi di tipo “premium” a qualità più elevata, purché non siano associati a pratiche commerciali anticompetitive. Infine Internet si regge su sistemi di governance indipendenti da interessi particolarisitici di natura privata o statale.

Si può obiettare che questa idea di neutralità non sottolinea come la rete sia neutrale nei confronti dei contenuti dei pacchetti – anche se in un certo senso lo sottindende – e soprattutto non fa notare che nella rete mobile queste indicazioni non sono garantite.

Vale la pena di entrare nella consultazione, dunque. Ecco il link.

EarPods

Nessuno è obbligato a credere che ogni cosa faccia la Apple sia fantastica. Di certo è pensata. E il fatto che le cuffie avessero bisogno di una “pensata” è ovvio per quanto erano scomode e per quanto si rompevano facilmente, dato che mettendole in tasca le connessioni andavano sotto stress.

Si parla al passato, qui, perché a quanto pare la Apple ci ha dato una pensata e ha prodotto le EarPods. Nuove cuffie con design rinnovato e un sacco di novità.

Se sei interessato a questa faccenda marginale, la recensione, vagamente scettica, di iFixit, è una lettura divertente.

Generative design

Il design generativo dello studio berlinese onformative è un metodo. Da conoscere.

Johnson parla di Future Perfect

Leggendo Future Perfect. IL video è un’autopresentazione dell’autore.

Future perfect, present bizarre. Stranezze del commercio di libri digitali

Ebbene. Oggi esce il nuovo libro di Steven Johnson, “Future perfect”. Si va sullo store americano di Amazon e si scopre che la versione Kindle costa 20 dollari circa, mentre quella cartacea ne costa 15 circa. Vabbè.

Ma poiché il sistema rileva che la richiesta viene dall’Italia, questa viene deviata sullo store italiano. Il problema è che qui in Italia il libro non è disponibile, neppure in formato Kindle, fino ai primi di ottobre. Vabbè.

La soluzione è trovare un account americano. Se per caso se ne trova uno non di Amazon ma di Apple si scopre che su iBooks il prezzo della versione digitale è 12 dollari circa. Vabbè.

Future perfect. Present bizarre. Now I’m reading.

ps. Per quel che vale quanto ho potuto vedere, la prima grossa recensione al libro è arrivata prima su Twitter che su Google.

La città è una ben peculiare piattaforma, peraltro

Si dice da tempo che c’è una sorta di analogia tra l’evoluzione di una piattaforma e quella di una città. Entrambe, in fondo, devono popolarsi attraverso l’offerta di un insieme di servizi che rendano le persone più capaci di esprimersi, connettersi, divertirsi, produrre, elaborare, sedimentare esperienza e conoscenza, comunicare messaggi, creare nuove idee, e così via… Entrambe sono “tecnologie” che collegano le persone, memorizzano conoscenze, aiutano a elaborare decisioni. Ed entrambe hanno successo quando superano se stesse grazie agli utenti che le vivono in modi che vanno oltre le aspettative di chi le ha progettate (vedi anche l’intelligenza delle smart city): diventando ecosistemi vivi, solidi, sostenibili, creativi, dotati di diversità e produttività. Le città e le grandi piattaforme generano sistemi complessi nei quali i fenomeni emergono e non si pianificano…

E’ anche chiaro che, rispetto alla città, una piattaforma può essere progettata in un tempo relativamente breve, da un numero di persone relativamente piccolo e con finalità piuttosto concentrate.

Forse è per questo che la progettazione delle piattaforme cittadine, che attualmente alimenta il concetto di smart city, assume un tale fascino: sembra di poter accelerare l’evoluzione della città e incidere maggiormente sulla sua riprogettazione. Della quale, con ogni evidenza, c’è enorme bisogno.

Questo è vero fino a un certo punto, ovviamente.

Ma la penetrazione di internet nella vita quotidiana, l’impatto evolutivo delle tecnologie digitali viste come estensione delle facoltà cerebrali della connessione, memorizzazione ed elaborazione, non lasceranno la città inalterata. E dunque agire sul cambiamento è molto meglio che subirlo: soprattutto se la popolazione interessata è consapevole delle dinamiche in atto. Ottima dunque l’impostazione di Pordenone, che nel darsi una strategia di “smart city” parte dall’obiettivo chiaro di diventare più “facile” da vivere e avvia il dibattito pubblico in materia prima di prendere impegni di spesa. Molte altre città sono sulla strada di privilegiare il pensiero condiviso all’applicazione di schemi tecnologicamente prestabiliti.

Chissà che non sia una conseguenza costruttiva di qualche aspetto della “spending review”.

A Pordenone. Esperienze e visioni sull’intelligenza della città

Oggi a Pordenone si parla di smart cities. In un percorso che riguarda anche il nuovo piano regolatore. Ecco un promemoria di riflessioni proposte qualche mese fa:

Esperienza. “We shape our buildings; thereafter they shape us”.

Molte citazioni che si trovano decontestualizzate su internet non sono una sicurezza dal punto di vista filologico. Ma questa citazione di Winston Churchill vale la pena di essere ripetuta. Perché introduce il tema delle smart city nel modo più ambizioso: siamo noi che diamo la forma ai nostri edifici, ma sono gli edifici che poi modellano la nostra vita e la nostra cultura. E a maggior ragione questo vale per le città. La prospettiva che serve a interpretare la nozione di smart city è inevitabilmente una prospettiva di lunga durata, nella quale l’esperienza umana si sedimenta nei suoi risultati e questi indirizzano il suo avvenire.

Il fatto che l’idea di smart city sia ormai di moda, o meglio sia ripetuta molto più spesso del solito, la rende “interessante”. Ma ciò che la può rendere “importante” è la sua eventuale connessione alle tendenze di fondo dell’evoluzione culturale e organizzativa della società.

Il problema è essenzialmente di modello decisionale. Chi sceglie? Come si evita il rischio che tutto sia condotto da ottiche di breve termine? Chi offre soluzioni per la smart city può essere un visionario oppure un imprenditore schiacciato dal bisogno di fatturare al più presto. Chi domanda soluzioni per la smart city può essere un innovatore sociale consapevole delle dinamiche culturali con le quali ha a che fare oppure un politico schiacciato dal ciclo elettorale. Il rischio è alto perché qualunque sia la scelta, è destinata a pesare sul lungo termine: per ridurre quel rischio l’unica strada è la riflessione e la consapevolezza. D’altra parte, la riflessione deve a sua volta essere orientata alla decisione e all’azione, altrimenti il rischio è che non si faccia nulla. Occorre una visione condivisa. E una sistematica definizione del campo d’azione.

Il contesto è a dir poco sfidante. Un mondo popolato da 7 miliardi di esseri umani, tendenti ai 9 nell’arco di qualche decennio, si copre di conurbazioni di vario genere. La vita materiale ne è sconvolta. Ma la sopravvivenza dipende dall’intelligenza con la quale ci sapremo coordinare e adattare al cambiamento.

Da questo punto di vista non possiamo comprendere il presente senza guardare alla lunga durata. E’ da un paio di secoli che la popolazione umana aumenta esponenzialmente. Siamo arrivati oltre il flesso e verso l’asindoto. Ma, nel corso dell’epoca industriale, ci siamo adattati a essere tantissimi sviluppando città e producendo beni in modo sempre più efficiente dal punto di vista dei conti economici, ma in modo abbastanza inefficiente in termini di uso delle risorse non rinnovabili, in termini di qualità della vita relazionale, in termini di valorizzazione delle dinamiche culturali di fondo. Il filone di ricerca che va sotto il nome di “economia della felicità” è una delle possibili sorgenti di ripensamento che rispondono a questa dicotomia. L’industrializzazione continua, ovviamente, in Asia, mentre in Occidente si è trasformata nella produzione di beni ad alto contenuto immateriale, tanto che si parla di una condizione economica post-industriale, spesso definita economia della conoscenza.

Visione. Il coordinamento degli individui avviene in base alle varie forme di intelligenza collettiva che la cultura è in grado di sviluppare. Stiamo parlando di strumenti di pensiero ai quali i cittadini si connettono e che li aiutano a coordinarsi in modo almeno apparentemente intelligente. Si tratta di strumenti: si appoggiano a tecnologie la cui specifica funzionalità è quella di aumentare le capacità di pensiero individuale e collettivo. I sistemi giuridici, i mercati finanziari, i media che si occupano di informazione, sono elementi dell’intelligenza collettiva. Le città lo sono a loro volta. In un certo senso.

Ma l’intelligenza collettiva non è la fine della storia. In realtà, la qualità e il valore di ciò che la società è in grado di produrre dipende dalla libertà di espressione individuale, dalla capacità di ciascuno di creare, di ricercare la propria felicità, di interpretare la propria vita, di esserne l’autore. Se ciascuno fosse completamente succube degli strumenti di coordinamento collettivo, la sua creatività e autorialità sarebbe bloccata.

Un’intelligenza collettiva ha conseguenze sulla capacità creativa di una società, sia nel bene che nel male. Se è troppo soffocante può uccidere l’espressione individuale. Se è troppo inefficiente può richiedere agli individui di sopperire con uno sforzo di coordinamento troppo grande e dunque ridurre gli spazi di espressione individuale. L’equilibrio perfetto ovviamente non esiste. Esiste la dinamica dell’adattamento.

L’adattamento funziona come negli ecosistemi attraverso un’evoluzione dei comportamenti individuali all’interno delle opportunità offerte dalle risorse comuni e delle strutture che hanno un’efficacia incentivante.

Una delle strutture che si sono dimostrate più favorevoli alla velocità dell’adattamento richiesta dalle sfide dell’epoca della conoscenza si è dimostrata essere la struttura di rete, abilitata in particolare dalla tecnologia internet. E’ dunque possibile pensare alla città intelligente come una città che abbia caratteristiche simili a internet?

L’idea di fondo è che la città sia una piattaforma abilitante per le attività che i cittadini sono in grado di sviluppare.

Se la città è una rete integrata che connette gli individui e ai quali lascia la libertà di interpretare la propria capacità di generare valore aggiunto, abbattendo i costi di transazione e valorizzando le attività individuali, si può definire “intelligente” e anche “smart”.

Occorre connessione, neutralità, apertura. Efficiente, facile, rispettosa.

Per arrivare a questo occorrerebbe che:
1. ogni elemento generatore di connessioni sia interconnesso in modo efficiente e neutrale
2. ogni elemento generatore di dati offra i suoi dati all’insieme dei cittadini in modo aperto
3. la libertà degli individui sia difesa dall’invadenza del controllo collettivo
4. ogni individuo sia capace se vuole di contribuire con il proprio servizio e contenuto
5. i dati mancanti vengano generati da sensori innovativi che conferiscono poi i dati all’insieme

Quello che va costruito, a quanto pare, è un layer che integra e rende interoperabili i diversi sistemi di connessione ereditati dal passato (denaro, trasporti, comunicazioni, ecc) e quelli da costruire (sensoristica, sicurezza, privacy…).

In pratica, la smart city sarebbe una piattaforma sulla quale si sviluppano le applicazioni ereditate dal passato e quelle che si possono inventare per il futuro. Non si occupa delle applicazioni, ma della possibilità per i cittadini di inventarle.

Semplificazione: questione di metodo e prospettiva

Per quanto riguarda la riforma del sistema italiano, la parola chiave a quanto pare è semplificazione. Si tratta di sciogliere la matassa di norme che bloccano il funzionamento della convivenza. Norme incoerenti, sedimentate nei decenni, pensate da politici che si facevano rappresentanti di singole categorie, difese da coloro che da quelle regole sono protetti. E diventate un muro che difende se stesso.

Sembrano i diritti medievali che l’impero o il papato concedevano a particolari corporazioni, città, territori, feudi, comunità. Frappongono dazi e cancelli alla libera circolazione delle idee e delle azioni conseguenti.

IL messaggio sintetico della giornata di ieri organizzata da ItaliaStartup per presentare il rapporto della task force sulle misure da prendere per facilitare la nascita di nuove imprese è stato essenzialmente: semplificare è possibile.

L’idea insomma si diffonde. Matteo Renzi ne ha scritto.

Probabilmente in Italia non è facile semplificare. Diversi governi hanno avuto una figura di ministro della semplificazione, che per quanto consta, non ha diminuito la complessità e neppure la banalità del difficile rapporto tra cittadini e sistema pubblico.

Ma se si sente dire che in Svizzera passano 4 giorni dal momento in cui si chiede un chiarimento su una modifica edilizia e il momento in cui si riceve una risposta, tanto per fare un esempio, si immagina come debba essere prendere iniziative in un contesto più semplice.

Certo, una volta che si sia complicato un sistema è difficile semplificarlo. Ma la questione non è solo importante: è diventata anche urgente. E il consenso che raccoglie è enorme.

L’approccio per farcela non può più basarsi sull’elencazione delle singole semplificazioni che richiede lenzuolate di misure il cui unico effetto è quello di attivare le singole categorie che si sentono minacciate lasciando freddo l’insieme della popolazione. Fino a che il tema è affrontato in questo modo, i pochi che credono di perderci molto riescono a bloccare decisioni che i molti sentono un piccolo vantaggio. Occorre fare una coalizione diversa: nella quale la popolazione si senta insieme di fronte alla necessità di semplificare il sistema e non separata in categorie e tribù.

Che cosa abbiamo insieme? I fatti, le regole, la prospettiva. L’ecosistema. I beni comuni. Che cosa ci divide? L’ignoranza su come stanno le cose, gli interessi di corporazione, il disorientamento nei confronti dell’approccio al futuro.

La prospettiva che costruiamo è sempre il luogo mentale nel quale possono convergere le contrapposizioni corporative. Ma gli italiani hanno maturato troppo cinismo per credere ai politici che raccontano la prospettiva in modo ideologico, fumoso, irrazionale, interessato. E’ ora di fare un discorso più empirico, basato su fatti condivisi, verificabile, metodologicamente corretto.

Chi riesce a rappresentare l’insieme di ciò che abbiamo in comune batterà chi si ostina a rappresentare gli interessi particolari che ci dividono in una società di minoranze. E’ una questione di metodo, raccontato con senso della prospettiva. Imho.