August 2012
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
« Jul   Sep »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Month August 2012

FactChecking e politica…

Il factchecking è la pratica di andare a controllare se i fatti che vengono citati sono documentati e sono riportati accuratamente. Non riguarda di solito la discussione sulla qualità dei documenti che attestano quei fatti, anche se su quella strada un po’ di passi occorre farli di solito.

La questione riguarda la qualità dei fatti attestati da un documento, il controllo svolto da chi riporta i fatti, la comprensibilità del processo da parte di chi riceve il resoconto di quei fatti.

E in politica questo è particolarmente importante come gli italiani hanno visto per molto tempo nei decenni scorsi: ci possono essere politici che riportano fatti falsi, ci possono essere media che non li criticano o addirittura rilanciano le falsità e ci sono gruppi di pubblico che non hanno tempo, voglia o apertura ideologica per vedere criticamente quei fatti come falsi. Questo porta a scelte sbagliate, cioè fondate su convinzioni false: non tutte le opinioni hanno la stessa qualità visto che alcune possono fondarsi su convinzioni false e altre su notizie documentabili.

Il problema del controllo dei fatti politici è piuttosto intricato. Gigaom riporta una discussione sulle frasi pronunciate dal candidato alla vicepresidenza repubblicano. Tipicamente la questione è che il politico sembra avere il diritto di dire quello che vuole. E se i media riportano quello che dice non sbagliano, visto che effettivamente l’ha detto. Ma se dice falsità o fa disinformazione è un problema. E il pubblico si segmenta non in base alla qualità di quello che dice ma a priori: se sta con lui o contro di lui.

Questa pratica abbassa l’asticella razionale della politica e alza l’emotività.

I giornali, i media digitali, i social network che vogliono contribuire a difendere un minimo di razionalità, contribuendo al factchecking (compresi gli esperimenti che si praticano su una piattaforma dedicata italiana di civic links, cui partecipo) aiutano a difendere lo spazio comune della politica: quello nel quale non siamo divisi dalle opinioni ma uniti dai fatti e dal metodo che è necessario per conoscerli accuratamente.

(A proposito: avete visto questo fatto controllato da oggianni?)

I troll della repubblica delle idee

Si diceva ieri dei confini della repubblica delle idee.

Le linee sottili che dividono il comprensibile dall’assurdo in quel territorio dove la proprietà intellettuale si confonde con l’appropriazione indebita sono popolate da molte specie di soggetti. Tra questi ci sono anche i cosiddetti “troll” dei brevetti. Gente che brevetta un’idea, non la realizza e va in giro a fare causa a chi la utilizza.

Si direbbe che sia il caso della Hpl che ha brevettato l’idea di mandare degli sms contenenti dei link a siti web. Ne parla il Washington Post. La Apple e molte altre aziende hanno pagato, ma il New York Times ha deciso di rifiutare un pagamento per un simile brevetto; ora rischia di dover pagare di più ma nello stesso tempo fa diventare la questione di attualità. Per fortuna il sistema dei brevetti europeo è diverso da quello americano.

Il confine della repubblica delle idee

Il caso Apple v. Samsung ha evidenziato come il tema della proprietà intellettuale si sia fatto complesso e quindi richieda un pensiero più sofisticato. Il che avverrà trovando un contesto più adeguato per la riflessione che resta da fare.

Finora i contesti che contano sono quelli legale, economico, tecnologico.

Le cause legali hanno il pregio e il difetto di basarsi su fatti e quindi se si applicano alla proprietà intellettuale cercano di vedere quali siano i brevetti infranti o i design copiati: nei fatti le grandi aziende tendono a dotarsi di un enorme portafoglio di brevetti per potersi confrontare con le altre grandi azienda da una posizione di forza; ma il sistema nella sua interpretazione attuale non è poi tanto favorevole alle piccole aziende. Le logiche economiche impongono a chi non abbia la proprietà di un’idea di pagare una royalty per poterla usare: il che apre alla tentazione di vivere della rendita di quanto fatto in passato per innovare e di rallentare l’ulteriore innovazione quando mette a rischio quella rendita (vedi quello che afferma Peter Wilby). La pratica tecnologica dice che le idee si accumulano e che la nuova combinazione di soluzioni note può essere fotografata come un nuovo oggetto e dunque una nuova possibile proprietà intellettuale: molte idee si accumulano in base a una pratica che avviene nel territorio culturale dei beni comuni, nel pubblico dominio, e non è sempre giusto o facile recintare una parte del pubblico dominio per destinarlo a proprietà intellettuale.

Di fatto il nuovo contesto della proprietà intellettuale è la cultura in senso allargato e non specialistico. Riguarda storie e narrazioni nuove che si applicano a tecnologie vecchie o rinnovate. Riguarda relazioni costruttive tra innovatori e scienziati che si impoveriscono quando diventano proprietà invece che semplicemente collaborazione. Riguarda la salvaguardia dell’innovazione che è stata fatta ma anche la salvaguardia dell’innovazione che sarà fatta in futuro.

Sarebbe assurdo impedire a un’azienda come la Apple di essere premiata per le straordinarie innovazioni che ha portato. E aveva dato una sensazione di ingiustizia l’osservare a suo tempo come la Microsoft si sia avvantaggiata di tante innovazioni della Apple senza restituire qualcosa. Ma la vittoria – per ora – sulla Samsung fa riflettere anche su un altro punto. Quando la Apple ha inventato nuove categorie culturali non ha solo prodotto nuovi oggetti di consumo: ha anche aperto nuove strade alla conoscenza comune. E su quelle strade devono poter camminare anche tutti i futuri innovatori.

La concezione della proprietà intellettuale nel nuovo contesto dell’economia della conoscenza, dunque nel paradigma culturale più ampio che sta evolvendo, deve cercare un nuovo equilibrio tra il premio a chi ha innovato e la libertà per chi vuole competere innovando ulteriormente.

Quell’equilibrio si trova probabilmente là dove la conoscenza comune può lasciare uno spazio alle recinzioni proprietarie senza esserne impoverita: al confine della repubblica delle idee.

Sugli iPad a scuola e l’agenda digitale

C’erano molte preoccupazioni intorno alle decisioni del governo in materia di agenda digitale e scuola. A leggere il documento intitolato “Obiettivo crescita“, bisogna dire che l’impostazione appare piuttosto consapevole.

Bisognerà seguire attentamente tutto questo sviluppo. Fa bene Michele Vianello a sottolineare la sostanza che sta oltre il digitale e alla radice dell’inefficienza. Ed è bene ricordare come la digitalizzazione per esempio della scuola non sia l’installazione nelle aule di lavagne interattive. Ma casomai il loro utilizzo intelligente nell’ambito della didattica. Lo stesso varrebbe per l’acquisto di iPad e altri lettori di sussidi scolastici in versione digitale: conterebbe di più il modo in cui sono utilizzati e la qualità dei loro contenuti. Ci si tornerà anche nel prossimo numero de La Vita Nòva.

Ma le notizie di oggi sono incoraggianti. L’agenda del governo prevede misure di semplificazione, razionalizzazione pensate per il sistema. Compresa una rivalutazione delle competenze nazionali:

Il Governo pone molta attenzione soprattutto alla ricostruzione dei grandi aggregati di competenze nazionali, strumentali non solo alla specializzazione intelligente dei territori, ma anche all’identificazione di cluster innovativi e, in ultima istanza, al disegno di politiche nazionali in settori di interesse strategico.

Che tutto questo sia un insieme di parole è vero. Che il motivato scetticismo italiano ci imponga prudenza è vero. Ma queste parole appaiono guidate da un’impostazione consapevole. Ed è un bene.

Ma allora è possibile: il trasporto always on

Ieri sera, alla stazione di Dordrecht, una domanda per l’impiegato alle informazioni: «Quand’è l’ultimo treno per Rotterdam?». Risposta: «Spero nel 2060.»

Non c’è un ultimo treno. Tutti i giorni, le città intorno a Rotterdam, comprese Delft e L’Aia, sono unite da treni che arrivano e partono ogni dieci minuti. Le città sono unite da un sistema di trasporti “always on” per cui si va da un posto all’altro senza particolare soluzione di continuità e le città sono pensate come un sistema unico. Le distanze non sono più grandi di quelle che ci sono tra Venezia, Padova e Treviso. Oppure tra Milano, Monza e il resto della Brianza… Ma grazie ai trasporti always on, queste città possono pensare uno sviluppo sinergico. Ed essere quello che sono: un’area metropolitana.

Certo, qui il trasporto è un tema affascinante. Uno dei più grandi porti d’Europa e la sua terra sono connessi da vie d’acqua continue e realmente utilizzate dalla popolazione, compresi gli autobus-catamarano. Ovviamente c’è un’ampia rete di tram e un po’ di metropolitana. C’è la rete delle piste ciclabili: il mito assoluto. E ci sono persino le automobili: domate e rese innoque da un sistema di alternative funzionante.

«Consiglio dei ministri come un seminario»

La descrizione del Consiglio dei ministri di oggi letta sulla Stampa è azzeccata e promettente. Non sarà tanto un consiglio di ministri ma una sorta di seminario. In effetti, più che prendere decisioni, i ministri e il loro presidente si devono aggiornare a vicenda, devono pensare a come prendere decisioni compatibili con i vincoli di bilancio ma anche capaci di avere un impatto sulla crescita e la ripresa economica: insomma, devono fare un po’ di riflessione vera, quasi ricerca.

La premessa non è certamente nel fatto che non potendo spendere allora ci si deve accontentare di idee a costo zero orientate alla semplificazione. Al contrario: ci si deve concentrare sulle idee che semplificano perché queste uniscono le persone in una prospettiva più chiara e liberano risorse. Infatti, una quantità di regole complicate si è sedimentata in Italia proprio a causa delle divisioni in corporazioni e centri di potere, ciascuno dei quali ha ottenuto il suo privilegio o la sua posizione di rendita, complicando la vita a tutti gli altri.

Da questo discende che l’elaborazione da produrre con il “seminario” di oggi è quella di una prospettiva che accomuna le persone e le aiuta a vedere da che parte andare, come investire le loro energie.

E solo in terzo luogo si tratta di cercare i mezzi per incoraggiare le energie così evocate ad andare nella direzione giusta. Anche investendo in infrastrutture, ci mancherebbe. Ma anche investendo in idee. Non ce la facciamo solo con le pur indispensabili – indispensabili! – infrastrutture. Catalizzando le idee e le energie delle persone in una prospettiva che unisce si possono attivare le forze anche di coloro che dovranno generare i contenuti della ripresa: le start-up, le nuove forme di educazione e ricerca, i nuovi business sociali e così via.

Se togliamo di mezzo l’idea che le decisioni del governo debbano essere un insieme di favori a questa o a quella categoria, ma un sistema per rivitalizzare la convivenza e l’energia ricostruttiva di tutti, possiamo ricominciare a discutere in modo interessante.

Vedi anche:
Crescita, start-up, muri di gomma
Innovazione e rendita
I prossimi vent’anni per la ricostruzione di senso

Auguri a chi farà parte del gruppo d’azione per l’agenda digitale

Domani dunque ci sarà una tappa importante per l’accelerazione delle iniziative amministrative intorno all’agenda digitale.

Vale la pena di ricordare che un anno fa il governo di allora non appariva in grado neppure di riconoscere l’esistenza del concetto di agenda digitale.

Ora l’impostazione concettuale è fondamentalmente corretta. Casomai ce la prendiamo un po’ per il tempo che ci vuole a realizzare le politiche giuste che il governo attuale sa di dover attuare. E per qualche durezza di troppo o qualche battuta fuori posto. Ma accidenti questo governo almeno conosce i dossier e se ne occupa.

Sarebbe normale, altrove. In Italia è un risultato.

Domani dunque si parlerà di progettazione delle azioni per la crescita, l’innovazione, l’istruzione, la ricerca. Verrà voglia di dar credito a un governo che ha ottenuto risultati eccezionali per un paese anormale come il nostro. Ma attenzione: sarà meglio imparare a discutere costruttivamente anche quello che fa un governo eccezionale. Per prepararci a quello che avremo l’anno prossimo.

Quello che abbiamo in comune. Alla Biennale. E un libro di Maria Luisa Palumbo

La Biennale Architettura diretta quest’anno da David Chipperfield ha per tema centrale “quello che abbiamo in comune”. Difficile trovare un argomento più importante.

maria luisa palumbo

In attesa di visitare la mostra, si può leggere il magnifico libro di Maria Luisa Palumbo, coordinatrice dell’area reMade in Italy al Padiglione Italia. Paesaggi sensibili è un volo tra un panorama di grandi visioni del futuro, popolato dei progetti architettonici che in qualche modo ne traggono ispirazione, appoggiato sulle solide fondamenta della storia e della lunga durata. Non per nulla, Fernand Braudel è all’esordio del capitolo sul Mediterraneo.

Al Padiglione Italia ci sarà anche un’area dedicata ai temi del’Expo, coordinata da Matteo Gatti e Davide Rampello.

Aggiornamenti sul modello Kickstarter

Kickstarter è uno dei grandi successi recenti: un modello di finanziamento per progetti creativi, basato sulla qualità delle idee che le persone possono sostenere economicamente, per avere in cambio una forma intelligente di partecipazione al risultato. La quantità dei progetti che sono stati finanziati in questo modo e hanno potuto vedere la luce è straordinaria. E la qualità del percorso avviato da Kickstarter è profondamente innovativa.

Ma il modello è migliorabile.

Un milione di persone hanno dato 274 milioni a 28mila progetti, dal 2009, riporta Bloomberg. Mark Milian, su TechDeals, segnala però un problema emerso grazie a un recente studio di Ethan Mollick, docente alla University of Pennsylvania, Wharton School: il 75% dei progetti finanziati su Kickstarter che riguardano tecnologia e design non è finito secondo le promesse.

Il modello potrebbe dunque migliorare aggiungendo finanziamenti organizzati intorno a milestones da raggiungere. Forse questo lo renderebbe meno divertente, più burocratico e complicato. Ma se la struttura per obiettivi intermedi fosse presentata nello spirito di Kickstarter, con riconoscimenti interessanti per i fianziatori, forse avrebbe ancora più impatto del sistema di finanziamento attuale. Di certo, se non viene corretto qualcosa e nel caso sia confermato che tre quarti dei progetti di innovazione tecnologica e design non arrivano in fondo, il sistema potrebbe perdere attrattiva e rallentare nella crescita. Sarebbe un peccato: il modello di Kickstarter è liberatorio ed energetico.

Disaccordi e verifiche: due o tre fatti da controllare

Complicata la vita dei fact checker.

Si è detto che la Apple è diventata la compagnia con la capitalizzazione di borsa più grande della storia. Per esempio: MacRumors. Ma se si tiene conto dell’inflazione il primato resta all’Ibm degli anni Sessanta. TechCrunch.

Intanto Groupon continua a far discutere ed emergono notizie contraddittorie. Il Wall Street Journal dice che gli investitori abbandonano Groupon. Fortune mette in dubbio la notizia.

Apple e Samsung stanno cercando di definire addirittura se “ispirarsi” e “copiare” siano verbi che possono interessare i tribunali per la protezione della proprietà intellettuale. Factchecking sofisticatissimo. (Bloomberg, Harvard BR, NyTimes.

L’esperimento Factchecking merita di essere seguito o almeno di raccogliere feedback.

update: vedi il commento di Giorgio Fontana qui sotto… TechCrunch e Columbia hanno fatto un po’ di confusione con i dati aggiustati in base all’inflazione…

Piattaforme come sistemi decisionali autoritari

Le piattaforme hanno successo se attorno a loro si sviluppano ecosistemi di iniziative e attività. I programmatori, gli imprenditori, gli autori o gli utenti che si interessano a posti come Twitter, Facebook e così via, cercano di comprendere come funzionano quelle piattaforme, prendono un’iniziativa, la portano avanti, sperano che di raggiungere degli obiettivi. Scommettono il loro tempo e talvolta il loro denaro su quelle piattaforme perché pensano che le regole che le governano siano stabili e chiare.

Avviene che qualche volta le piattaforme decidano autoritariamente di cambiare le regole. Le proteste non mancano e qualche volta i cambiamenti vengono corretti. (Vedi il caso di Twitter in questi giorni: NyTimes e Quinta).

La consapevolezza che all’interno delle piattaforme proprietarie i progettisti abbiano il potere è necessaria. È anche importante sapere che in qualche modo gli utenti possono influire sulle decisioni dei proprietari. Ma la struttura liberatoria è e resta la struttura aperta di internet come bene comune.

Questa per adesso garantisce che almeno una nuova piattaforma possa sempre venire fuori a correggere i difetti delle precedenti.

Ma ci vorrebbe anche qualcosa di più. Piattaforme che siano beni comuni.

Vedi anche:
Who rules the internet economy
Piattaforme come trappole per contenuti

Dave Winer, Branch, Medium e le trappole per contenuti

Che cosa facciamo con le informazioni che mettiamo su Facebook, Twitter e così via? Regaliamo valore a piattaforme che lo ingabbiano ai loro fini? Partecipiamo da protagonisti a un gioco di intelligenza collettiva? Siamo condotti dalle dinamiche di gruppo in una direzione che non conosciamo? Domande che non cessiamo di porci.

Le nuovissime piattaforme e le esplorazioni di Dave Winer

Immagini alternative di un mondo che cerca ancora le sue metafore ricostruttive: fiumi di messaggi che vanno dove li porta il flusso; silos che immagazzinano e privatizzano i pensieri di chi cerca un modo facile per comunicare; connessioni imprecisate di atomi di idee dotate di metadati che qualcuno userà come vuole. Dave Winer è un pioniere dei blog, uno che vede lontano e uno che costruisce intorno alle sue visioni. Seguirlo significa dare uno sguardo nelle ipotesi che si forma un costruttore di futuri possibili nella dinamica della conoscenza. Non è facilissimo peraltro.

Winer reagisce all’uscita di Branch e Medium. E trova nel secondo servizio il motivo di accettare un compromesso con i suoi principi. Perché ci vede qualcosa di importante. Una sorta di comunità di blogger dove i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post. Forse può servire all’emergere di un’agenda civica? Winer non si pone il problema. Sta di fatto che ha l’impressione, da sviluppatore, di qualcosa di nuovo: semplice, aperto, potenzialmente diverso dalla solita piattaforma che si trasforma in una “trappola per contenuti”.

Forse è semplicemente la sua speranza. Sempre più chiaramente stiamo cercando modi per fare informazione e comunicazione online che non siano basati sull’utilizzo di piattaforme che espropriano gli autori-lettori della loro identità e del loro pensiero. Che riconfigurano l’equilibrio tra l’insieme collettivo e le persone.

E per chi vuole, ecco i link per questa discussione oltre il confine del comprensibile, perché è tutto un insieme di puntini che cercano chi li sappia unire:
New, new, new, di Dave Winer
Medium, di Evan Williams
Winer prova Medium, di Dave Winer
Branch

Who knows Twheel?

The presentation is interesting and it makes you feel like to give Twheel a try.

Twheel is a new interface to manage more efficiently the tweets produced by Fluid Interaction. When you follow many accounts on Twitter you can lose some important messages: but Twheel reorganizes the tweets in a circle (which vaguely resembles the old iPod interface) that allows you to better handle the complexity of the information on the phone. Thus, you download the app and start it… at least that’s what you do if you don’t pay attention to the legal details.

To use a free app you must give some information. In this case, the app declares it all in a very transparent manner. It explains immediately that the application records the time that each user employs to read the contents of a tweet and of what is linked from that tweet. This clearly means that the data is fed into a server that observes everything that everyone does. Twheel adds that the data will be provided to customers, and of course it promises not to give away any personal data, except in cases where the law requires. The law which mainly refers Fluid is Finnish. But it would be of not little importance to know which law Fluid refers to in Iran, China, Syria, Russia, the United States, and so on.

Moreover, when asked to access your Twitter account, Twheel declares that they will use the account to even read direct messages on Twitter, and to write in the name of that account, and to add new followers. I was wonderng why they do so. And so I turn the question to those who pass by this blog:

1. Is your experience with Twheel’s interface nice?
2. What did Twheel write on your Twitter account?
3. Which new followers did it add to your account?

update: @twheelapp answered: “There’s an option in twheel that allows following and unfollowing users. But nothing happens without user interaction”

Chi ha esperienza di Twheel?

La presentazione è interessante. Verrebbe voglia di provarlo, Twheel. Si tratta di una nuova interfaccia per gestire più efficientemente i tweet prodotta da Fluid Interaction: seguendo molte fonti, su Tweet si tende a perdere qualche messaggio importante, ma Twheel riorganizza i messaggi con un sistema di accesso a cerchio che ricorda vagamente il vecchio iPod prima maniera e che consente di maneggiare meglio la complessità delle informazioni sul cellulare. Si scarica la app e si comincia, se non si presta attenzione alle precisazioni legali.

Già. Perché come sempre per usare una app gratuita si devono concendere informazioni. In questo caso, la app dichiara tutto in modo molto trasparente. Spiega subito che l’applicazione registra il tempo che ciascuno impiega per leggere il contenuto di un tweet e di ciò che è linkato da quel tweet. Significa che i dati vengono immessi in un server che osserva tutto ciò che ciascuno fa. Twheel aggiunge che, naturalmente, quei dati verranno forniti a clienti, anche se promette di non fare riferimento a dati personali se non nei casi in cui lo richieda la legge. La legge cui principalmente fa riferimento Fluid è quella finlandese. Ma non sarebbe di poco conto sapere a quale legge farebbe riferimento Fluid in Iran, in Cina, in Siria, in Russia, negli Stati Uniti, e così via.

Inoltre, quando Twheel chiede di accedere all’account Twitter dichiara che si prende il diritto di leggere i messaggi diretti, di scrivere su Twitter in nome di quell’account, si aggiungere follower. A quel punto ci si domanda perché. E si gira la questione anche a chi passa su questo blog:

1. chi ha esperienza di Twheel è soddisfatto dell’interfaccia?
2. che cosa scrive Twheel scrive sugli account Twitter?
3. quali nuovi follower aggiunge?

update: ha risposto @twheelapp “There’s an option in twheel that allows following and unfollowing users. But nothing happens without user interaction”

Day4: disinformazione educativa

Day4 è un’azienda svedese che si occupa di animazione digitale. In un post recente ha raccontato di come abbia volutamente ingannato la parte della rete interessata alle notizie sulla Apple mettendo in giro la notizia secondo la quale Cupertino stava progettando nuove viti per i suoi gadget. Ne è venuta fuori una grande bordata di commenti e opinioni, compresi quelli vagamente paranoici di chi ha visto in quelle immaginarie nuove viti un ulteriore sistema della Apple per impedire agli utenti di aprire e modificare gli apparecchi. Ed è stata la dimostrazione di come il network sociale travolga molte persone che pur di partecipare abbandonano ogni volontà di verifica e ogni senso delle proporzioni.

Certo, a sua volta, la notizia dello scherzo di Day4 potrebbe essere stata disinformazione.

Ma il fatto rimane: le dinamiche veloci del social network digitale, le bolle di Pariser, l’immediatezza dell’emulazione che va dal cervello individuale a quello collettivo, non incentivano necessariamente una pratica razionale dello scambio di informazione anzi forse sono strutturalmente orientate a favorire i messaggi che si richiamano all’intuizione e all’emozione. C’è da fare molto in questo senso. Non per evitare la disinformazione ma per renderla meno probabile. E se i cittadini attivi vogliono mantenere la loro leadership culturale che negli ultimi anni ha tanto profondamente mutato il panorama dei media avranno tutto l’interesse a dotarsi di un metodo per aggiungere accutatezza all’informazione.