Che cosa c’è di smart nelle city. Civic media e participatory budgeting

Ieri al Vega c’è stata una discussione sulle smart city. Ne hanno parlato, con grande gentilezza, Michele Vianello e Gigi Cogo.

Riassumendo in tre brevi punti:

1. La città si aggiusta alla contemporaneità, anche, digitalizzandosi. Ma una città non diventa certo smart solo spendendo tanti soldi per digitalizzarsi. La digitalizzazione ha delle conseguenze e il suo progetto va indirizzato in modo che porti a una piattaforma urbana generativa.
2. In sintesi, significa che la piattaforma deve essere semplice – è fatta di connessioni, dati aperti e sensori. E che è regolata in modo neutrale nei confronti delle applicazioni e dei contenuti. E se possibile la sua interfaccia è disegnata in modo da ispirare la consapevolezza del bene comune, almeno tanto quanto apre alla competizione tra le idee e i servizi.
3. La metafora narrativa della smart city sarebbe quella di SimCity se non fosse che non esisterà come nel gioco un sindaco onnipotente: significa che aprirà grandi vuoti di potere e che questi saranno probabilmente riempiti dai cittadini, dalle imprese, dai gruppi sociali. Questi potranno essere collaborativi o “prepotenti”. Come ogni intelligenza collettiva può generare troppo controllo o troppa disparità, oltre che molta cooperazione e maggiore efficienza. Le scelte fondamentali non saranno dei politici, che non ne avranno la capacità, e forse non dovrebbero essere dei vendor. Sarebbe essenziale che i cittadini fossero ne consapevoli: per questo i civic media diventeranno probabilmente sempre più indispensabili. In vista dell’emergere di nuovi sistemi decisionali.

Un esempio visionario è il participatory budgeting. Articolo da leggere sul NyTimes.

Vedi anche:
L’intelligenza delle smart city

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