Internet: tendenze, cioè opportunità

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Quando arriva questo periodo dell'anno si pensa all'anno successivo. Quali sono le tendenze importanti per quanto riguarda internet e le piattaforme digitali? Ecco una raccolta - ovviamente incompleta - solo a scopo di promemoria. Magari nei commenti arriveranno idee migliori...

1. A furia di ripeterle, le previsioni si avverano?

a. L'internet delle cose. La comunicazione tra macchine dotate di un indirizzo ip è una previsione ripetuta (Dècina). Andrà avanti di sicuro, ma quando? Forse il termine generale ha meno importanza di alcuni particolari. I temi più importanti, mi pare, sono i pagamenti con il cellulare, i sistemi industriali, il controllo del territorio con sensori senza batterie che prendono energia dall'ambiente (NiPS Lab di Perugia).
b. Linguaggio naturale, se ne parla da mille anni, sembra sempre la grande tendenza del futuro, non arriva mai. Forse Siri è una novità decisiva.
c. Gamification. La logica del gaming si potrebbe estendere a molte altre questioni. Per rendere più coinvolgenti le attività ripetitive. E aumentare la creatività. (una scheda qui e Digital Accademia)
d. Cloud coumputing. Un grande cambiamento industriale per internet (Forbes).
e. Lean start up. La logica supermagra per far nascere imprese con un metodo pratico (LeanStartUp)
f. Big data. Se ne parla un sacco. Intorno al fenomeno sta nascendo un ecosistema di attività, connesso anche all'open data, perché i dati pubblici vanno pubblicati (McKinsey).

2. Quanto durano i temi che dominano il presente?

a. Si dice che Facebook è ormai una realtà difficilmente battibile. Di certo non è più una questione di "amici". In realtà sta diventando una piattaforma che si sovrappone alla maggior parte delle attività di comunicazione su internet e il cui sviluppo sembra essere legato alle applicazioni, soprattutto di terzi.
b. Come facciamo con la mail? Un numero crescente di persone non riesce più a gestire la mail. Se si lancia il discorso si scopre che in ogni ambiente il discorso è lo stesso. L'overload non è più lo spam è la vera e propria mail. Il primo che riesce davvero a trovare una soluzione vince un premio grosso, probabilmente. Si dice che la semantica possa aiutare. Di certo, non vale più dire: "ma come non lo sapevi? ti ho mandato una mail!".
c. Chi va a un convegno o si trova a una riunione vede alcune applicazioni della sindrome di disattenzione continua. Ci si ascolta, ma contemporaneamente si fa twitter e mail... Abbiamo bisogno di una nuova riflessione sulla netiquette o sulla normale buona educazione?
d. Gli aggregatori guadagnano traffico. Ma mettono in confusione i messaggi perché rendono imprevedibili i contesti. Soprattutto i pubblicitari se ne dovrebbero preoccupare, dice Luca Lani.

3. A che servono i megatrend?

a. Meno della metà dei computer connessi a internet è un personal computer. Quindi Windows non è più lo standard di fatto.
b. Sicché l'ecosistema degli sviluppatori di applicazioni si è aperto in diversi continenti, legati alle diverse piattaforme (da Apple iOS ad Android ecc ecc).
c. Le apps non sono contro il web. Le web apps e l'html5 sono un bel fenomeno, standard e pubblico. In realtà, le funzioni delle pagine web sono destinate ad ampliarsi.
d. Google cerca per tutto. Ma molti siti e apps cercano per qualcosa di specializzato (viaggi, incontri, numeri, ecc ecc). Non è detto che Google domini la ricerca, dopo tutto.

Domanda finale. L'effetto-rete rafforza i vincenti. Ma l'effetto-iperinnovazione in rete rafforza gli outsider. L'importanza dell'effetto-rete è sopravvalutata?

Vabbè. Tutte queste tendenze - più quelle che non sono state citate qui - sono opportunità per chi non ha conquistato grandi posizioni in passato, ma spera di poter competere negli scenari che si svilupperanno. Una discussione sulle conseguenze di queste tendenze potrebbe essere interessante per l'Agenda digitale di un paese che ha tantissimo da recuperare...

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Internet: tendenze, cioè opportunità.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/2324

8 Comments

Volevo semplicemente dirti grazie Luca...la tua competenza e la tua lucidità sono un buon segnale per questo Paese: un'altra Italia, grazie alle menti come le tua, è ancora possibile. Grazie!

Utilissimo promemoria, e condivisibile.
Al seguente Url, il nostro modesto contributo al dibattito sul tema

http://blog.picenoformazione.com/2011/12/17/il-2012-del-social-web-divertirsi-e-condividere-con-un-occhio-al-ricavo-e-uno-allinfluenza/

Avrei una domanda da porle: potrebbe spiegare meglio l'affermazione "Meno della metà dei computer connessi a internet è un personal computer. Quindi Windows non è più lo standard di fatto."

Se non sono PC cosa si intende? Tablet/smartphone? Credo che l'espressione "computer connessi ad internet" sia un po' fuorviante. Qual'è la fonte?

@davide: sì è vero, intendo smartphone e tablet. li possiamo considerare computer non trova? le sembra fuorviante? gartner è una fonte: mostra che le vendite di smartphone e tablet hanno superato le vendite di pc... una sintesi è qui: http://www.practicalecommerce.com/articles/3069-Sales-of-Smartphones-and-Tablets-to-Exceed-PCs-

Luca puoi darmi del tu :)

Credo che nel moderno paradigma del computing personale gli smartphone e tablet vadano considerati.

Ed è indubbio che Microsoft subisca una concorrenza molto forte. Windows Phone 7 è arrivato tardi e ha pagato dei passi falsi negli aggiornamenti. La sua interfaccia è la più innovativa e l'OS va benone. Il suo problema sono le briglie poste ai manufacturer che ne aumentano la consistenza ma diminuiscono gli incentivi per Samsung e Co. di supportare a pieno la piattaforma. La partenership, che sembra quasi un acquisizione, di Nokia è promettente perché il produttore finnico è disposto a sviluppare terminali che si distinguano. Gli asiatici invece sono deboli nella differenziazione e il marketing dello chaebol coreano lo dimostra. La loro interfaccia è ripresa a pari da Apple, i terminali li ricordano, le colorazioni sono sempre bianco e nero... Nelle pubblicità di MSN il loro motto è "smartly different". Nonostante questo Samsung sta prendendo il posto di Nokia prepotentemente.

Microsoft ha dalla sua gli strumenti per sviluppatori, i migliori nel campo. Programmare per Windows Phone è una pacchia rispetto ai problemi che ci sono su Android. Comunque credo che la piattaforma non starà col fiato sul collo di iOS come previsto da Gartner qualche mese fa.

Invece ho grandi aspettative su Windows 8. Quando Ballmer parlava di una piattaforma unificata, quando ancora MS non aveva neanche rilasciato WP7, sembrava volesse solo tirare fuori chiacchiere rassicuranti. iOS e Google con Chome OS e Android sembravano molto più vicine.

E invece vai a vedere che Windows 8 è quasi pronto ed eredita tutte le bontà di Seven più la spettacolare interfaccia di WP7. Gli strumenti per gli sviluppatori sono validi e Microsoft può avere la forza per cambiare il mercato. Android non è un serio competitor nel mercato tablet e credo che a stare dietro a Apple ci sarà Microsoft. Del resto i tablet di Redmond sono già diffusi nel mondo professionale nonostante la scarsa esperienza d'uso che forniscono. Almeno nelle aziende dovrebbero trovare meno resistenza anche se lì i sistem admin frenano l'adozione di nuove piattaforme appena uscite.

Vedremo, ma credo che la società di Gates sia sulla strada giusta. Tra l'altro è anche parecchio avanzata nel cloud anche se non sembra. Il problema è non fare passi falsi.

Tornando al discorso iniziale. Concordo che il personal computing non si faccia più con i PC. Gli smartphone e i tablet sono il presente e il futuro.

E molte società impegnate nelle ricerche di mercato per il settore accorpano insieme entrambi i "mondi". D'altra parte sono convinto che sia fuorviante includere nelle statistiche dei PC i tablet. A leggerle Apple sarebbe più o meno il più grande produttore PC (se non ricordo male). In parte è vero e in parte no.

Dimenticare la segmentazione del mercato, specie quando vale tutti quei miliardi di dollari, mi sembra un po' troppo riduzionista. E un po' troppo consumer centrica.

Tornando a Microsoft, nel settore server Google e Apple non hanno proprio armi per contrastare la casa di Redmond. Tra l'altro si stanno impegnando moltissimo per le piattaforme cloud e nella virtualizzazione. Secondo il V-index report (www.v-index.com) il secondo hypervisor più utilizzato è di Microsoft. Certo VMware sta molto avanti ma il mercato sta cambiando. Microsoft avrà una forte presenza server-side anche se lì Linux è fortissimo e ci sono altri player importanti. Bisogna sempre distinguere per segmenti.

A cadere nella consumerizzazione delle statistiche, potremmo vedere in crisi Intel per via delle minori vendite di PC quando la società di Santa Clara equipaggia una larghissima parte dei server che fanno girare tutte le App dei nostri smartphone. Tra l'altro stanno lavorando da tempo al settore mobile e hanno annunciato proprio oggi il loro SoC Medfield. Ma questo è un altro discorso.

So che mi allontano molto dal core del suo post. Ma credo che sia d'accordo con me che fare dei dati un unico minestrone senza fornire l'adeguata segmentazione sia poco utile.

Caro Luca, è la prima volta che lascio un commento sul suo blog, ma considerando quanto ha significato Nova (dall'inizio) e la ricerca che lei sta facendo, per me e per la comprensione di questo tempo e dei suoi cambiamenti, è la destinazione ideale di questa riflessione, visto che si parla di tendenze e previsioni. Ed è anche un tentativo di ricordo laico di Steve Jobs.
La Apple è finita? Strano dirlo ora che, oltre a rimanere un gioiello meraviglioso, è anche l'azienda più grande e ha superato tutti in quote di mercato. Parrebbe quindi che il suo metodo si sia rivelato il migliore, il metodo chiuso (o integrato) ha vinto sul metodo aperto di tutti gli altri. I suoi prodotti sono meravigliosi ma chiusi e per poter essere meravigliosi dovevano essere chiusi e si affermano perché situati, con la loro bellezza, nella linea evolutiva della tecnologia. Jobs, con la sua esperienza e anima zen, con la sua giovinezza a S. Francisco nel momento giusto in cui la controcultura americana si salda alle possibilità che l'elettronica le offre, con il suo carattere volitivo, incarna quello che Kelly dice essere la direzione intima della tecnologia: la tendenza suprema alla semplificazione e all'unità. E' lui che ha capito che si doveva avvicinare la tecnologia ai sensi. L'interfaccia grafica dei computer come la conosciamo noi non l'ha inventata lui, ma appena vista ne ha riconosciuto le potenzialità. D'altra parte i geni non inventano, i geni vedono quello che altri non vedono. Newton, non ha costruito il prisma, l'ha comprato ad una fiera, perché sentiva che il mistero della luce era lì dentro. Galileo non ha inventato il cannocchiale, le lenti c'erano già da 3 secoli, l'ha comprato e l'ha rivolto verso il cielo. La semplicità e la bellezza...per avere il massimo doveva esserci un unico regista, dall'inizio alla fine. La scelta iniziale di un sistema integrato, fare tutto da soli per avere controllo sui prodotti e farli al massimo senza compromessi, si è dunque rivelata vincente in quel periodo cruciale che ha segnato il passaggio dalla società analogica a quella digitale.
Dunque perché la Apple dovrebbe finire? Due motivi principalmente. Scomparso Jobs scompare anche l'artista che aveva assicurato la possibilità di unire arte e prodotti per il mercato e che aveva fatto funzionare un sistema chiuso facendolo risplendere di controcultura creativa, una contraddizione in sé, trasformata in forza propulsiva. E c'è riuscito vista la fama della Apple di essere diversa e alternativa. Scompare il regista che ha la visione d'insieme e sa indirizzare le menti migliori per ogni competenza e poi anche le aziende leader di ogni settore verso un unico progetto. Ma, secondo motivo, più importante, la tendenza alla cooperazione nel mondo. La tecnologia, come la biologia, nella sua storia evolutiva, tende alla cooperazione fra i singoli e fra i sistemi. Anche questo era stato capito e sfruttato in Apple. Sennet cita la Apple come esempio in cui il metodo cooperativo fra reparti e singoli responsabili, alla fine sia risultato migliore del metodo competitivo in quanto ad efficacia in una azienda. L'IBM era rimasta indietro proprio per questo, ogni suo reparto sembrava ignorasse cosa stessero studiando gli altri. Ma il metodo collaborativo era confinato dentro i rigidissimi recinti del sistema Apple. Il fenomeno delle apps dell'iPhone, che ha aperto in tutto il mondo una dimensione nuova di imprese e anche di creatività individuale orientata alla progettazione di prodotti, è stata subìta, inizialmente, da Jobs che vi vedeva solo un pericolo di contaminazione e accettata solo di fronte all'evidenza delle sue potenzialità fra cui un significativo aumento di fatturato. E proprio in questi giorni l'IBM ha mandato in rete un blog, smart planet, sponsorizzato ma libero, che parte dalla visione di un pianeta che è come una grande rete neuronale, un“sistem of systems”. L'IBM ha evidentemente capito la lezione, una lezione che può spiazzare una sola volta, in quel trentennio dal 1980 al 2010 che ha segnato il passaggio da un periodo in cui i cambi di paradigma nell'evoluzione tecnologica che modificano società e mercato avvenivano al massimo al cambio di generazione, al periodo in cui questi avvengono all'interno di una generazione. Il mondo si avvia ad essere un sistema di sistemi connessi e collaboranti. Jobs è morto all'apice del successo dell'Apple, ma forse il suo tempo, gestito superbamente, stava finendo. La storia della scienza, nella sua accezione più ampia, di cultura unitaria, è fatta di rivoluzioni che si costruiscono necessariamente sulle visioni che stravolgono. Un sistema chiuso, in un mondo che si connette e che connette i suoi sistemi diversi e che trova in questo la creatività più ampia, rimane isolato, una meravigliosa isola di bellezza nel mare in fermento. La promessa più bella del futuro è la partecipazione creativa di molti, con l'apertura di quello che era riservato all'elite, con il confronto serrato che attiva un'evoluzione sempre più veloce. Anche casino e rischi, certo, ma questo è un altro discorso.

Caro Luca, è la prima volta che lascio un commento sul suo blog, ma considerando quanto ha significato Nova (dall'inizio) e la ricerca che lei sta facendo, per me e per la comprensione di questo tempo e dei suoi cambiamenti, è la destinazione ideale di questa riflessione, visto che si parla di tendenze e previsioni. Ed è anche un tentativo di ricordo laico di Steve Jobs.
La Apple è finita? Strano dirlo ora che, oltre a rimanere un gioiello meraviglioso, è anche l'azienda più grande e ha superato tutti in quote di mercato. Parrebbe quindi che il suo metodo si sia rivelato il migliore, il metodo chiuso (o integrato) ha vinto sul metodo aperto di tutti gli altri. I suoi prodotti sono meravigliosi ma chiusi e per poter essere meravigliosi dovevano essere chiusi e si affermano perché situati, con la loro bellezza, nella linea evolutiva della tecnologia. Jobs, con la sua esperienza e anima zen, con la sua giovinezza a S. Francisco nel momento giusto in cui la controcultura americana si salda alle possibilità che l'elettronica le offre, con il suo carattere volitivo, incarna quello che Kelly dice essere la direzione intima della tecnologia: la tendenza suprema alla semplificazione e all'unità. E' lui che ha capito che si doveva avvicinare la tecnologia ai sensi. L'interfaccia grafica dei computer come la conosciamo noi non l'ha inventata lui, ma appena vista ne ha riconosciuto le potenzialità. D'altra parte i geni non inventano, i geni vedono quello che altri non vedono. Newton, non ha costruito il prisma, l'ha comprato ad una fiera, perché sentiva che il mistero della luce era lì dentro. Galileo non ha inventato il cannocchiale, le lenti c'erano già da 3 secoli, l'ha comprato e l'ha rivolto verso il cielo. La semplicità e la bellezza...per avere il massimo doveva esserci un unico regista, dall'inizio alla fine. La scelta iniziale di un sistema integrato, fare tutto da soli per avere controllo sui prodotti e farli al massimo senza compromessi, si è dunque rivelata vincente in quel periodo cruciale che ha segnato il passaggio dalla società analogica a quella digitale.
Dunque perché la Apple dovrebbe finire? Due motivi principalmente. Scomparso Jobs scompare anche l'artista che aveva assicurato la possibilità di unire arte e prodotti per il mercato e che aveva fatto funzionare un sistema chiuso facendolo risplendere di controcultura creativa, una contraddizione in sé, trasformata in forza propulsiva. E c'è riuscito vista la fama della Apple di essere diversa e alternativa. Scompare il regista che ha la visione d'insieme e sa indirizzare le menti migliori per ogni competenza e poi anche le aziende leader di ogni settore verso un unico progetto. Ma, secondo motivo, più importante, la tendenza alla cooperazione nel mondo. La tecnologia, come la biologia, nella sua storia evolutiva, tende alla cooperazione fra i singoli e fra i sistemi. Anche questo era stato capito e sfruttato in Apple. Sennet cita la Apple come esempio in cui il metodo cooperativo fra reparti e singoli responsabili, alla fine sia risultato migliore del metodo competitivo in quanto ad efficacia in una azienda. L'IBM era rimasta indietro proprio per questo, ogni suo reparto sembrava ignorasse cosa stessero studiando gli altri. Ma il metodo collaborativo era confinato dentro i rigidissimi recinti del sistema Apple. Il fenomeno delle apps dell'iPhone, che ha aperto in tutto il mondo una dimensione nuova di imprese e anche di creatività individuale orientata alla progettazione di prodotti, è stata subìta, inizialmente, da Jobs che vi vedeva solo un pericolo di contaminazione e accettata solo di fronte all'evidenza delle sue potenzialità fra cui un significativo aumento di fatturato. E proprio in questi giorni l'IBM ha mandato in rete un blog, smart planet, sponsorizzato ma libero, che parte dalla visione di un pianeta che è come una grande rete neuronale, un“sistem of systems”. L'IBM ha evidentemente capito la lezione, una lezione che può spiazzare una sola volta, in quel trentennio dal 1980 al 2010 che ha segnato il passaggio da un periodo in cui i cambi di paradigma nell'evoluzione tecnologica che modificano società e mercato avvenivano al massimo al cambio di generazione, al periodo in cui questi avvengono all'interno di una generazione. Il mondo si avvia ad essere un sistema di sistemi connessi e collaboranti. Jobs è morto all'apice del successo dell'Apple, ma forse il suo tempo, gestito superbamente, stava finendo. La storia della scienza, nella sua accezione più ampia, di cultura unitaria, è fatta di rivoluzioni che si costruiscono necessariamente sulle visioni che stravolgono. Un sistema chiuso, in un mondo che si connette e che connette i suoi sistemi diversi e che trova in questo la creatività più ampia, rimane isolato, una meravigliosa isola di bellezza nel mare in fermento. La promessa più bella del futuro è la partecipazione creativa di molti, con l'apertura di quello che era riservato all'elite, con il confronto serrato che attiva un'evoluzione sempre più veloce. Anche casino e rischi, certo, ma questo è un altro discorso.

Leave a comment

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on December 20, 2011 11:15 AM.

La contraddizione tra rigore e crescita è falsa was the previous entry in this blog.

Idee - Aziende che abbandonano la mail is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

Proposta di lettura

Articoli

RSS AddThis Feed Button
  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore