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Month December 2011

Economist: i blog arricchiscono l’informazione economica

Un editoriale dell’Economist elogia i blog di economia e sostiene che arricchiscono l’informazione. Nonostante siano considerati da qualcuno come un modo banalizzante e vagamente pericoloso per diffondere opinioni, in realtà si rivelano dotati di una loro dinamica qualificante. (Economist). In effetti, le logiche di controllo collettivo funzionano probabilmente come incentivo all’autocontrollo delle persone che postano. Un passaggio che si può forse anche esplicitare per rendere più solido il sistema? I principi proposti su Timu mi sembrano una buona ispirazione, anche se – alla luce di un recente dibattito – devono essere presentati come, appunto, principi cui ci si può ispirare se si vuole e non altro.

Gasolio in Slovenia, ieri…

gasolio_slovenia.jpg

Damasio: mente e self = coscienza

Bellissima presentazione di Antonio Damasio a Ted (una decina di mesi fa). Il mistero della coscienza si esplora indagando la formazione delle mappe mentali con le quali ci facciamo un’idea della situazione in cui siamo e il punto di riferimento stabile con le quali le interpretiamo che a sua volta è nella centralina di controllo del rapporto tra cervello e resto del corpo. Da vedere.

Superaffascinante la questione del tronco cerebrale – che appunto fa da punto di riferimento stabile per interpretare le immagini mappate dalla mente – diviso in due parti. Una parte è tale che se non funziona il corpo è paralizzato ma la persona è cosciente, mentre l’altra parte è tale che se non funziona il corpo è attivo ma la persona è incosciente.

Chissà se si può dire che queste due funzioni del tronco cerebrale che costruiscono la base di riferimento stabile che genera il senso del “self” siano legate una alla mappatura (spazio) e l’altra legata al movimento del corpo (tempo).

Di certo, ne emerge una spiegazione molto solida della dinamica che si sviluppa tra l’individuo e la collettività. La coscienza è individuale, la cultura è collettiva. La specie si sviluppa se c’è equilibrio tra le due componenti. La corteccia sembrerebbe aver consentito lo sviluppo della cultura, l’elemento collettivo dell’evoluzione degli umani, mentre la coscienza individuale – che peraltro sembrerebbe meno specifica dell’umano – è effettivamente fondamentale per l’interazione tra corpo e natura.

Facebook: non ho capito…

Dopo avermi chiuso fuori dalla mia pagina, Facebook mi ha inopinatamente riammesso. La storia era in un post precedente. L’allarme malware era totalmente infondato: avevo provato da diversi computer, con diversi browser, e dal cellulare. L’account era bloccato e quell’allarme era evidentemente una strana scusa. Ora il blocco è stato tolto. Senza apparente ragione. Non ho capito.

Antonio Rezza e Flavia Mastrella al Palazzo

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Il cinema Palazzo, a Roma, è occupato da qualche tempo da cittadini che intendono dimostrare che quello spazio può restare un luogo di aggregazione per il quartiere San Lorenzo e può servire a generare occasioni culturali per gli abitanti.

Ieri sera c’erano Antonio Rezza (nella foto tratta da Wikipedia) e Flavia Mastrella.

Hanno mostrato tre storie filmate. Ambientazioni vagamente pasoliniane, mimica peraltro davvero grottesca, vicende che si potrebbero definire allegoriche: raccontano una cultura politica che ha perso i riferimenti tradizionali. E che – a occhio e croce – non sembra molto interessata a ritrovarli…

Facebook: un giallo, chi sa trovare una risposta?

Oggi mi sono collegato a Facebook per aggiornare la mia pagina, quella che si trova all’indirizzo www.facebook.com/lucadebiase. Ho messo la solita id e password. E non ho potuto aggiornare. Perché sullo schermo è apparso questo (cliccando si dovrebbe vedere l’immagine intera):

fb_bloccato.jpg

Allarmato ho cliccato continua. Ed è apparso questo:

fb_bloccato2.jpg

Facebook appariva convinto che il mio computer avesse del marware. Come faceva ad avere questa convinzione? Mi guardava nel computer? Cliccando ancora, potevo escludere che lo avesse fatto, perché come si vede dalla prossima schermata non sa neppure se ho un Mac o un Windows:

fb_bloccato3.jpg

Ho cliccato sulla pagina di Apple. Avevo già fatto tutti gli aggiornamenti. La pagina di Apple linkata da Facebook non risultava esistente. (Stasera ho riprovato, mi ha mandato alla pagina corretta, ma non ne avevo bisogno perché avevo già fatto gli aggiornamenti, come dicevo).

Ho detto a Facebook che avevo il computer a posto, segnando il quadratino accanto alla parola “certifico” e ho schiacciato continua. Mi ha risposto che per ora la mia pagina Facebook era bloccata e che se ne riparlava tra 24 ore.

Ho provato con il cellulare. Non mi ha lasciato entrare neppure da lì. Ma non diceva che avevo il cellulare infettato.

Ho pensato: se Facebook sa qualcosa del mio computer, dovrebbe bloccarmi anche se tento di entrare non nella pagina, ma nel mio profilo. Ho tentato di entrare nel profilo. Mi ha lasciato aggiornare tutto liberamente.

Dunque. Se entravo nella pagina, diceva che avevo il computer infetto. Se entravo nel profilo non lo diceva: anzi, evidentemente pensava che il mio computer fosse perfettamente a posto. Se entravo con il cellulare diceva che avevo la pagina bloccata.

Che cosa è successo?

Escludo di avere il computer infetto di malware: primo perché lo stesso Facebook non lo pensa se entro nel profilo, secondo perché ho fatto sempre tutti gli aggiornamenti di sicurezza di Apple, terzo perché il mio Mac è nuovo e non l’ho mai usato se non per fare le solite cose molto sicure.

Escludo anche che Facebook mi entri nel computer dal browser, visto che pensa che il mio computer sia pericoloso se entro nella pagina ma non lo pensa se entro nel profilo. Ma non credo sappia qualcosa leggendo i cookies o altro sul browser, visto che dice le stesse cose sia col Safari (che uso per navigare ovunque) sia col Chrome (che uso solo per Google e Facebook).

E allora che cosa è successo?

Libri – RENZO PIANO – La responsabilità dell’architetto

More about La responsabilità dell'architettoQuando stava arrivando il Duemila, a pochi giorni dal più importante capodanno degli ultimi mille anni, Renzo Piano ammetteva di essersi sentito imbrogliato. Perché nel corso della sua vita si era lasciato prendere dall’idea simbolica di un Duemila fantascientifico, un’epoca in cui il progresso e la tecnica avrebbero creato una vita completamente diversa… Quando stava arrivando, il Duemila, si capiva benissimo che non sarebbe stato così.

Ma non era un imbroglio. Era la difficoltà di comprendere la molteplicità delle durate del tempo sociale, la convivenza delle strutture storiche che cambiano lentamente e delle congiunture che accelerano e rallentano alternativamente, come spiegava Fernand Braudel…

E naturalmente Renzo Piano ne sorride un po’, di quella parola imbroglio, quando non la pensa come una vera e propria manipolazione ideologica derivata dall’idea industriale di progresso che ha poco a che fare con la sostenibilità ambientale, sociale e culturale cui il maestro si ispira. Renzo Piano racconta il suo mestiere con la consapevolezza di quanto siano importanti le conseguenze di quello che fa. Nel mestiere dell’architetto c’è la congiuntura economica e la lunga durata. Quello che si costruisce resta. E si impone alla storia successiva…

La responsabilità dell’architetto è uno di quei libri che mentre si legge fa venire voglia di parlarne. Un paio di interviste, una cortissima e una lunghissima, di Enzo Siciliano e Renzo Cassigoli. In queste, Renzo Piano parla di architettura. Ma in modo tanto intenso da aprire la mente anche a chi, pur non essendo architetto, si accorge che ciò che fa ha delle conseguenze e incide in modo strutturale sul mondo che stiamo costruendo.

Riciclare la città

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Al Maxxi la mostra di idee per riciclare materiali di scarso si allarga all’idea di riciclare pezzi di città. Non solo perché l’urbanizzazione industriale ha generato anche scarti abitativi e quartieri impossibili. Ma anche perché ripensare la città significa riciclarne degli angoli, destinandoli a nuove funzioni, per arricchire il patrimonio della convivenza civile senza sprecare degli spazi che non si usano più.

L’idea è forte. Le iniziative messe in mostra al Maxxi di Roma sono di varia natura e potenza progettuale. In qualche caso era capitato di incontrarle anche altrove, dal museo dell’Architettura di Vienna al DLD di Monaco. In generale questo filone progettuale dimostra che dalla nozione allargata di sostenibilità culturale, ambientale e sociale si trovano le sorgenti di una nuova energia creativa, gioiosa, ironica e costruttiva.

Da notare il parco pensato per Barcellona, trasformando alcune vie del centro in vero e proprio giardino (una prosecuzione di High Line di New York). E poi il palazzo della neve di Copenaghen fatto da Bjarke Ingels per riunire la zona industriale e qualla abitativa della città con un luogo nel quale valga la pena andare… E poi tante idee. Confortanti per la generosità che trasmettono.

Cadendo dalle nuvole: da questo blog a Nuova informazione

Alcuni amici mi chiedono: hai scritto un editoriale per Nuova Informazione? Cado dalle nuvole. Uno di questi amici mi manda il link della newsletter di Franco Abruzzo. Che rimanda a un pezzo di Lsdi che rimanda a un editoriale su Nuova Informazione. Alla fine leggo e scopro che si tratta dell’articolo che ho pubblicato un anno e mezzo fa su questo blog in occasione del keynote al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, 2010.

Era un pezzo in licenza creative commons e dunque utilizzabile da chi voleva. Sono contento che quei pensieri siano stati utili a qualcuno. Forse si poteva aggiungere un link, per cortesia e completezza di informazione a questo blog… Ma era un pezzo pubblicato nella nuvola e alla nuvola apparteneva. Grazie a chi si è dimostrato interessato.

Teatro del presente

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Francesco Apolloni è un amico. Ha scritto per Nòva. Con umiltà ed entusiasmo. È un attore. Ed è un autore e regista teatrale. Ha scritto “Addio al nubilato“, in scena in questi giorni al Cometa di Roma. Una commedia che parla di un angolo del presente, nel quale semplicemente si riconoscono ossessioni, stereotipi, ipocrisie, speranze e scoperte che possiamo fare nel nostro mondo. Specialmente dal punto di vista delle donne. Un genere di commedia che riconquista un po’ di spazio al teatro.

Il teatro merita molto più spazio. Il teatro è il luogo nel quale si celebrano i monumenti della storia dello spettacolo. È educazione, storia, classicità, nostalgia, approfondimento, ripetizione, ritrovamento. Ma è anche invenzione, sperimentazione, racconto vivo della contemporaneità. E può anche puntare a servire umilmente da luogo di narrazione dell’attualità.

C’è il teatro artistico e il teatro artigiano. E forse le due accezioni nel tempo possono finire per fondersi.

Quello che però si riconosce sempre nel buon teatro è la capacità di mettere insieme parole, gesti, scene, tempi, respiri, sudori, performance, partecipazione, commozione, feedback, immediatezza. E rischi d’impresa, biglietterie, preoccupazioni, sale che si devono riempire… L’ansia di sapere come andrà… I limiti del teatro sono liberatori, i timori sono entusiasmanti, le finzioni sono autentiche… Da questo punto di vista, niente è come il teatro. E abbiamo bisogno di ritrovarlo nella nostra vita quotidiana, come una dimensione normale della vita mediatica.

Internet: democrazia o repubblica?

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Il nuovo film di George Clooney è una vicenda ben raccontata, niente di stupefacente, che analizza in modo chiaro la routine dei lavoratori della democrazia.

Ma ti conferma nell’idea che la democrazia non sia poi questa meravigliosa macchina per consentire alla società di scegliere i rappresentanti più adatti: nella migliore delle ipotesi è un’altra forma di politica politicante, sembra suggerire il film; nella peggiore delle ipotesi una manipolazione delle coscienze… (A proposito: letto il pezzo dell’Economist su Ernest Dichter?)

Il film ti conferma nell’idea che senza una buona struttura repubblicana (costituzionale), la democrazia non è una grande garanzia di qualità per le decisioni che una società deve prendere collettivamente…

Internet, si è detto spesso, rende più democratica l’informazione. È un modo di esprimersi e compiacersi, anche se quando si vedono i film che descrivono la democrazia come mercato dei voti e manipolazione delle coscienze il compiacimento si attenua. Più rilevante è il fatto che internet accresce e rende più solido il sistema delle regole repubblicane, quelle che garantiscono il valore di ciò che abbiamo in comune, il pubblico dominio… Salvaguardare le regole fondamentali dell’internet, la net neutrality in primo luogo, conta per garantire un senso a ciò che si può trovare di eventualmente democratico nella rete.

Forse questa non è un’epoca di avanzamento della democrazia, ma certamente è un’epoca in cui ci rendiamo conto dell’importanza di ciò che abbiamo in comune. Passaggio necessario per partire con la ricostruzione.

Crowd e newsroom

Nell’ecosistema dell’informazione, il rapporto tra l’intelligenza emergente nella rete e le singole piattaforme editoriali è messo continuaemente in discussione dalla difficoltà di organizzarsi culturalmente per la prima e di tenere i conti a posto per le seconde. Il fatto è che i vecchi sistemi per risolvere il problema dell’informazione sono nettamente in crisi mentre i nuovi faticano a mantenere le promesse relativamente alla sostenibilità e qualità.

Assistiamo di fatto a un’appassionante ricerca collettiva, nella quale gli esperimenti si moltiplicano, le teorie si dibattono, ma una chiara prospettiva fatica a emergere. Possiamo scommettere solo su alcune convinzioni basate sull’esperienza:
1. La società avrà bisogno di sapere bene come stanno le cose anche in futuro
2. Ci sono tante persone che, nel loro ambiente, sanno come stanno le cose meglio dei professionisti dell’informazione più o meno generalisti. Ma quasi tutte quelle persone sanno poco di come stanno le cose al di fuori del loro ambiente. 
3. L’equilibrio tra i professionisti dell’informazione e le persone che conoscono bene il loro ambiente e male il resto sarà ritrovato (se sarà ritrovato) attraverso un lungo processo di sperimentazione e ridefinizione delle funzioni e dei servizi.

Il problema è che le funzioni nell’ecosistema dell’informazione sono molte e non c’è più motivo perché vengano tutte svolte da soggetti professionali. La tecnologia e i comportamenti emergenti sono sufficienti a dichiarare finito il periodo in cui i professionisti potevano avere una centralità nel settore.

La questione della costruzione di un terreno di conoscenze comuni a tutte le persone, però, rimane. Si può declinare come selezione e aggregazione delle informazioni, come metodo comune in base al quale si conosce, come definizione dell’agenda comune. Che ci vogliano anche dei professionisti in tutto questo è solo ragionevole. Ma le funzioni che questi professionisti riusciranno a svolgere, il servizio da loro fornito e che la società sarà disposta ad adottare e finanziare, emergerà da una serie di tentativi, errori, nuove consapevolezze.

La società è diventata più complessa, le minoranze si sono moltiplicate, le tribù si sono separate, le solitudini e gli individualismi si sono accresciuti. Non è detto che il terreno comune sia ricostruito da professionisti. Soprattutto non è detto che quei professionisti saranno tutti pagati da editori orientati al profitto. Ma quasi certamente quei professionisti avranno senso soprattutto se riusciranno ad aiutare la società nel coltivare un terreno culturale comune per la convivenza civile.

Questi commenti veloci sono un seguito al post precedente.

Tre segnalazioni al volo, sul giornalismo

Meritano una maggiore attenzione, ma intanto almeno le segnalo: ecco tre link sull’informazione.

Antonio Spadaro ha affrontato il tema della credibilità dei media dal punto di vista della sua cybertheology.

La relazione tra i media tradizionali e i social media continua a suscitare domande, anche se sarebbe ormai ora di superarle. “Move on”, si direbbe in paesi meno impastoiati. Allo Iulm c’è stata una discussione in proposito (ecco un riassunto).

Da Nieman, arriva invece una raccolta di pareri sul prossimo anno del giornalismo. Nuovi strumenti di accesso, la disponibilità di nuove enormi quantità di dati, applicazioni… Da leggere assolutamente.

Tornerò con i commenti…

ps. nel frattempo è apparsa questa analisi sui vari modelli di business Digital First

Il movimento che cambia la rete

Chart: Computing Devices – Yearly Sales

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Computing Devices - Yearly Sales

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Secondo Gartner (via PracticalEcommerce), il numero di strumenti di accesso alla rete in mobilità venduti quest’anno nel mondo ha superato il numero di computer fissi. Considerando lo stock di terminali di accesso a internet, ovviamente, i pc sono ancora più numerosi degli smartphone e dei tablet. Ma il fatto è che l’anno scorso c’è stato un cambiamento tendenzialmente molto importante.

(A maggior ragione, tenendo conto del fatto che molti pc venduti sono iperportatili e in molti casi vengono connessi anch’essi con la chiavetta attraverso la rete mobile…).

L’internet mobile è molto diversa da quella fissa: gli operatori garantiscono una ridotta neutralità della rete, le funzioni della maggior parte dei device mobili sono comunque ridotte rispetto a quelle dei normali computer fissi, i servizi sono semplificati… C’è il vago rischio che la rete sia vissuta un po’ più con lo spirito dei “consumatori” che dei “produttori”. Non stupirebbe ed è normale che una tecnologia si semplifichi con la sua popolarizzazione. Ma per tenere viva la forza innovativa dello strumento, occorre coltivare anche la competenza e la consapevolezza che deriva dalla conoscenza di come si manipolano e funzionano le tecnologie. E salvaguardare la neutralità della rete.

Idee – Aziende che abbandonano la mail

Troppa mail. Troppa mail. Si perde un sacco di tempo. Secondo Monica Seeley (di Mesmo) le aziende perdono 20 giorni per dipendente all’anno per gestire la mai. E diverse aziende stanno decidendo di sostituire la mail con altri strumenti. Ne parla il Financial Times (registrazione gratuita obbligatoria).

Thierry Breton ha detto che la sua Atos abbandonerà la mail entro il 2014 (attualmente i suoi manager passano tra 5 e 25 ore alla settimana sulla mail). Leeron Segal, ceo di Klick dice che la mail è stupita: non ha prioritizzazione, non ha workflow, troppa roba da leggere, molta si perde. Quindi alla Klick usano la mail solo per parlare con l’esterno, mentre all’interno usano un sistema che si sono disegnati loro per gestire le comunicazioni in modo intelligente. Altre aziende usano soluzioni di social networking come Yammer: Capgemini dice di aver ridotto il traffico di mail interno del 40% usando Yammer. L’Intel ha proposto ai dipendenti di non usare la mail il venerdì.

Ma c’è qualcosa di nuovo da inventare in questo settore.

La mail è asimmetrica in termini di sforzo: quasi sempre costa di più leggerla che scriverla mettendo insieme documenti e soprattutto inviarla. I cc sono un’enormità. E le persone non sanno quasi mai definire con precisione quanto sia per loro importante aprire un messaggio. Un riequilibrio tra lo sforzo richiesto a chi riceve e lo sforzo richiesto a chi invia potrebbe essere una chiave di ragionamento. Anche la semantica sembra essere una via di sviluppo. E di certo si possono pensare molte altre soluzioni. Probabilmente, dietro questi ragionamenti, c’è un potenziale di business piuttosto significativo. (cfr. un cenno ieri)