Editori, tecnologia e pirati - AGCOM e la giusta misura

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia.

Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali. Ha reso possibile lo scambio gratuito di contenuti. E ha creato un nuovo settore della pirateria: prima era basata sulla copia di cd falsi, ora va online alla velocità della rete.

I pirati sono quelli che fanno commercio di materiale sotto copyright altrui; e comunque sono la preoccupazione dichiarata delle associazioni come la FIMI: "Non si sta parlando di comprimere le libertà digitali. Qui lo snodo è bloccare l'illegalità diffusa ed aiutare il mercato legittimo. Inibire quindi quelle (poche) piattaforme web palesemente pirata. Non blog, forum, motori di ricerca, siti personali e quant'altro. Ma pirate-bay, btjunkie, dduniverse, roja-directa, ecc!!"

Ma a livello macro, la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali anche senza l'illegalità. Questi editori stanno perdendo la competizione per il controllo del mercato anche contro le piattaforme tecnologiche perfettamente legali, come Apple, Google e Amazon.

Gli editori tradizionali avevano due grandi colonne: il controllo della tecnologia e il controllo degli autori. Il primo era definito dalla struttura analogica della tecnologia. Il secondo era definito dal copyright. Perdendo per una parte importante il controllo della tecnologia, gli editori si sono trovati schiacciati nella funzione di gestori dei diritti d'autore. E hanno cominciato ad abbarbicarsi su questo punto di forza in modo sempre più agitato.

Il fatto è che alcuni autori hanno preso la strada di andare direttamente alla tecnologia per la distribuzione e il modello di business. John Locke e la Rowling hanno recentemente dimostrato che sulle nuove piattaforme si possono vendere contenuti anche indipendentemente dagli editori. John Locke ha venduto un milione di copie del suo libretto per ereader che è riuscito a far conoscere usando bene i social network. La Rowling, già uberfamosa, è riuscita a sfruttare da sola i diritti digitali creando Pottermore.

Se andasse avanti così, gli editori rischierebbero di perdere sia la tecnologia che gli autori. Non è corretto proiettare il presente sul futuro. Ma di certo qualche segnale tutto questo lo offre.

La risposta non può essere soltanto quella di combattere per lasciare tutto come sta. Non può essere tutta legata ai tribunali, alle lobby e alle decisioni che rischiano di frenare lo sviluppo della rete.

La risposta è in un mix di innovazione tecnologica e innovazione nella gestione degli autori. Non si può fermare la tecnologia, ma si può innovare alla velocità della tecnologia. E non si vede perché anche gli editori non possano farlo. Non basta. Gli editori possono innovare anche nella gestione degli autori: dando loro di più per non lasciarli andare da soli alla ricerca del loro personale mercato.

Il caso Sony è interessante. Lavora sia nella tecnologia che nella produzione di contenuti. Non è riuscita a imporre le sue innovazioni tecnologiche e questo è un bel problema per gli altri editori che hanno una vocazione ancora meno tecnologica della sua. Ma non ha pensato di cambiare il sistema di gestione degli autori. O meglio, lo aveva fatto con i produttori di videogiochi all'epoca in cui la sua PlayStation superava la Nintendo: ma non ha generalizzato l'esperienza.

Si possono pensare diverse innovazioni in proposito. Autori più liberi, idee di marketing rinnovate, attenzione alle performance fisiche oltre che alla riproduzione dei contenuti, maggiore attenzione alla qualità, formati innovativi: già oggi si vede molto di tutto questo. Perché non dovrebbero riuscire anche gli editori ha cambiare le loro abitudini? Per la verità, ci devono riscire. Altrimenti sono strategicamente in difficoltà.

Se le autorità non vogliono semplicemente frenare l'innovazione in nome di norme legate a condizioni tecnologiche un po' superate, se vogliono salvaguardare i giusti diritti di tutti gli interessati al mondo dell'editoria (editori, pubblico, autori, ecc), se vogliono guidare senza essere determinate dall'urgenza, devono trovare la giusta misura. L'AGCOM in particolare è chiamata a farlo. Dopodomani.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Editori, tecnologia e pirati - AGCOM e la giusta misura.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/1979

4 Comments

Tutto giusto solo che a volte si preferisce la scorciatoia ampia, fare un regolamento che ti permette tutto per poi lasciare alla discrezionalità l'applicazione. Selezionare comporta impegno, fisico, mentale e economico. E competenze, che allo stato attuale mi pare che all'AGCOM manchino a favore della solita invasione politica

L'articolo è perfetto. Manca solo una precisazione dovuta. L'AGCOM agisce solo su indicazioni di UNO. Non bastava la RAI di UNO, i Giornali di UNO, Mediaset di UNO, le Leggi di UNO e per UNO. L'AGCOM intende mettere il bavaglio al Web 2.0. Su espressa richiesta di UNO dopo le ultime elezioni che hanno visto la Rete prevalere sui mezzi di UNO. Le Cariatidi, pur di restare con le poltrone incollate al sedere, sarebbero capaci di azzerare la Rete. E' solo una copertura il famigerato " copyright ". Non altro. Ci stupisce che uno come lei ( intelligente ) si presti a dare una giustificazione a Calabrò. Servo di Uno come tanti altri lanzichenecchi che operano al soldo e al comando del Padrone UNO.
Cordialità. Giuseppe Ricciutelli

Caro Giuseppe Ricciutelli: la inviterei, se ha tempo, a dare un'occhiata al post precedente. E' in inglese perché ho visto che non c'era molta copertura sulla stampa straniera del fatto di cui stiamo discutendo. Ma come vedrà, in quel post di ieri, si collega il problema affrontato dall'Agcom con il sistema dei media italiano e con le sue vistose anomalie. Saluti!

A chi giova che in Italia ciclicamente viene rappresentato come lobbismo ciò che è invece affarismo e illegalità?

Leave a comment

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on July 4, 2011 10:28 AM.

AGCOM anti-piracy enforcement measures: worries prevail while Italians debate about free internet was the previous entry in this blog.

David Weinberger su AGCOM e Obama... Qualche sorpresa is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

Proposta di lettura

Articoli

RSS AddThis Feed Button
  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore