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La métaphore et le numerique
Dans son article de 1948, Claude Shannon, théoricien du “bit”, établit une distinction entre l’”information” et le “sens”: la notion de “bit” ne s’applique pas au domaine du sens. continua...
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Territorio come piattaforma di sviluppo
Il territorio è come una rete e una piattaforma sulla quale si sviluppano attività, iniziative, startup. E come ogni piattaforma può essere aperto o chiuso, può avere un effetto frenante o può accelerare lo sviluppo, può essere dominato da pochi grandi poteri o essere competivo e creativo. E così via. Può anche essere modificato, pur con la lentezza che lo contraddistingue, anche in modo radicale. continua...
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Non tutti sono futuri imprenditori, ma…
Ci vuole equilibrio. Il terribile 36% di disoccupazione giovanile non si risolve con una ricetta facile. Chi la propone è un apprendista stregone. O un vero e proprio imbroglione. Ma è chiaro che il tema si affronta cercando di capire, a fronte delle strade che si chiudono, quali sono le strade che si aprono. Sicché molti pensano alla soluzione più radicale e promettente: se la grande impresa non assume, se lo stato non assume, i giovani si dovranno mettere in proprio. Già. Ma… continua...
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Editoria: una storia da scrivere
La trama si infittisce. Nella città dei libri la tensione è alle stelle. I protagonisti leggono con attenzione le notizie. L’Antitrust americana ha preso di mira un accordo tra Apple e quattro editori che si sarebbero accordati per alzare il prezzo dei libri elettronici e quindi altri editori si stanno accordando con Amazon per abbassare di nuovo i prezzi dei libri per il Kindle (BusinessWeek). Ma le autorità... continua...
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L'intelligenza delle smart city
“We shape our buildings; thereafter they shape us”. Queste citazioni che si trovano decontestualizzate su internet non sono una sicurezza dal punto di vista filologico. Ma questa citazione di Winston Churchill vale la pena di essere ripetuta. Perché introduce il tema delle smart city nel modo più ambizioso: siamo noi che diamo la forma ai nostri edifici, ma sono gli edifici che poi modellano la nostra vita e la nostra cultura. continua...
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Big Social Network – Ecosistema dell’informazione, economia, equivoci
Apr 7, ’11
8:14 AM
I media sono un freno o un elemento dinamico nello sviluppo della nostra società? Contano di più le spinte innovative della rete dei media sociali o le resistenze dei grandi media tradizionali? È possibile che i media sociali e quelli tradizionali vadano finalmente in sincrono, oppure resteranno in latente conflitto?
La risposta non è nei media, ma nel nostro modo di vedere la società, il ruolo dell’ecosistema dell’informazione e il nostro ruolo di produttori e fruitori di messaggi.
Se diciamo su Twitter che l’autobus è in ritardo, diamo una mano ai nostri concittadini che si organizzano la giornata. Ma se diciamo che l’autobus della Moratti arriva in ritardo che cosa facciamo? Entrambe le attività sono legittime, ovviamente, ma la seconda alimenta un equivoco interessante.
Ci sono molti equivoci nella discussione sui media attuale, ricca di commenti e contributi ma ancora poco chiara su alcuni temi decisivi. Una delle fonti principali di equivoco è relativa alla questione della presunta incapacità dei social media di incidere sull’agenda del paese, un compito che si attribuisce o che si ritiene resti saldamente in mano ai media tradizionali. Se ne parlava ieri, a The Hub Milano, alla presentazione dell’importante libro di Michele Mezza, “Sono le news, bellezza. Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale” (Donzelli 2011). Diceva Edoardo Fleischner che – riassumo indegnamente – in Italia per quanto si faccia sembra resistere un tappo enorme di potere che a un certo punto interviene a bloccare l’innovazione nei media. E come non vederlo? Ma è poi vero che questo dimostrerebbe una sorta di inefficacia dei social media?
Il problema è aperto. Ma forse va posto in modo più preciso per poterne uscire. La mia proposta è quella di distinguere il contesto della discussione: la dimensione dei fenomeni sociali è diversa da quella dei fatti politici, anche se è evidentemente – pure troppo – collegata. Se non riusciamo a distinguere tra la dimensione sociale e la dimensione politica non ne veniamo a capo. Se l’invadenza della dimensione politica ci induce a pensare solo al conflitto di interessi tra poteri e candidature, persino quando parliamo della nostra vita quotidiana, la politica avrà vinto ma noi avremo perso.
Perché noi vogliamo trovare una strada per svilupparci anche se il tappo di cui parla Fleischner ci resta sopra la testa. E per la verità molti hanno trovato una strada. Guardando il problema in modo nuovo.
È uno dei contributi che forse si può trovare nel libro “Cambiare pagina. Per sopravvivere ai media della solitudine” (Rcs 2011) che sta uscendo in questi giorni (anche in ePub).
L’idea è questa.
C’è una dimensione nella quale le risorse sono scarse e il gioco competitivo riguarda la loro spartizione. In questa dimensione, vale tutto e in un paese come l’Italia vince la contrapposizione politica: sui media questo è il tema di fondo. E i grandi media sono stati occupati da questa battaglia di trincea. Le sue forme e i suoi messaggi tracimano nei media sociali ogni giorno. Ed è normale, in un paese in cui la dimensione delle risorse scarse, appunto, è dominata dalla politica.
Ma c’è una dimensione nella quale le risorse si generano. È la dimensione degli esportatori, delle piccole e grandi imprese che guadano al mondo come al loro ambiente di sviluppo. Ieri a The Hub c’erano diversi ragazzi che pensano così: c’era Mauro Rubin che ha fatto JoinPad, un prodotto più conosciuto nella rete mondiale che nel territorio nazionale; c’era Carlo Alberto Degli Atti che sta sviluppando myK; c’era il cofondatore milanese di The Hub che pensa al territorio come a un luogo profondamente importante ma lo interpreta in quanto connesso a ogni altro territorio. L’altro giorno ero a H-Farm, a Roncade sul Sile, un incubatore di start up che pensano nello stesso modo. E parlavo con Mario Mariani che a sua volta sta aiutando con un incubatore la nascita a Cagliari di diverse imprese che guardano al mondo. È una dimensione nella quale il territorio conta, ma non è definito dalla politica: è un territorio pensato come piattaforma sociale, connesso all’economia globale, dotato di un senso culturale unico.
I media sociali stanno dando una mano enorme alla crescita della dimensione nella quale le risorse si creano. Mentre spesso subiscono la logica politica di corto respiro quando sono coinvolti nella dimensione della spartizione delle risorse. Ma questo non avviene perché non sono efficaci: avviene perché il problema della spartizione delle risorse è un vicolo cieco, perché la cultura del conflitto politico per la spartizione delle risorse strumentalizza ogni medium, influenza quelli tradizionali ma certamente non disdegna di invadere i media sociali.
Prendendo consapevolezza di questo fenomeno si potrebbe parlare forse di Big Social Network. L’ispirazione è nell’idea di Big Society di David Cameron, conservatore inglese, che è stata finora una buona idea di marketing politico più che una base effettiva di governo, a quanto pare. Ma quella idea individuava e ribadiva una distanza tra la dimensione dello stato e quella della società che ha una sua importanza nella condizione contemporanea.
Ci vorrebbero mille post per un tema del genere. E mi scuso della fretta con la quale è stato scritto questo.
Comments
Quel maledetto autobus è rimasto in testa a tutti!!