Ci possono essere casi in cui le intercettazioni non devono essere fatte uscire, ma anche in quei casi il responsabile dell'illecito è chi le dà a un giornale: resta chiaro che il giornale che ne venga in possesso le puó pubblicare anche in quel caso (se non ha pagato per averle diventando così complice). Questa è la libertà di stampa. E non è troppa libertà di stampa.
Paul Steiger senza bavaglio
Ci possono essere casi in cui le intercettazioni non devono essere fatte uscire, ma anche in quei casi il responsabile dell'illecito è chi le dà a un giornale: resta chiaro che il giornale che ne venga in possesso le puó pubblicare anche in quel caso (se non ha pagato per averle diventando così complice). Questa è la libertà di stampa. E non è troppa libertà di stampa.
Categories:
Tags:
0 TrackBacks
Listed below are links to blogs that reference this entry: Paul Steiger senza bavaglio.
TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/1286
8 Comments
Leave a comment
Pages
- letture
- paper
- per-corsi
- promemoria
- risorse
- video
About this Entry
This page contains a single entry by Luca De Biase published on July 12, 2010 4:16 PM.
L'ultimo Grande Fratello was the previous entry in this blog.
Robert Senior: la tv non è morta (per niente) is the next entry in this blog.
Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.
Links
- Appunti su economia e felicità
- In libreria: Economia della Felicità Dalla blogosfera al valore del dono Feltrinelli Editore
- Il mago d'ebiz
- In nome del popolo mondiale
- Frammenti
-
- Crossroads
- Nòva100
- (Nòva24Ora!)
- Rivolta e rivoluzione
- Giornalismo dell'innovazione
- Appunti: reti, Benkler, Castells
- Politica/ blog
- Politica/ scienza
- Retorica catastrofica
- Scienza/ paura
- Informazione/ comunicazione
- Regole/ telecomunicazioni
- Urgenze/ giovani
- Chi ha ucciso i giornali?
- Online journalism
- Online journalism 2
- Commons
www.flickr.com
|
Categories
Monthly Archives
- January 2012 (30)
- December 2011 (53)
- November 2011 (52)
- October 2011 (70)
- September 2011 (50)
- August 2011 (58)
- July 2011 (67)
- June 2011 (55)
- May 2011 (63)
- April 2011 (47)
- March 2011 (51)
- February 2011 (43)
- January 2011 (59)
- December 2010 (48)
- November 2010 (57)
- October 2010 (65)
- September 2010 (83)
- August 2010 (64)
- July 2010 (57)
- June 2010 (59)
- May 2010 (61)
- April 2010 (55)
- March 2010 (75)
- February 2010 (80)
- January 2010 (74)
- December 2009 (72)
- November 2009 (74)
- October 2009 (48)
- September 2009 (75)
- August 2009 (51)
- July 2009 (70)
- June 2009 (75)
- May 2009 (74)
- April 2009 (87)
- March 2009 (75)
- February 2009 (60)
Blogroll
- Rss
- VITA QUOTIDIANA
- Home
- Braudel - in italiano
- Digitalia & EquiLiber
- Video e audio
- Italian post
- Media (.com e .it)
- Culture
- Effetto memo
- Appunti
- Viaggi e reportage
- Technorati faves
- Del.icio.us/lucadebiase
- Vecchi videoblog
- LUNGA DURATA
- Paolo Valdemarin
- Blog Notes
- Alessandro Gilioli
- Wittgenstein
- WebNotes
- Leibniz
- Network Games
- Andrea Lawendel
- Criativity
- Gigi Tagliapietra
- Marco Zamperini
- Antonio Santangelo
- Massimo Mantellini
- Sergio Maistrello
- Alessandro Longo
- Mauro Lupi
- Bruno Giussani
- Pandemia
- Stefano Quintarelli
- Antonio Dini
- Piergiovanni Mometto
- Kurai
- Zuck
- Lele Dainesi
- Davide Tarasconi
- ANNALES
- Global Voices
- BleedingEdge
- Le Blog Medias
- Joi Ito
- David Weinberger
- Dan Gillmor
- Kevin Kelly
- Hossein Derakhshan
- Alfonso Fuggetta
- Doc Searls
- Dave Winer
- Marc Canter
- Loic Le Meur
- Samuel Bunkr
- Joel (Beyondpr)
- Bruce Sterling
- LINX
- Clelia Mazzini
- Bernardo Parrella
- Innov'azione
- FirstDraft
- Eugenio Prosperetti
- Juan Carlos De Martin
- Layla Pavone
- Maurizio Goetz
- Dario Salvelli
- Pierluca Santoro
- Barcode
- Roberto Dadda
- Weissbach
- Salvo Toscano
- Maurizio Codogno
- La bottega del torchio
- Mastroblog
- Alessio
- Simone Cappellini
- Francesco Armando
- Dario Bonacina
- Pietro Saccomani
- Serenella
- Marco Fabbri
- Metamondo
- Stefano Hesse
- Christian Rocca
- CodeWitch
- Ubik
- Corrado Truffi
- Alessandro Gennari
- Antonio Sofi
- Andrea Tortelli
- Matteo Brunati
- Cesare Lamanna
- Carlo Formenti
- Tony Siino
- Federico Ferrazza
- Paulista
- Fabio Metitieri
- Piersantelli
- Riccardo Cambiassi
- (c)assetto variabile
- Master New Media
- Carlo Felice Dalla Pasqua
- Gaspar Torriero
- Matteo Penzo
- ImLog
- Fabio
- Sebastiano Pagani
- Melablog
- Daniele D'Amato
- Sid05
- Master's bloggers
- La montagna incantata
- MEMORIA
- Luca De Biase
- My Italian Site
- About Luca De Biase
- Luca De Biase/cv
- aNobii
Search
Articoli
-
The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
-
Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
-
Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
-
AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
-
Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
-
Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
-
Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
-
Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
-
Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
»ma anche in quei casi il responsabile dell'illecito è chi le dà a un giornale
Come del resto dice la legge attuale...
appunto...
Sì ma i conti non tornano. La legge attuale quindi lo dice ma non lo fa. Le sanzioni non si danno con le parole nell'ambito giuridico. Applicare la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti (la 231 per capirsi) agli editori e di conseguenza ai giornalisti, è una madornalità. Controllare con tali mezzi autoritativi di diritto un bene come l'informazione, non è molto diverso che farlo con altri mezzi più grezzi.
Vorrei vedere le statistiche dei reati di violazione del segreto sugli atti istruttori in Italia. Se è reato, va perseguito anche senza querela di parte. Come mai non lo è? Risposta facile facile: dal momento che a violare la legge sono i PM, vorrete mica che un PM indaghi su se stesso ?
Risposta a Steiger (preferivo Rod...): se è vero quello che dice (dubito), come mai nei giornali americani di intercettazioni non se ne vede l'ombra, e quelle poche solo a fine del procedimento ? ProPublica ha delle statistiche ? Quali sono i casi in cui le intercettazioni non si possono pubblicare (sospetto quasi tutti)? Risposta facile facile: perchè non è vero che le intercettazioni le fornisce l'intercettato. E in America se un procuratore distrettuale fa queste cose finisce malissimo. E non citatemi il caso dell'ex-Governatore dell'Illinois: le intercettazioni sono uscite quando il capo di accusa era stato formulato, quindi a fine indagini, non nel corso delle indagini e prima di andare di fronte al giudice. E il procuratore lo ha fatto in modo aperto, e se ne ciuccerà le conseguenze in sede di rielezione (i procuratori si eleggono negli USA).
Quanto al fatto che solo se il giornale paga allora è complice, legalmente è una barzelletta. La Gioconda appesa in salotto ?, me l'hanno regalata... Se si tratta del reato di ricettazione, non c'è bisogno di pagare: se si utilizza o si viene in possesso di qualcosa frutto di reato e si sa che è frutto di reato (e con un'intercettazione, come per la Gioconda, non puoi non saperlo, e comunque l'ibere della prova è di chi è in possesso del bene, esiste anche il reato di incauto acquisto), anche se te la regalano, sempre ricettatore sei.
Vorrei lasciare un attimo da parte sia l'aspetto legislativo, che le prassi di altri ordinamenti giuridici, quasi tutto cioè. Per ridurre all'osso la questione, ma quale sarebbe il motivo sostanziale o la ratio per cui non si dovrebbero pubblicare intercettazioni? Qualcuno potrebbe affermare con certezza che i fatti emersi all'opinione pubblica ora, senza la forza delle intercettazioni, avrebbero avuto l'impatto che piaccia o non piaccia, sopperisce l'inefficacia dell'amministrazione della giustizia? Siamo d'accordo che il problema parte dall'organo giudiziario, ma solo perché ricorre ad altri, quelli dell'opinione pubblica, quando invece basterebbe la legge. In Italia purtroppo non basta. Questo è il problema. Rimango dell'idea che sia il minor male considerando le condizioni in cui la distorsione nasce.
Riducendo all'osso: dal momento che un organo giudiziario (alcuni PM) non ha gli elementi per vincere in tribunale (e lo sa), confeziona "polpette" tagliando e incollando (qualcuno si ricorda cosa successe per Toghe Sporche ? Metà degli indagati venne prosciolta perchè una volta risentite le intercettazioni ambientali, metà erano incomprensibili e l'altra diceva il contrario di quello che c'era scritto nelle trascrizioni. Per non parlare di Calciopoli), che poi passa ai media compiacenti. Questo crea pressione sugli indagati (attenzione, non sono ancora nemeno stati accusati davanti al GIP), gogna mediatica, con l'evidente intento di comunque guadagnarci qualcosa (anche visibilità, umano troppo umano). E dal momento che i PM non agiscono (almeno quasi sempre) in proprio ma fanno parte di gruppi di potere (altro che P3), l'un contro l'altro armati, spesso all'interno della stessa parte politica (ricordate il caso Consorte), questo comporta una guerra per bande che non solo scredita la democrazia (di cui viene sempre fatta passare la visione, molto PCI sin dai temi di Gramsci, che sia formale e che debba venì qualcuno per farla sostanziale, altro che valori condivisi, siamo alle barzellette) ma scredita la stessa amministrazione della giustizia. Che non è inefficace perchè è farraginosa (anche) ma perchè nei casi di alto profilo che piacciono tanto ai media porta a processo cose che non sarebbero da portare perchè non difendibili in un'aula di tribunale. Poi si arriva in Cassazione (ma anche prima) e bum viene giù tutto. Qualcuno si ricorda il caso del recentemente scomparso Lelio Luttazzi e di cosa scrissero i giornali al tempo ? Roba da vomitare.
Conosci meglio di me molte vicende che possono dimostrare l'uso politico della magistratura a mezzo stampa. Non sono di certo neanche un fautore della giustizia dei giudici. Che poi questi siano di sinistra è veramente la barzelletta del secolo. E che gli altri poveracci della libertà sono assediati dagli sfigati in pensione è tragicomico. Sullo scredito della democrazia sono d'accordo. Sul discorso della forma, la penso come Natalino Irti (fuori da ogni sospetto comunista), è un salvagente, ma solo perché la sostanza è nella procedura. Non bisognerebbe però accusare il formalismo quando non si è stati in grado di usarlo come boa di salvataggio, ma prendere atto che la forma c'è e solo quella ha valore.
Come diceva il mio maestro, la democrazia rappresentativa è una gran cosa perchè è riuscita a ritualizzare il metodo normale della conquista del potere (la guerra civile con sterminio dell'avversario). Sotto il rito rimane la sostanza, che è scontro feroce, specie in Paesi come l'Italia dove il potere pubblico è tutto, è la differenza tra vita e morte, dove le leggi si interpretano con gli amici e si applicano con i nemici. Ci sono alcune parti politiche (mi dispiace, è oggettivo) che per cultura gramsciana (del marxismo il macchiavellismo leninista-gramsciano e l'unica cosa che è sopravvissuta) mal sopportano il rito e le regole rituali (il rito funziona solo se tutte le regole vengono rispettate) e prendono scorciatoie. Per questo siamo sempre sull'orlo della guerra civile. Viva il formalismo: ma siamo riusciti a rendere opinabile anche la forma (interpretazione e applicazione). Non ho molte speranze, anche la legge sulle intercettazioni è un palliativo. Forse la separazione delle carriere sarebbe più forte, quantomeno balcanizzerebbe i gruppi di potere, anche se la legittimazione (legale, per concorso, ossia per cooptazione, come diceva il mio maestro) sarebbe sempre favorevole al perpetuarsi dello status quo. Forse bisognerebbe veramente eleggere i PM su base locale e restringerne il campo d'azione a un certo numero di reati locali e inventare un altro percorso per la magistratura federale. I check and balances, che in Italia non funzionano perchè sono concepiti a culo. I nostri costituenti hanno fatto un vero casino. E' significativo che mentre negli Stati Uniti fioriscono gli studi sulle posizioni dei singoli costituenti nella formazione della Carta, e anche alla scuola media si insegna cosa proponeva Madison, cosa Hamilton, cosa Jefferson, la posizione di Washington e dei gruppi che stavano loro dietro, da noi si studiano i lavori della costituente solo all'università in corsi specifici solo a Scienze Politiche e nemmeno a Giurisprudenza. Questo è una Paese di cultura pubblica e politica inesistente da sessantanni. Ma la cosa non frega a nessuno.