"I ricchi sono diversi..."
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on July 10, 2010 2:18 PM.
Che cosa siamo se non europei? was the previous entry in this blog.
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
Francis Scott Fitzgerald un giorno disse al suo amico Ernest Hemingway: "I ricchi sono gente diversa da noi". Al che Ernest gli ripose: "E' vero, hanno più soldi".
Fuori di citazione, non sovviene al NYT e al postante che si tratta sempolicemente di una questione di credito ? Se un povero non paga il mutuo il suo "rating" (sì, c'è anche quello personale) crolla e addio ogni possibilità futura di finanziamento, che essendo povero è un guaio serio. Se un ricco non paga i debiti, il suo rating comunque rimane alto (il trucco è farsi prestare i soldi che spendi e investire in modo sicuro i soldi che sono tuoi, ad averceli) e quindi chissenefrega: vedi il caso FIAT ai tempi del convertendo. E' vero che l'homo oeconomicus non va generalizzato ma adesso proprio ignorare i meccanismi economici mi sembra un filo di crocianesimo di ritorno.
croce non c'entra nulla; testa o croce centra di più; la finanza è razionale a caso... (o meglio seguendo una logica molto "soggettiva")... le banche hanno insistito con i poveri perché si indebitassero oltre ogni ragionevolezza quando le stesse banche potevano rivendere il rischio a ricchi e medioricchi in salsicce finanziarie ben confezionate... ora, dopo avere rovinato il proprio e altrui business, tornano a dare i rating alle persone (ricche e povere) fino al momento in cui cambieranno ancora sistema... i ricchi sono spietati perché se lo possono permettere... i poveri cercano di mantenere un rispettabile senso dell'onore perché non hanno altro... le banche che fanno il microcredito ai poverissimi hanno la minor percentuale di sofferenze (e in bangladesh non fanno rating personale); il postante tenta di postare costruttivamente citando una fonte, che può essere criticabile o no; il commentante può dire quello che vuole, ovviamente; ma è più interessante quando costruisce e migliora il discorso (cosa che gli riesce spesso); mentre invece talvolta scrive come se fosse pagato per polemizzare a ogni costo... (ho detto come se fosse)
Gentile postante, dirò costruttivamente di più: la razionalità è sempre sugli strumenti, mai sui fini (f minuscola), in finanza o meno. I cambi di sistema, come li definisci (guarda che i rating personali li hanno sempre fatti, non te ne accorgi finchè il tuo, parlando in generale, scende sotto un certo livello, oppure se hai lavorato un po' in quel mercato che personalmente disprezzo, avendoci lavorato) sono nuovi strumenti razionali (nel senso di cui all'inizio) per arrivare al solito fine non razionale (come tutti i fini, sempre f minuscola): fare soldi velocemente. Il mio commento, che voleva essere costruttivo, è che nell'ambiente finanziario attuale i poveri sono razionali a essere virtuosi, in attesa che il loro rating risalga e possano tornare a f***** le banche, com'è giusto e sacrosanto. E i ricchi sono razionali a f**** le banche, essendo economicamente privo di conseguenze il loro agire. Parlare di onore si può fare, secondo me, parlando di singoli (e conoscendoli MOLTO bene). Applicare la spiegazione a una classe, ceto, gruppo, mi sembra, non ti piace idealistico ?, moralistico. E' 'o bissiniss, niente di personale, come diceva quel tale. Il problema è che in questi casi la moralità c'entra poco, c'entra la viability del sistema economico, ed è pure controproducendo. Se è una questione di moralità, il problema si "risolve" in tanti begli appelli volontaristici: Faccio un esempio spostando il discorso in Italia, se la PA e le grandi aziende (di tutti i tipi, anche editoriali) pagano a tempi sempre più lunghi senza conseguenze, il loro è un comportamento razionale nel loro ambito di razionalità (a quanto paga in media il Gruppo Marcegaglia, mai un cane che glielo chieda). Ma se questo manda in vacca il sistema economico nel suo complesso, è necessario l'intervento del detentore di razionalità superiore, lo Stato. Vorrei vedere una proposta di legge in parlamento (da parte dell'opposizione perchè no, anche da parte di Di Pietro) che preveda il pignoramento amministratico automatico dei beni di chi non paga una fattura dopo quindici giorni dopo la scadenza. Allora vediamo se stiamo facendo sul serio o stiamo prendendoci per la natiche.
Il tuo Commentatore preferito, valà. ;-)
@ Marco: premessa la mia ignoranza in materia, dal caso Lehman in poi non si sente parlar d'altro che di finanza comportamentale (basata sulla percezione, mi sembra di capire. Metodo scientifico, adieu).
I fatti a favore del microcredito(Yunus, per intenderci) esistono da un bel po', ma le loro ragioni stentano ad attecchire in Occidente, Italia compresa (almeno credo, queste sono le informazioni sull'Italia più aggiornate che ho
http://www.magazine.unibo.it/Magazine/Attualita/2009/04/01/Grameen_Bank_Italia.htm).
Ovvio che, rispetto a un sistema consolidato basato su ben altri presupposti, le posizioni di Yunus siano dirompenti ma soprattutto MOLTO scomode.
@Fiorella: la cosiddetta "finanza comportamentale" è solo un modo di chiamare in modo "fico" il rischio controparte, l'ignoranza del quale (contro tutti i manuali di finanza scientifica) ha portato a un certo numero di sconquassi. Si vede che brucia ancora.
Microcredito: a pelle mi piace, ma ci sono anche critiche piuttosto severe, basate su dati (o che sembrano tali) che contraddicono i dati (o che sembrano tali) dei fan di Yunus. Sembra che l'ambiente sociale sia fondamentale
http://www.terranauta.it/a2084/consumo_critico/la_forza_e_i_limiti_del_microcredito_%C3%A2%E2%82%AC%E2%80%9C_intervista_a_dario_lo_scalzo.html
Ma le critiche sono anche più severe:
http://www.corriere.it/economia/09_luglio_04/microcredito_76768924-686d-11de-86b2-00144f02aabc.shtml
Forse aveva ragione il WSJ nel 2001: alla fine, la Grameen Bank è come le altre banche, solo che non si vede (e si dice): tassi alti, responsabilità collettiva e clienti-proprietari fittizi; contabilità creativa che dilaziona nel tempo le perdite e le nasconde (tipo i veicoli extrabilancio).
e' vero che i ricchi sono diversi.
Anche i poveri sono diversi: i poveri non danno mai da lavorare agli altri, si aiutano si', ma non avendo possibilita' non possono nemmeno offrirne agli altri.
Vogliamo dirla tutta ? Mandiamo in galera tutti i ladri in rapporto a quanti piu' danni fanno.
Pena piu' grave quanti piu' danni fanno.
Questo ha senso.
Il codice già lo prevede. E ci sono le aggravanti. Già fatto.