Maxxi, Ataman e un problema legale
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on June 20, 2010 11:14 AM.
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
Per i siti istituzionali, ogni divieto di link è fuori dai principi del CAD (codice amministrazione digitale). Ed al riguardo, ricordo il caso enit, magic italy (novembre 2009-marzo 2010). Per i siti non istituzionali, i divieti di linking si ispirano a certe aberrazioni del Millennium Copyright Act (DMCA)che è nato per combattere pirateria, file-sharing e p2p. Ma la regola del "tutti i diritti riservati" ha delle eccezioni normative consistenti, rappresentate dal diritto di informazione, di cronaca, di satira, nonchè dalla libertà di manifestare il proprio pensiero e di partecipare liberamente alla vita culturale della società, ecc...Quindi, secondo me, la restrizione del maxxi è criticabile. Anzi, direi anche che è presuntuosa ed autolesionista.
Francamente mi preoccupa più la stessa clausola fatta nei siti dei Ministeri che in quello in luogo di arte e cultura, come dire un optional nella vita.
Parlate di me purchè bene.
Non è male ce la voglio mettere pure io 'sta clausola...
In realta' tutta la clausola non fa che ribadire tre ovvieta' (che non ci sarebbe bisogno di scrivere). Cioe' che i titolari del diritto d'autore sono protetti dal diritto d'autore; che i titolari dei marchi hanno diritto di far valere i propri diritti. E che MAXXI in quanto titolare di un interesse alla reputazione ha interesse a non vedere lesa tale reputazione...
Chi scrive i Terms dimentica spesso la differenza tra obbligo e obbligazione...
Da un interesse alla tutela reputazionale non può conseguirne una obbligazione, ovvero un negozio giuridico tra creditore e debitore. Di cosa dovrei esser debitore di aver contemplato il museo e espresso che il layout, piuttosto che ad un museo allude ad una vetrina di ingegneri. Anche in mancanza di vincolo contrattuale con Maxxi, che me ne guarderei a farne in effetti, potrei esser perseguibile se commetto un illecito, e qui abbiamo il diritto di autore, il cui uso è sproporzionatamente rafforzato. E poi una curiosità, con la mia affermazione per analogia avrei leso l'immagine di chi? Del museo o degli ingegneri? E se è del museo gli ingeneri dovrebbero rivalersi a sua volta per la presupposizione di una superiorità che comunque io non ho espresso. Quindi se la prenderebbero con il museo che l'avrebbe dedotta e in malo modo. Vero, scrivere certe clausole è masochistico.
!...L'utente accetta che il sito e tutti i suoi contenuti, ivi compresi i servizi eventualmente offerti, sono forniti "così come sono" e "con tutti gli errori.
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze, pertanto, non rilascia alcun tipo di garanzia, esplicita o implicita, riguardo tali contenuti, ivi compresi, senza alcuna limitazione, la liceità, il diritto di proprietà, la convenienza o l'adeguatezza a particolari scopi o usi."
Questa mi sembra moloto più interessante perchè proprio all'inizio sancisce che il Ministero, lo Stato che legifera, in realtà NON è in ALCUN modo RESPONSABILE dei contenuti che pubblica, NE' dei diritti correlati...!!!!!!!!!!
Le considerazioni di Giulia Aranguena sono precise e giuridicamente condivisibili. Giurisprudenza e dottrina internazionale hanno esaminato i limiti all'attività di linking tra il 1996-1998. I link, quale ipertesTo, costituiscono l'essenza stessa del Web e non sussiste per un sito il "right to stay alone", un diritto alla riservatezza o a non essere linkato, analogo a quello riconosciuto agli individui. Non è altresì riconosciuto alcun linking esclusivo di un dominio o condizionale.
Limitazioni sono invece universalmente riconosciute per le attività di deep linking -link a pagine profonde- al framing o alle considerazioni che travalicando il diritto di critica, di satira, di cronaca integrano con contenuti o per modalità di espressione una condotta calunnosia o diffamatoria.
Le espressioni civili e riguardose, anche se critiche e non consenzienti, sull'altrui identità non sono - ancora - sottoposte a regime di autorizzazione preventiva.
Le considerazioni di Giulia Aranguena sono precise e giuridicamente condivisibili.
Giurisprudenza e dottrina internazionale hanno esaminato i limiti all'attività di linking tra il 1996 e il 1998.
I link, sono la massima espressione dell'ipertesto e l'essenza stessa del Web; non sussiste per i siti Web il "right to stay alone", ossia il diritto alla riservatezza o a non essere linkati da terzi, qualcosa di analogo ai diritti riconosciuti per gli individui.
Non è altresì attribuito al titolare di un sito alcun diritto di linking esclusivo o condizionale al proprio dominio, perché tale ipotesi è stata subito considerata come grandemente limitativa del Web.
Sono invece universalmente previsti divieti per le attività di deep linking -link a pagine profonde- di framing o agli scritti che per contenuti o per le modalità di espressione adottate, travalicano il diritto di critica, di satira, di cronaca integrando invece una condotta calunniosa o diffamatoria.
Le espressioni civili e riguardose, anche se critiche e non consenzienti, sull'altrui identità non sono - ancora - sottoposte a regime di autorizzazione preventiva.
Fa specie, certamente, che siti istituzionali italiani adottino clausole di chiara matrice anglosassone - nel ns. ordinamento ragionevolmente viziate da nullità per contrasto con norme imperative ex art. 1418 c.c. - che limitando apriori la libertà di espressione e di critica del cittadino appaiono altresì come una pericolosa censura preventiva sulle attività di governo e di amministrazione, teoricamente e costituzionalmente sottoposte a trasparenza e al controllo del popolo sovrano.