Progresso e caos
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on March 13, 2010 9:42 PM.
L'autoritarismo contrattacca was the previous entry in this blog.
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
La si può vedere anche così: ieri si spendevano per creare il futuro, oggi si spendono per aggiustare il passato.
Era un sistema concorrenziale. Due blocchi, due visioni del mondo, due imperi che dovevano dimostrare l'uno di essere migliore dell'altro. Oggi c'è un blocco, un impero che si inventa nemici per ricordare a tutti che è l'impero. Il declino segue l'apogeo.
Sempre a voler credere che sulla Luna ci siamo stati davvero... ;-)
In realtà però si spendevano anche per far vedere ai sovietici chi era il più forte, in piena guerra fredda. Era una gara fra blocco dell'est e paesi della NATO. Non era solo e tutto amore per la scienza.
I soldi c'erano, e si spendevano per gli stessi motivi di adesso. Certo, come dici giustamente, meglio investirli per far andare avanti la ricerca e la tecnologia "a fin di bene" che per guerre e salvataggi provvidenziali di ladroni e organizzazioni ladrone.
Iraq e bailout e stimoli vari non c'entrano nulla. E' ObaOba che non c'è con la testa. Cosa sarebbe più stimolante per l'economia se non un investimenti nella tecnologia spaziale ? E invece ha dato soldi a dogs and pigs (democrats lobbies) e non è nemmeno riuscito a spenderli tutti. DIvertente che quando in America succedevan certe cose era colpa di Bush, ora che ne succedono ben di peggio di ObaOba non si parla. Dalla personalizzazione alla spersonalizzazione degli eventi nell'arco di un annetto. Poi sono io che faccio comunicazione. Kennedy e soprattutto Johnson invece c'erano con la testa. D'altro canto da un certo punto in poi chi ha dato problemi allo spazio sono sempre stati i presidenti democratici: Carter, che cercò di cancellare lo Shuttle, una decisione di Nixon, e Clinton, che cancellò il programma di Bush padre, e ora ObaOba. Non c'è da stupirsi. E' proprio dal milieu da cui sono usciti coloro che da quarant'anni si sputa sullo spazio, anche in Italia. Ogni minimo problema o incidente è l'occasione per rimettere in discussione investimenti e piani. La mentalità è quella del ridurre, del ripiegarsi, del rinunciare, del ben'altro, eccetera. Chi ha fatto uscire dalla lampada il demone dell'immoralità della crescita è pregato di farcelo rientrare, prima di parlare a vanvera di futuro.
@marco: che tu faccia comunicazione non è in discussione... la fai benissimo, per la tua parte... certe volte però ti manca l'avversario e te lo inventi... (mi pare)in ogni caso qui si stava soltanto paragonando le grandi spese degli anni sessanta e quelle di adesso: si direbbe che un tempo ci fosse un'enormità di soldi per megaprogetti in qualche modo capaci di far pensare a una prospettiva futura, mentre oggi le grandi cifre sembrano destinate a tenere sotto controllo una complessità schiacciante...
No, Luca, l'avversario ce l'ho, eccome. I soldi ci sono anche ora, tanti, forse di più che allora. Se guardi la percentuale del PIL che rappresentava l'Apollo negli anni '60 e guardi quanto la stessa cifra oggi rappresenterebbe te ne renderesti conto. E guarda che anche la guerra, se ci pensi, è un investimento sul futuro, è sempre possibile rinunciare nell'immediato (vedi Monaco). L'avversario è sfuggente, lo ammetto, ma è rappresentato da chi preferisce sempre "qualcos'altro" a quello che viene proposto: sono gli accidiosi, e l'accidia è il peccato capitale del nostro tempo, ben più dell'avarizia. L'accidia è un vizio tipicamente italiano (non per nulla viene codificato come vizio capitale al tempo dei Comuni).
http://it.wikipedia.org/wiki/Accidia
Gli accidiosi sono insidiosi, si travestono da prudenti, da paladini della decrescita, da nemici dello sfruttamento (capitalistico o altro), si inventano persino motivazioni bassamente egoistiche per la propria accidia (impedisco che quella cosa venga fatta perchè non sono io che la faccio, ma in realtà se ne avessero la possibiltà non la farebbero lo stesso), in altre parole, travestono l'accidia di invidia. Segno che l'accidia è peggio del'invidia.
Quanto alla complessità, certo oggi il mondo è molto più complesso degli anni '60, ma non tantissimo di più. E' più veloce (effetto della finanziarizzazione) e più frantumato, ma soprattutto la sovrastruttura culturale mitologica ha depontenziato gli strumenti conoscitivi, il postmodernismo è una sorta di accidia culturale. Come si faccia ad ammazzare il drago, non lo so, però che il drago sia mio avverario lo vedo benissimo.
Quanto alla comunicazione, faccio una citazione trasversale che c'entra con il limbo valutativo in cui viene conservato ObaOba: Leo Longanesi diceva che durante le conversazioni in società, ogni discussione sul recente passato iniziava con "Sia chiaro, nessuno dei presenti è mai stato fascista".... oggi se fai notare il doppio standard la risposta è gente che si guarda attorno come se non si parlasse di loro. Esclusi i presenti.
" Cosa sarebbe più stimolante per l'economia se non un investimenti nella tecnologia spaziale ? "
forse non hai ben chiaro quanto è grande il debito pubblico degli Usa. Obama dove prenderebbe i soldi per investimenti nella tecnologia? Forse non vi rendete conto che, quando ci sarà la cosiddetta exit strategy, si rischierà l'insolvenza degli Usa e di molti Paesi occidentali; altro che spese per lo spazio, se si rischia la bancarotta meglio non farle
Il debito pubblico è grande e sa pensare per sè.
Il debito non è un problema, è lo sbilancio il problema, e lo sbilancio lo copri con la crescita. Se non investi sulla crescita, come pensi che riparta l'economia. E poi, ripeto, 140 miliardi sono peanuts. Nel 2008 il PIL USA è stato di 14,3 trilioni di dollari. 140 miliardi di dollari sono meno dell'un per cento del PIL se spesati in un anno. Se spesati in dieci anni è l'un per mille del PIL. Non mi venite a dire che non ci sono i soldi.
" Nel 2008 il PIL USA è stato di 14,3 trilioni di dollari. 140 miliardi di dollari sono meno dell'un per cento del PIL se spesati in un anno. Se spesati in dieci anni è l'un per mille del PIL. Non mi venite a dire che non ci sono i soldi."
tu sembri ignorare cosa è successo nel secondo semestre 2008; tanto per ricordarlo: è fallita tutto il sistema finanziario Usa. I soldi non ci sono, cioè ci possono essere solo se li stampano ma ne hanno stampati già molti per salvare il sistema, sarebbe troppo rischioso stamparne altri per andare nello spazio.
A me piacerebbe mettere te come ministro del tesoro Usa: stamperesti altri dollari per missioni nello spazio e faresti correre agli Usa il rischio di default! Wow!
http://www.nasa.gov/pdf/396093main_HSF_Cmte_FinalReport.pdf : a pagina 21, grafico in basso, si vede chiaramente l'eccezionalità dello sforzo finanziario corrispondente al programma Apollo. Comunque se prospettiva ci fu, non ebbe grande respiro: arrivati (ripetutamente) sulla Luna, il programma Apollo fu semplicemente abbandonato e la NASA ricominciò da zero con lo Space Shuttle. Oggi, con l'imminente pensionamento di quest'ultimo e senza un chiaro sostituto, si prospetta un altro periodo di gap nelle capacità statunitensi di portare equipaggi in orbita.