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This page contains a single entry by Luca De Biase published on March 2, 2010 8:28 PM.
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
Sono perfettamente d'accordo con chi ha scritto il blog! I AM NOT A USER! Da oggi voglio più essere chiamato utente :-)
C'è un interessante parallelismo con i servizi sociali: "user" sta sempre più stretto anche da queste parti, tanto che qualcuno li vorrebbe addirittura "prosumer". Un approccio laterale molto stimolante.
Pensare e progettare per le persone non è cosa facile. Per aiutarci nel nostro lavoro dobbiamo necessariamente costruire dei modelli che servono a interpretare quello che ci circonda. Da questa esigenza nascono concetti come quello di "consumatore", sulla cui riduttività si è già espresso Giampaolo Fabris più di un decennio fa, e come quello di "utente".
Purtroppo i modelli interpretativi, soprattutto se tendono a perdere progressivamente il contato con la realtà, invece di strumenti utili possono diventare gabbie o, peggio, simulacri con cui troppo facilmente rischiamo di sostituire la realtà stessa.
Mi associo - quindi - a quanto scritto nel blog di Pietro Turi e rivolgo un appello alla comunità dei designer. Alziamo, ogni tanto, la testa dal nostro monitor. Usciamo dalle sale riunioni in cui pontifichiamo su come potrebbero o dovrebbero comportarsi gli "utenti". E cominciamo ad osservare le persone vere, senza aver paura di prendere in considerazione la loro complessità e, perché no, la loro imprevedibilità.
Questo è vero "Human Centered Design". Il resto è puro esercizio accademico...
Sarei d'accordo al 100% se la questione si limitasse al 'disegno'.
Da sviluppatore quale sono [quindi penultimo anello della catena] non posso non sottolineare che innanzitutto che uno user diventa 'persona' nel momento in cui mi chiede di esserlo;
In primo luogo perchè la ricchezza delle nostre diversità è tale da diventare irrealizzabile un modello di interazione differente una volta usciti dall'ambito di design HCI.
In secondo luogo a volte l'utente ha voglia [o l'esigenza] di veder risolto il suo bisogno senza che la questione venga condita da elementi indesiderati o non espressamente richiesti.
Un esempio lampante è il come si è modificata la risposta di sistemi operativi come Windows a partire dalla release XP. Nell'apprezzabile tentativo di adattarsi alle esigenze degli 'utenti' XP spostava le icone dei programmi in base alla frequenza di utilizzo. feature apprezzabile, ma destabilizzante. quindi ci siamo dovuti adattare ad u'interfaccia che a sua volta cercava di adattarsi...non so ma in tutto questo ci vedo qualcosa di perverso: è come se la mia macchina decidesse per me quale marcia igranare per anticipare i miei [inespressi] desideri....
Pietro ha ragione! La parola utente è troppo limitante: mi rendo conto che non sia facile progettare per le persone però il valore di un'idea pensata per un essere umano piuttosto che per un utente è incomparabile!
Vi avviso. Partirò da molto lontano. Dalla fine del 1800, per la precisione. Thomas Edison era un geniale inventore e imprenditore americano. Quasi tutti lo ricordano oggi come il padre della lampadina, ma in pochi sanno che dai suoi laboratori vennero fuori anche il primo strumento per registrare suoni e la prima macchina da ripresa cinematografica.
Il fonografo e il Kinetoscopio non ebbero però grande fortuna.
Il primo fu venduto per registrare la propria voce al posto della carta negli uffici ma uscì sconfitto al momento della nascita dei dischi musicali, che ne imposero un uso più ludico ma ancora oggi predominante.
Il secondo prevedeva che i film fossero visti da una singola persona alla volta, che doveva stare in piedi a guardare nel buco dello strano apparecchio. Qualcosa di ben lontano dall'esperienza collettiva che pochi anni dopo venne fuori dal genio dei fratelli Lumière.
In entrambi i casi l'inventore della tecnologia, che pensava in laboratorio con un'ottica "user" dando appunto un uso molto pratico alle sue invenzioni, fu spazzato via da chi seppe allargare i suoi confini a modalità finora inespolate, guardando alle persone. Ben oltre un secolo dopo, ancora ricadiamo negli stessi errori?
Io ho anche la maglietta :-)
http://www.iamnotauser.com/index.php/t-shirts/
Sono completamente d'accordo con Pietro.
All’inizio del processo di design, sappiamo che le persone per cui progettiamo sono accomunate dal fatto che usano o useranno un certo artefatto, sono "utenti". Il nostro lavoro è scoprire chi sono, cosa li gratifica, cosa li frustra, cosa li stimola, quali sono le loro aspirazioni e i loro obiettivi ecc.
Dovrebbe essere scontato che ogni utente è una persona, sostituire “utente” con “persona” mi sembra una sconfitta. Mi infastidisce che professionisti della progettazione* stiano a chiedersi se si progetta per le persone o per gli utenti. Mi scandalizzo anche un po’, francamente. Per chi fa questo lavoro dovrebbe essere ormai un’ovvietà.
Mi rendo conto che il mio discorso suona poco realistico, che se dico “UCD“ il mio interlocutore pensa che ho sbagliato l’acronimo di un partito politico, che spesso gli utenti non ce li fanno vedere neanche in foto, che c’è bisogno di ribadire con forza che non si può progettare basandosi sui pregiudizi sugli utenti. Insomma, vivo nello stesso mondo in cui vivete voi e queste cose le so. Credo però che i committenti devono essere educati a capire la differenza tra utenti generici e persone. Spieghiamo il nostro metodo ai nostri clienti, ai nostri datori di lavoro e ai nostri colleghi**. Coinvolgiamoli nella progettazione. Illustriamo le tecniche che stiamo usando. Forse riusciremo a fargli vedere la persona che sta dietro l’utente e a rendergli chiaro perché per noi è tanto importante.
*Non mi riferisco a Pietro che sull’applicazione dei principi dello User/People/Human-Centered Design mi mangia in testa.
**Non userò la parola “evangelist” neanche sotto tortura.
Io sono completamente d'accordo con Pietro! @Silvia, la parola utente lasciamo al secolo scorso...