Un tanto al post

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Marco commenta la vicenda del ragazzo che si è fatto pagare per un post. Ampia discussione anche su Facebook. Il tema merita anche una chiosa laterale.
 
Il problema, secondo me, non è di questo o quel ragazzino. Che di per se fa più che altro tristezza. Casomai è di questa o di quell'azienda che pensa alle recensioni come fossero pubblicità e accetta di pagare.

Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Un tanto al post.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/967

6 Comments

Ciao, ho letto il post di Marco, non avevo da aggiungere un granché ai tanti commenti sul suo blog. Quoto il tuo Luca, in special modo la seconda parte sulla generalizzazione strumentale di certe definizioni. (Allora noi nati col web 15 o più anni fa cosa saremmo? Ovvia su...)

Quanto alle recensioni a pagamento, sono un tema in questo momento molto scottante nel settore wine&food di cui mi occupo. Non approfondisco qui, sarei off topic. Ma permettimi di lasciare una traccia: vi piacciono gli ottimi vini, magari da piccole produzioni difficili a reperirsi? Cercateli nei s.n., interagite e dialogate coi produttori e lasciate perdere guide e giornalisti.

Saluti maremmani,
Alessandra

Viva Alessandra. Se i blog diventano giornalismo, perchè non dovrebbero fare quello che giornalisti e giornali fanno da 200 anni (da quando contano qualcosa nell'economia delle cose) ? Ossia prendere i soldi per scrivere ? Non facciamo i vergini, per favore. Come diceva quel grande PR, il giornalista che non prende i soldi (in senso metaforico e metadentrico) è quello che non conta un c.... (in senso figurato). Alla fine, la differenza la fa solo lo stile: vogliamo crocifiggere un ragazzo perchè non ha ancora imparato lo stile dei grandi del mestiere? Suvvia. E' ingeneroso. Si farà. Quanto al ritornello del "il problema sono chi i soldi glieli da", ricorda molto la questione delle persone (politically correct e factually correct, I see nowadays) di facili costumi e il "se non ci fossero i clienti". Questione antica, probabilmente paleontologica. Che in una economia dei servizi alla persona e dello sganciamento tra sesso e riproduzione non si dovrebbe porre nemmeno.
Vabbè, fine del siparietto del cinico in cattedra. Enjoy.

@ Marco: vuoi dire che la colpa è del sistema? Non posso darti torto, ma non ti do' neanche ragione :-). Si può sempre scegliere e l'etica non è una roba d'altri tempi sai?
Oltre tutto proprio lavorare in questi anni con vini ed olii (ce ne sono tanti ma tanti veramente eccellenti) mi ha confermato che non c'è bisogno di raccontare frottole per lavorare né avere professionalità occulte. L'ADV esplicito, per il quale pretendere emolumenti, è praticabile.

@Ale, colpa, chi ha parlato di colpa ? Non è nemmeno il sistema, è la natura umana. E non è nemmeno una questione di frottole, ma di occupazione degli spazi e dell'attenzione. Ogni giorno escono, dico una cifra a caso, 20 comunicati in ogni settore possibile e immaginabile (20 per settore). Le pagine dei giornali e l'attenzione dei blogger sono limitate. Si paga non (almeno, nella maggior parte dei casi) per far scrivere balle, ma per far scrivere, period. L'ADV esplicito serve sempre meno, perchè c'è scritto sopra "MI HANNO PAGATO PER ESSERCI", e allora o fai le cose in TV, che ti succhia il cervello, oppure ti travesti da "opinione" o da "notizia". D'altro canto, riapro il siparietto cinico, quante "notizie" soono in realtà opinioni ? Quanta informaziona è comunicazione ? La tentazione di usare il proprio cntrollo dello spazio e dell'attenzione è troppo forte. Non è nemmeno una tentazione, "è", e basta. E poi, e chiudo il siparietto, molte questioni di etica si riducono al fatto che c'è un contrasto tra singolo giornalista, gerarchia del giornale ed editore, su chi decide a chi "vendersi".

Leave a comment

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on February 9, 2010 7:44 PM.

Taglio alto was the previous entry in this blog.

What's the Buzz is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

Links

RSS AddThis Feed Button
  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...