Internet e la verità...

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Un dibattito è partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del Sole 24 Ore, il giornale per cui lavoro) sul ruolo di internet nell'evoluzione del sapere.

Un contributo fortissimo viene da Edge: la domanda globale di quest'anno, appena lanciata, infatti è: "how is the internet changing the way you think?"

Imperdibile.

Se ne parla da sempre, anche in questo blog, del rapporto tra la rete e la tensione verso la qualità dell'informazione. E la strada è complessa. Ma non per questo è poco appassionante. Perché la probabilità di trovare intelligenza negli altri è sempre maggiore di quanto ci si aspetta. Ma per trovarla, l'importante è imparare a conversare, in un contesto nel quale i media tradizionali non si impegnano sempre molto su questo terreno.

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Il problema di Riotta è che crede sia possibile e giusto girare una rotellina, istituire una regola, agire sul web per renderlo migliore.

Pfui. Illiberale e reazionario, proprio così.

Il web ci mette a disposizione un oceano di informazioni. Non sono tutte utili. Quello che occorre è imparare a distinguere la buona informazione dalla cattiva informazione.

E in ogni caso non puoi vietare alla gente di scrivere e leggere cazzate.

sono un 61 enne che qualche anno fa non ha voluto perdere il treno di queste tecnologie, che chiamo internettiane.
Mi sembrava che nell'ultimo tratto della mia vita, se avessi perduto questo treno, avrei perso delle grandi opportunità per continuare ad apprendere. Perchè a me sembra noi siamo in vita per apprendere, per allargare la sfera della nostra coscienza, senza esagerazioni e facendo valere ragioni e sentimenti.
Avverto con acutezza quanto quanto Riotta sostiene con Lanier. L'ho avvertito soprattutto nel passaggio dai blog a facebook e - per igiene mentale - ho evitato twitter: c'è un limite alla miniaturizzazione della scrittura.
Non so se prima o dopo quelle considerazioni di Lanier, anche Andrew Keen aveva argomentato in modo simile nel libro Dilettanti.com, De Agostini 2009 (edizione americana 2007)
Non so se anche Keen è stato lapidato per avere detto queste cose. Credo di sì perchè l'insulto è ormai tratto culturale facile e non sanzionato.
A me sembre, infine, che occorrerebbe sapere da dove viene questa pulsione a usare le parole internettiane (una tastiera e uno schermo) come armi per ferire.
La storia dei tempi lunghi di Braudel insegna che per capire il senso una trasformazione occorre un periodo ampio.
Noi siamo, ora , dentro la trasformazione e dunque prevalgono i gorghi, i mulinelli, il caos.
Spero solo che mella massa degli opinionanti continuino ad emergere le parole-bussola, gli autori sapienti, le intelligenze riflessive
grazie per l'attenzione
Paolo Ferrario (ma tu - forse - mi conosci come Amalteo di Tracce Sentieri)
docente di Politica sociale
Viale Varese 79
Como

Braudel è il mio maestro e il mio riferimento. La domanda è: la melassa indistinta è un dato di fatto, è il problema, è la successione di fotografie insensate di ogni momento presente; come emerge la prospettiva, la qualità, l'approfondimento? Sintonizzarsi sulla lunga durata è il metodo intellettuale fondamentale...

Mi sembra che recentemente la direzione del Sole abbia dato chiari segnali dell'atteggiamento che intende tenere verso la rete. Non so se ha dato noia ad altri ma a me trovare De Benedetti tra i 10 leader dell'anno(http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/12/personaggi-economia-premiati.shtml) mi ha fatto lo stesso effetto che mi avrebbe fatto vedere 2012 tra i migliori 10 film dell'anno. Soprattutto se poi si legge la motivazione di tale onorificenza:"per l'impegno con cui sta difendendo il valore economico del contenuto dell'informazione, saccheggiato da troppi siti su internet. Un rischio non solo per gli editori e i giornalisti, ma soprattutto per la democrazia, che non può vivere senza informazione di qualità. Come Murdoch nel mondo anglosassone, De Benedetti sta studiando nuove strade contro i «barbari» del tutto gratis, per valorizzare internet senza uccidere la stampa.
"saccheggiato"? "Contro i barbari del tutto gratis"?! mah..

intervengo solo su un aspetto collaterale, perché il succo della faccenda è davvero complesso. Riotta parla spesso dell'anonimato della presenza in rete. Effettivamente, anch'io trovo che l'anonimato sia un problema, perché dietro di esso ci si sente facilmente provi di responsabilità. L'unico fatto positivo di Facebook (che per il resto trovo molto discutibile), è proprio che la stragrande maggioranza dei suoi utenti è lì con il proprio nome e cognome (è lo scopo sociale, farsi trovare...).

La mia scelta di essere presente in rete sempre con il nome e cognome, fatta molto tempo fa senza pensarci troppo, credo sia stata una buonissima scelta.

Ps: comunque, il commento di Umberta all'articolo di Riotta è bellissimo: "Caro dottor Riotta, è sempre un piacere leggere quello che scrive. Il problema è reale, su Wikipedia e altrove. Il fatto è che bisogna capirsi sull'altrove: sul web, di qualunque numero, non ci sono onestà intellettuale, competenza e serenità perché non ci sono fuori. Limitandoci a Wikipedia, per vedere il problema della qualità dei contenuti, anche in argomenti non soggetti alle incursioni dei fan, basta guardarsi lo stesso articolo in italiano e in inglese (magari anche in francese) per notare differenze che a volte sono ridicole e a volte preoccupanti. Ma non è mica colpa del web. Le persone portano sulla rete se stesse; del resto, non potrebbero fare diversamente. I forcaioli del web sono forcaioli anche fuori e viceversa. Chi sta in rete e cerca conferme a quello che pensa legge anche libri che gli confermano quello che pensa. Non mi pare un problema di strumenti, direi che è un problema di educazione."

Ho difeso più volte la scelta dell'anonimato, sulla base di due argomenti. Il primo: il nome "vero" responsabilizza fino a un certo punto, ma in compenso può indurre a qualche autocensura di troppo e a qualche esibizionismo. Il secondo: il blog anonimo mette in secondo piano l'autore e in primo piano il lavoro che fa. Quella che manca è dunque la capacità di leggere e giudicare un blog per quello che è.
Poi ci sarebbero le altre annose questioni messe in campo dall'articolo. Direi che, nella mia esperienza decennale, ho trovato che Internet non è poi così diverso dalla vita reale, sul piano dei contenuti. Sembra quasi che ben pochi abbiano in mente quello che accade nei bar, alle feste dei ragazzi, davanti alle macchinette del caffè negli uffici e così via. Per non dire dei giornaletti popolari o dei programmi delle piccole (e grandi) radio. Accusare Internet per la pochezza dei contenuti mi sembra che denunci piuttosto una incapacità di discernere e scegliere. Io continuo a scoprire persone (anche anonime) intelligenti, corrette e preparate e non posso dire lo stesso di altri media.
Sarò fortunato, che dite?
saluti

Ringrazio Luca dello spazio e dell'interessante discussione.
Ho iniziato a usare la rete nei primi mesi del 1994. Ho bei ricordi e nostalgie di Gopher e di Veronica, di vecchi newsgroup o di primordiali icone.

Oggi il flusso di informazione, di comunicazione è immenso, lavico, carsico e condivido questa frase di Paolo Ferrario: " oi siamo, ora , dentro la trasformazione e dunque prevalgono i gorghi, i mulinelli, il caos."

E' una costruzione di nuovi modi e metodi di comunicazione, di conoscenza che si implementano, interagiscono senza soluzione di continuità. In fondo, per me, è una continua scoperta... anche se, a volte, navighiamo in rete, come nella vita, tra isole di solitudine in un oceano di indifferenza.

Sull'anonimato penso che nemmeno io in questo momento potrei essere quello che, riempiendo qualche casella prima del commento, vi indico come mia identità "virtuale/reale".

Mi domando se sulla rete sono più importanti i contenuti a disposizione di tutti oppure le torri d'avorio tempestate di diamanti?...:)

Vi segnalo, come contributo alla discussione e se non l'avete letto, questo articolo:

Zittire un blogger
di Yoani Maria Sánchez Cordera, giornalista web cubana

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/generaciony/hrubrica.asp?ID_blog=272

Anonimato: dovete capirlo. Uno che in un articolo che parla di Lanier infila non so quante volte "io ho fatto", "io ho detto", volete che ami l'anonimato ?
Perfidamente vostro.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
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