Albert Camus discute la sua Peste osservando che pochi hanno notato come il suo linguaggio cambi nelle cinque sezioni delle quali è composta quell'opera. Camus ha scritto in modo da fare emergere le storie individuali nella prima parte. Poi progressivamente, mentre avanza la peste, scrive in modo tale da dare l'impressione dell'aggregazione della comunità di fronte al fatto che la sta colpendo. E torna a usare un linguaggio individualistico quando la peste progressivamente passa.
La parola costruisce comunità. O racconta individualità. Possiamo scegliere come parlare. Una società ha bisogno di essere consapevole di come parla.
È un regalo del primo dell'anno questa lezione nella quale Camus racconta questi suoi pensieri (e spero proprio che nessuno vorrà contestarne la condivisione, in mp4, qui): AlbertCamus-LaPeste.m4a.
Grande Camus, ma ingenuo ottimista, come sempre, storicamente succedeva il contrario, le strutture sociali si disgregavano all'avanzare della peste oltre un certo livello. Penso abbia a che fare con la percepita inutilità di ogni azione collettiva. In altre catastrofi, dove si capisce che agendo collettivamente la si scampa, il fenomeno descritto da Camus è più probabile.
Curiosa la polemica di ieri sul libro di Flores D'Arcais su Camus... La polemica nasce da questo articolo de il Giornale:
http://www.ilgiornale.it/cultura/per_flores_darcais_rivolta_camus_oggi_sarebbe_contro_berlusconi/17-02-2010/articolo-id=422628-page=0-comments=1
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