Cala la quota di traffico p2p

| | Comments (12) | TrackBacks (0)
Un manager di un primaio operatore telefonico nota: "Il traffico peer-to-peer era anche il 60% del totale del traffico internet in Italia, fino a qualche tempo fa. Oggi non è più del 20%". (Probabilmente il dato è approssimativo nella cifra anche se è certo nella tendenza).

E' la vittoria delle major? Forse è soprattutto la vittoria dello streaming. E dello scambio di link sui social network.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Cala la quota di traffico p2p.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/808

12 Comments

Il 20% di cosa? il 60% di cosa? detta così non significa molto!

il 60% del totale del traffico internet naturalmente... mi scuso...

Io lavoro nel NOC di una grande università e gestisco le notifiche DMCA che ci arrivano. Nell'ultimo anno sono assai diminuite, in parte per lo spostamento dello scambio dati su canali non facilmente rilevabili come http(rapidshare.com) o bittorrent cifrato.

non ci credo.. mi sembra troppo poco. forse si e' nascosto (oltre all'incremento relativo dello streaming)

Nemmeno io ci credo. Può essere calato il valore relativo, ma non di così tanto

io ci credo. In Italia Facebook cresce in maniera esplosiva e trascina dietro youtube. Rapidshare e altri siti di scambio non P2P sono tra i più trafficati. Vedete tanti nuovi entusiasti di Bittorrent e eMule ? Io proprio no.

No mi sono spiegato male io. Intendevo dire: quali sono i valori assoluti? Per esempio: diciamo che un anno fa il traffico di internet era 100 e il 60% era di p2p. Poi diciamo che oggi il traffico è 1000 e il 20% è p2p. Il traffico p2p scende in valore percentuale e cresce in valore assoluto. Già così si possono fare un sacco di ragionamenti :-)

può darsi che la gente abbia ormai fatto il pieno di musica, video e film vecchi e scarichi solo la roba nuova.

magari che di buono da tirarsi giù non c'è più niente. o che posso scaricare un video da youtube ed anche estrarne la traccia audio.

@Nicola Mattina: comprensibile la richiesta di delucidazioni, ma penso che la "sparata" fosse proprio una sparata, fine a se stessa, giusto per dire che la tendenza del p2p è di drastico calo.
Penso che anche se gli italiani connessi sono aumentati nell'arco degli anni, la maggior parte di questa "nuova onda" sia di persone che si attaccano a facebook e basta (poco altro), cosa che fa crescere il numero assoluto, diluendo la percentuale di chi ancora scarica dal p2p.
Concordo anche sulla maggiore reperibilità di ciò che interessa su pool http quali megaupload o rapidshare (e conseguenti siti accessori che ne permettono un ottimo utilizzo), ma il drastico calo mi sembra eccessivo, ché se uno vuole vedersi un film di qualità, continua a scaricarlo tramite torrent o il mulo. Ma si sa che la qualità non è proprio il pallino degli italiani contemporanei.
Grazie, come sempre, per gli spunti di riflessione.

Attenzione ai numeri. Sicuramente è calato il valore relativo del p2p (ed è un bene), ma non è detto che sia calato il p2p in valori assoluti e soprattutto che sia calata la pirateria (si fa molta ora tramite rapidshare e siti di streaming).

Leave a comment

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on December 11, 2009 1:47 PM.

Il senso della privacy e il valore dell'informazione was the previous entry in this blog.

Jack Dorsey ha ragione? is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

Proposta di lettura

Articoli

RSS AddThis Feed Button
  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore