Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute

E’ ora di mettere una parola fine a un lungo e falso dibattito sui giornali, interessante solo chi li vende. Ma per riportarlo verso le persone, occorre sentire la voce di chi li scrive e li legge. Come?

Test di giornalismo: che cosa interessa di più alla cittadinanza?
1. Che gli editori, i tecnologi, i pubblicitari facciano tanti soldi e ne usino una parte per pagare lo stipendio a costosi giornalisti?
2. Che esistano giornali indipendenti che possano controllare il potere e dar forza a un’opinione pubblica democratica?
3. Che l’informazione sia diffusa in modo comodo e interessante; e sia prodotta raccogliendo i fatti e interpretandoli con metodo trasparente?

Se avete risposto 1, probabilmente lavorate in un’azienda del settore dei media. Se avete risposto 2 siete cittadini di straordinaria consapevolezza costituzionale. Se avete risposto 3 siete persone critiche e pratiche, consapevoli delle trasformazioni in atto.

Il dibattito prevalente negli ultimi tempi ha fatto finta di occuparsi del punto di vista 2 e in realtà si è concentrato sul punto di vista 1. Non è stato molto importante per le persone, di fatto interessate soprattutto al punto di vista 3.

Murdoch ha attaccato duramente Google negli ultimi tempi. Google ha risposto con coerenza. E finalmente Murdoch e Schmidt hanno scritto una parola chiara sul Wall Street Journal che può portare a una conclusione del loro confronto: ma dimenticano il centro della questione, cioè il rapporto tra autori e pubblico.

Murdoch, leader degli editori, ha cominciato ad attaccare quando ha perso il minimo garantito di pubblicità su MySpace che Google gli aveva pagato per qualche anno. Nel mezzo della crisi dell’editoria ha puntato molto intelligentemente su un’idea giusta: occorre trovare il modo per far pagare le notizie. L’idea è giusta perché nessun modello di giornalismo di qualità si può basare esclusivamente sulla pubblicità: un pubblico pagante è un pubblico più coinvolto. Naturalmente questo era un concetto importante per risollevare le sorti delle sue aziende editoriali. Per sostenerlo però ha detto di tutto. Anche se non ha fatto quasi nulla. In realtà, stava trattando. Per un po’ di tempo se l’è presa soprattutto con Google, accusando il motore di ricerca di ogni nefandezza (essenzialmente di fare soldi con i contenuti degli altri). E ha persino detto, un po’ scioccamente, di voler impedire a Google di trovare i suoi giornali online. Il suo errore concettuale è quello di pensare che il vecchio regime – nel quale il pubblico doveva necessariamente entrare nel suo territorio per accedere alle notizie – possa essere restaurato. Il suo obiettivo invece è chiaro: vuole un fatturato superiore ai costi. Il problema è come riuscirci? Sembra che pensi poco a innovare i prodotti e troppo agli accordi con i competitor. Questo è tipico degli editori. Ma non è sufficiente.

Google ha risposto che il suo ruolo è molto più costruttivo che parassitario. Il motore porta molto, moltissimo traffico. Naturalmente guadagna nel farlo. Ma fa anche guadagnare. A conti fatti, ciascuno può decidere per sé (restare o non restare ricercabile online): ma poiché quasi nessuno per ora si chiude a Google, una ragione ci sarà. Inoltre, Google ha messo a punto molte diverse modalità di accesso alle notizie, comprese alcune soluzioni per favorire il pagamento delle notizie. In quanto piattaforma di servizio e non compagnia editoriale, può porsi al servizio di qualunque soluzione gli editori vogliano sperimentare per trovare nello stesso tempo traffico per la pubblicità e pubblico pagante.

Murdoch pare abbia apprezzato questo approccio, quando finalmente l’ha capito. Può darsi che smetterà di minacciare di andare solo su Bing. E può darsi che la sua leadeship tra gli editori si manifesterà anche nella prossima fase della grande trattativa.

Ma il tema resterà aperto. Perché ci sono alcuni presupposti che rimangono indiscussi. E restano al centro della questione.

L’impostazione internettiana classica che Schmidt ribadisce è quella secondo la quale le notizie sono atomi di informazione (fondamentalmente pagine) e si possono valorizzare in molti modi: pubblicità, micropagamenti, abbonamenti… Tutto giusto, ma insufficiente.

L’impostazione editoriale classica è che un editore possiede le notizie perché paga chi le produce e quindi le vende in modo da generare un profitto. Giustamente Murdoch la ribadisce.

Il problema è che questi signori dimenticano che i giornali non sono somme di singoli articoli, e che la vita dei giornali e il senso dell’informazione non dipendono dai modelli di business e dalle piattaforme: dipendono dal rapporto tra chi scrive e chi legge.

Il rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge è fondato sull’esperienza che nel tempo si sedimenta tra loro.

Tradizionalmente, la fiducia si sintetizzava nelle testate giornalistiche. Un valore che non è pari alla somma degli articoli. Internet ha consentito mille modi per aggirare le barriere all’accesso delle singole informazioni contenute nelle testate. E ha sottolineato l’emergere di nuovi rapporti, più diretti, tra chi scrive e chi legge, ruoli che sempre più spesso si sovrappongono, perché si esprimono e si incontrano su diverse piattaforme, dai blog ai social network.

Questo ha consentito agli articoli di sviluppare una propria vita autonoma dalle testate,
ma il fenomeno non ha distrutto il valore potenziale delle testate.

L’innovazione nella relazione tra autori e pubblico porterà certamente a una quantità di nuovi modelli di giornalismo, di business e di creazione di idee. E i giornali?

La ridefinizione del valore dei giornali dovrebbe partire dal valore delle testate come beni esperienza. Luogo di sintesi tra le attività editoriali, pubblicitarie e giornalistiche, saranno al centro del ripensamento dei giornali. Che sopravviveranno, molto probabilmente. Ma sopravviveranno bene o male a seconda della consapevolezza che gli editori e i pubblicitari riusciranno a coltivare sull’importanza della ricerca giornalistica di fatti e di interpretazioni al servizio del pubblico.

L’informazione diventa un sistema ben più ampio di quello gestito dai giornali. Riguarda gli autori indipendenti, il pubblico attivo, i gruppi di giornalisti e le aggregazioni di blogger. Riguarda le istituzioni che dànno informazioni. E riguarda i vari soggetti che fanno business su queste attività. Molti modelli sono destinati a coesistere. I giornali potrebbero restare importanti se saranno concepiti non come contenitori di singoli elementi di informazione, ma come organizzazioni culturalmente coerenti, metodologicamente trasparenti, capaci di contribuire all’interpretazione della realtà. Non vivranno senza un bilancio in ordine: ma il bilancio non potrà essere il loro scopo. Il punto di partenza è trovare un’identità nel grande sistema dell’informazione che ha bisogno anche di gruppi professionali dedicati alla generazione di senso. Lo strumento è economico. Lo scopo è culturale. Imho.

9 Commenti su “Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute

  1. Luca,
    Mr. Murdoch in realtà negli ultimi due anni è stato particolarmente impreciso e ondivago su editoria, online, pagamenti e pubblicità (v.di qui
    http://smaruzzi.wordpress.com/2009/11/29/google-il-cattivo/).
    Inoltre il problema della produzione di contenuti di qualità, di credibilità della fonte e anche solo certificazione delle sorgenti informative non riguardo solo i giornali, ma l’intero sistema di produzione di notizie, indipendentemente dal mezzo fisico scelto. Certo che per chi opera in un contesto solo o prevalentemente cartaceo, le difficoltà sono tangibili e concrete. Ma la soluzione va trovata al proprio interno in prima battuta.
    Stefano

  2. Ciao Luca,
    io nel mio blog scrivo del pensiero snello (lean thinking) e del valore che il cliente dovrebbe ricevere da chi gli offre un prodotto o un servizio.
    Nel caso delle testate giornalistiche, fino a quando non si decidono a fare articoli veramente superori in termini di valore ai vari blog in giro, avranno vita sempre più difficile nel campo di editoria online.
    E sicuramente non devono lamentarsi della grande G che gli porta comunque migliaia di lettori al giorno… Google ha costruito il suo impero online fornendo ai propri clienti qualcosa di nuovo, di diverso, di innovativo, costruito grazie ai contributi dei lettori e del loro feedback continuo. E ha anche lasciato perdere tanti progetti che poi non si sono dimostrati interessanti agli utenti…
    I giornali online invece pretendono che loro sono coloro che hanno i contenuti migliori e che gli è dovuto il successo visto che l’hanno avuto in passato su carta stampata. E non considerano proprio il feedback degli utenti per migliorare i servizi offerti. Ma agli utenti potrebbe anche non piacere il fatto di dover pagare un articolo dove si parla di qualche velina che si porta a casa il primo calciatore di turno… O no?

  3. ciao Stefano! anch’io ho trovato murdoch parecchio contraddittorio (in apparenza): http://blog.debiase.com/2009/12/murdoch-si-contraddice-anzi-no.html
    http://blog.debiase.com/2009/11/muroch-google-e-il-corriere.html
    http://blog.debiase.com/paper/giornalisti-innovatori.html
    Il fatto è che a lui non importa la coerenza intellettuale di quello che dice. A lui importa il fatturato.
    Ciao Dragan…
    concordo: non è detto che i pezzi dei giornali online siano meglio di quelli dei blog. Non credo che si possa pensare più in questi termini. Credo che le testate possano avere un senso interpretativo e che il lavoro professionale abbia un valore di servizio importante. Ma la storia in materia è ancora tutta da scrivere. Anche a te propongo questo link che spiega meglio quello che intendo: http://blog.debiase.com/paper/giornalisti-innovatori.html

  4. Non credo che quel vecchio volpone di Murdoch sia preoccupato dal servizio che offre Google ma piuttosto dal fatto che la pubblicità online va a Google e non ai suoi variegati e svariati mezzi.
    Lui sa bene, come lo sanno tutti, che è impossibile e/o complicato far pagare i contenuti, se non in casi molto particolari e molto limitati, e sa anche benissimo che tutti i media possono sopravvivere solo con la pubblicità, a meno che non offrano contenuti non altrimenti reperibili (il calcio/evento in tempo reale) oppure quando l’utente, fatto un rapporto costo/benefici, sceglie di pagare il contenuto perchè non sa procurarselo altrimenti, perchè può pagarlo, perchè è uno status simbol avere l’abbonamento a Sky, perchè paga una qualità non disponibile in altro modo (suono, HD, versioni in lingue originali), perchè è un collezionista che vuole avere il supporto.

  5. Credo che tu abbia centrato in pieno il bersaglio, Luca. Il problema è che troppo spesso gli editori danno per scontato che milioni di lettori li seguiranno ovunque. Su carta, nei recinti digitali, sugli smartphone, pagando o meno. Viene invece fatto ancora troppo poco per comprendere il modo in cui i lettori/utenti/pubblico stanno cambiando e – di conseguenza – come stanno cambiando anche le loro abitudini ed esigenze. Di linguaggio, di comunicazione, di informazione, di condivisione. Il punto 2 e il punto 3 del tuo post non vengono mai considerati degni di valutazione (se non da poche eccezioni) e ci si concentra solo su quello 1. Con il risultato che magari alla fine si troverà qualche accordo sui profitti, per rendersi conto che i lettori non ci sono più, sono andati da qualche altra parte.

  6. Problema inquadratissimo, caro Luca. Io però sottolineerei molto l’aspetto funzionale, a mio avviso del tutto incompreso da Murdoch. Perché, se Google gli dà tanto fastidio, non fa da solo? Google non obbliga nessuno a stare sul suo Gnews. Anzi, io sono dell’avviso che andrebbe solo ringraziato per la maggiore visibilità: http://nbtimes.it/?p=4344
    che poi, oggi, un vero giornale non possa vivere di sola pubblicità per definirsi davvero tale, concordo. Me ne rendo conto dagli introiti che ho io da AdSense, da quando c’è la crisi sono dimagriti al punto che l’hosting debbo sempre rimpiguarlo io, il blog non ce la fa quasi mai ad auto-pagarsi, figuriamoci un giornale.
    Saluti
    Marco

  7. Il commento di Dragan Bosnjak pubblicato l’8 dicembre alle 03:34 mi pare centrare un punto nevralgico del discorso: la qualità del prodotto. Se la stessa qualità si può trovare a pagamento oppure gratis, facilmente il pubblico sceglierà di averla gratis.
    Un altro punto nevralgico è la quantità. Internet ha tra i suoi punti di forza rispetto ai giornali la gigantesca quantità di contenuti che può contenere. Un editore può aumentare il numero delle pagine e diminuire il corpo dei caratteri, ma il suo giornale sarà ancora troppo piccolo rispetto a quello che la rete offre.
    Lo stato delle cose è che generalmente i giornali su carta sono più costosi e hanno meno contenuti rispetto al web, e inoltre non sono qualitativamente migliori rispetto a esso. Dunque escono sconfitti dal confronto.

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