La doppia crisi del ceto creativo

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Le persone che lavorano nella creatività soffrono enormemente la crisi. Non c'è una statistica, non c'è un dato aggregato, non c'è un sondaggio. Soltanto un insieme di segnali. Uniti da una logica ferrea.

Un intero ceto di persone che lavorano in modo estremamente flessibile nel mondo della pubblicità, dei video, del design, degli eventi e dei media sta sentendo la crisi in modo particolare. Perché la durezza della crisi ha messo in primo piano le forme di protezione contrattuale più forti.

Si tratta spesso di professionalità piuttosto rilevanti. Gente che ha puntato più sulla qualità del lavoro che sulla sicurezza del contratto. E che certamente ha molte carte da giocare per recuperare una condizione economica migliore. Ma che attraversa una fase piuttosto dura.

I dati di fatto, aneddotici, sono però piuttosto chiari:
1. Un gran numero di persone sta perdendo i contratti e non ne ha di nuovi in pipeline
2. Un gran numero di piccoli studi si vede rifiutare il pagamento delle fatture dai clienti
3. Una parte resiste o sta benissimo (non si sa se sia una maggioranza o una minoranza).

Molte di queste persone non sono i tipi che si lamentano pubblicamente. E non avendo alcuna aggregazione sociale, non hanno neppure un punto di riferimento che le rappresenti. Sicché si sa poco di loro. Ma è arrivato il momento di parlarne. Di capire se si tratta di un insieme di fatti relativamente limitato o se è un fenomeno generalizzato. E di fare qualcosa.

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Concordo. Il fatto è che molto spesso chi lavora n questi campi ha la necessità quasi fisiologica di non essere legato con vincoli di dipendenza o per lo meno di lasciare delle aperture per poter continuare a coltivare la propria profssionalità senza fossilizzarsi in un lavoro di routine. c'è bisogno di stimoli per crescere che spesso non coincidono con la vita regolata dell'ufficio e con la "quantificazione" del lavoro prodotto. sta diventando molto difficile, soprattutto nel nostro paese nel quale il lavoro dipendente è considerato l'unico vero lavoro.

E' proprio così! Chi ha un pò di lavoro con clienti affidabili se lo tiene stretto. Non girano collaborazioni e l'unica soluzione è cercare anche all'estero.

"non hanno neppure un punto di riferimento che le rappresenti": penso che uno dei problemi però sia anche questo: lavoro nel mondo dell'informatica, un campo (come molti dei 'nuovi lavori') in cui molti preferiscono "contrattare" singolarmente le condizioni di lavoro, senza cercare di costruire una rappresentanza tra i lavoratori autonomi delsettore. E' chiaro che questo ha dei vantaggi nei momenti in cui le cose vanno bene, ma si paga quando le cose vanno male...

Quello che scrivi purtroppo è vero. La mancanza di figure professionali riconosciute a livello contrattuale e di rappresentanza è una grossa pecca del settore informatico.

Mi sembra che L'IWA l'ente che si occupa della diffusione dei principi e gli standard legati al Web in Italia stia lavorando ad una bozza e ne abbia individuate circa 15. Potrebbe già essere un passo in avanti tuttavia per sconfiggere la precarietà del lavoro "creativo" o almeno ridurla servirebbero interventi legislativi rapidi ed incisivi.

ciao Luca
sono fotografo professionista specializzato in foto commerciale pubblicitaria e d'interni prima come dipendente poi con p.i. da 10 anni. Sede di lavoro provincia di Ancona. I miei clienti sono agenzie pubblicitarie e clienti regionali piccoli e grandi, e alcune redazioni di riviste.

Come me ci sono altri migliaia di fotografi in tutta Italia. Con le stesse caratteristiche intendo.

La fotografia è già da un po' che è in crisi. La crisi attuale non ha fatto nient'altro che acutizzare la già grande moria di professionisti in Italia.

Oggi nell'era dell'immagine e dei video che si caricano e scaricano in tera al secondo la fotografia professionale sta morendo, piano piano e sottovoce.
Sembra un paradosso ma è così, tu che sei giornalista di una testata importante dovresti sapere le dinamiche editoriali e le scelte delle foto come si fanno e quanto si pagano.
Nelle aziende è la stessa solfa, oggi il digitale (che io benedico) ha creato una sorta di possibilità a chi prima non sapeva dove metter mano, poi il resto lo abbiamo fatto noi fotografi che non abbiamo capito per tempo cosa stava succedendoci intorno.

Uno dei problemi più grandi è la riscossione delle fatture, parecchi lavori non si riscuotono e basta!
Mettere agenzie di recupero crediti è difficoltoso caro e non ci sono comunque abbastanza sicurezze per le riscossioni, la maggior parte delle volte non viene contestato il lavoro, ma al momento dell'acconto o del saldo fattura i clienti (che siano agenzie redazioni o diretti) posticipano il già lungo pagamento o non pagano per niente per mancanza di liquidità.

Ora non sto a elencare qui tutti gli altri problemi, che sono tanti e articolati, se vuoi ne possiamo parlare, ma chiedimelo esplicitamente, non vorrei monopolizzare il post.

Tra poco (anzi è già iniziata anche per quel settore) anche le agenzie pubblicitarie, piccole e regionali parecchie ne salteranno.

Le associazioni di categoria (CGIA e CNA) praticamente non riescono a capire cosa devono fare. (e qui ne potrei fare un trattato sindacale)
L'unica vera risorsa per quei pochi che ne fanno parte (1800 circa soci in tutta Italia) è l'Ass. Naz.Fotografi Professionisti (Tau Visual) con sede a Milano. Trovi il sito cercando su google, (non voglio spammare). Se vuoi informazioni serie e attendibili. Se credi ti do anche il nome del referente in privato.

ciao
MAX

E' vero e utile il tuo invito a riflettere, anche se non ci sono numeri, quasi che il mondo fosse vero solo se lo si può inserire in un grafico excel, c'è un trend preoccupante che riguarda tutte le attività creative.
La crisi rende più preoccupati ma anche più "brutti", più pratici, ma anche più "aridi".

Il nostro paese ha qualche aggravante in questo caso perchè, patria di creatività e di gioia è diventato ancora più becero e gretto di altri.

In apertura al World Economic Forum di Davos, Benjamin Zander, direttore della Boston Philarmonic, diceva che c'è un bisogno impellente di nuove idee e di nuove visioni e c'è un grande bisogno di artisti che vivono di novità e di bellezza per aprire le porte di un nuovo rinascimento.

Ciao Luca,
in effetti è un problema davvero serio.
E non ci si puo' certo scherzare sopra, anzi.

Il discorso che citava @andreabichiri in effetti è giusto: tramite IWA Italy si sta cercando di trovare dal basso, e dai professionisti, quei macrolavori e quei possibili percorsi di competenza che facciano un po' di ordine nel caos dei lavori creativi che abbiano a che fare con il Web.

Non tanto per bloccare la crescita e le professioni in quest'ambito, quanto per trovare un terreno comune dal quale fare chiarezza e far crescere le proprie competenze, facilitando il dialogo tra aziende e persone. E' appena uscito il secondo draft, commenti e segnalazioni ben accette.
-> http://www.skillprofiles.eu
-> http://www.skillprofiles.eu/wd/profili_professionali_web_2009.pdf

In generale si fa fatica a far capire il valore del campo immateriale, rispetto ai lavori tradizionali. E si fatica a fare squadra, e a difendere la propria professionalità. Se certe cose e certi abusi avessero voce e trasparenza anche grazie al Web, e sul Web, potrebbe cambiare qualcosa? Non so, è una domanda aperta la mia...

Difficile rinascimentare a un'euro a riga, come paga il Sole (mica solo, naturlich) gli articoli ai collaboratori: eh, Ariosto, non rompa troppo per farsi pagare l'Orlando.. con calma. Dopo tutto, siamo noi che le diamo visibilità, vuole anche che la paghiamo ? I collaboratori non sono l'Ariosto. Certo, ma nemmeno i giornali sono gli Este o i Gonzaga.

e poi lamentarsi non lo facciamo anche perché fa danno all'immagine. io sono architetto, un piccolo professionista che tenta di lavorare in proprio, e la situazione è esattamente questa. ma se ne parli, i potenziali clienti possono pensare che se non hai più lavoro è perché non sei capace: e quindi non se ne parla mai.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

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