Diversità emergente nei giornali

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
E' chiaro che gli editori devono trovare i nuovi modelli di business dei giornali. Ed è chiaro che i giornalisti devono fare giornali migliori. Pena un aggravamento continuo della crisi scoppiata in tutta la sua forza quest'anno ma partita da qualche tempo.

Non sarebbe un dibattito molto appassionante (e forse non lo è comunque) se non fosse per il fatto che la semplicità della questione viene continuamente complicata da confusioni di ruoli e di preoccupazioni tra editori e giornalisti. Inoltre, qualche eccezione alla regola c'è.

Sicché non mancano i motivi per tornare sull'argomento.

Gli editori non vendono le notizie ma il supporto che consente l'accesso alle notizie. Le notizie (o meglio i servizio di produrre le notizie) le vendono i giornalisti, di solito agli editori che poi fanno pagare l'accesso. Esistono editori che vendono le notizie (con il diritto di ripubblicarle): sono le agenzie. E gli editori che tentano di diventare agenzie per nuove forme di trasmissione delle notizie (siti di banche ecc ecc). Allo stesso modo esistono giornalisti che vendono il servizio di produzione delle notizie direttamente al pubblico (newsletter ecc ecc) o che costruiscono il loro "giornale" e lo fanno vivere di pubblicità (alcuni blogger specializzati ci sono riusciti eccome). In generale, però, la situazione standard è diversa. Può essere che sia proprio lo standard ad essere in crisi.

I giornalisti che si fanno imprenditori sono il tema di un pezzo interessante di Journalism. La questione è: possono i giornalisti-imprenditori mantenere ben chiara la distinzione tra i due ruoli? In altre parole: possono essere "indipendenti"? Forse è un falso problema: perché anche nell'editoria tradizionale i conflitti di interesse sono possibili e latenti. La questione è dunque come trasformare il livello di indipendenza in qualcosa di davvero riconoscibile, trasparente, dimostrabile. Non può essere impossibile.

La relazione degli editori con i motori di ricerca è altrettanto intricata. Il modello della pubblicità online che va per la maggiore è quello che tratta gli articoli come singoli item di informazione non necessariamente all'interno di un contenitore giornalistico: la pubblicità si aggrega di preferenza all'argomento dell'articolo non alla testata che lo ha pubblicato. D'altra parte la testata è una sorta di generatore di credibilità del quale il motore e la pubblicità hanno bisogno. Non per nulla Eric Pfanner ha l'impressione che Google e Murdoch abbiano bisogno l'uno dell'altro.

Intanto, nascono ogni giorno nuovi modelli. Demand Media paga una ventina di dollari a pezzo a chi risponde alle sue richieste di articoli che rivende in molti modi a diversissimi interlocutori che li vogliono comprare.

I modelli di business sono in movimento. La qualità necessaria è diversa a seconda dei contesti. Non è facile pensare che una soluzione standard sia possibile. E' sempre più chiaro che il nuovo sistema sarà la somma di tante soluzioni particolari. Tante.

Alla luce di questo, un pezzo di David Carr aiuta a rimettere in circolazione qualche speranza. I giovani che arrivano alla professione, sono da sempre carichi di voglia di "cambiare il mondo" raccontando la verità. E poi si smorzano nel corso della lunga trafila che li dovrebbe portare a lavorare nel giornalismo degli editori tradizionali. Ora, dice Carr, quegli stessi giovani hanno molti modi per sviluppare la loro voglia di contribuire e tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Il futuro può essere duro per gli editori tradizionali. E per i giornalisti tradizionali. Ma non è necessariamente chiuso per i giovani. (David Carr su New York Times).

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Diversità emergente nei giornali.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/780

2 Comments

Bello! :-)
Ciao Luca

Interessante Luca, soprattutto quello di Carr è uno sguardo ottimista verso i giovani "giornalisti" anche se rimane più una speranza in quanto ci sarà da vedere se la necessità di fatturare e la pressione al cazzeggio funzionali ad un adv che occupa anche gli spazi amicali non costringano all'omologazione le giovani promesse, speriamo ovviamente di no! In sintesi la domanda da porsi è quella che se non ricordo male ponesti proprio tu coraggiosamente allo IAB forum di MI... i nostri giovani avranno un futuro migliore? Le risposte le abbiamo sentite. Ma la replica potrebbe essere: ed i loro padri cosa fanno per renderlo possibile oltre l'accumular denaro? Il discorso si allarga e mi porterebbe fuori tema. Ciao, Sergio

Leave a comment

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on November 30, 2009 6:57 PM.

Dainik Jagran (e Axel Springer): cronaca senza crisi was the previous entry in this blog.

Readings #9 - SCANDALI CLIMATICI is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

Links

RSS AddThis Feed Button
  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...