Specializzazioni ad assetto variabile

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Chissà perché, in certi giorni, si discute dello stesso argomento con diverse persone senza che apparentemente ci sia un collegamento. Oggi è stata la volta di specializzazione e interdisciplinarietà.

Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull'interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C'è in preparazione un convegno che discuterà l'importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.

Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.

Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.

Le specializzazioni esclusive sono proprie dell'epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell'epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.

Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell'avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.

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Anche perché i tempi delle discussioni cambiano: nel giornalismo, nella ricerca scientifica e altrove. I commenti arrivano durante la giornata, acquistano valore se aggiungi continuamente valore, è un flusso costante. Non c'è più bisogno di aspettare la pubblicazione di un articolo o di uno studio. La capacità di condividere, diffondere e far salire nell'agenda (delle decisioni e dell'attenzione) le idee diventa più importante che averne l'esclusiva (il valore d'uso supera il valore di scambio?). E questo pone un questioni legate alla verità e alla credibilità, ai confini con la politica. Ma è un'altra storia.

Facendo un'analogia con gli ecosistemi naturali, esistono specie perfettamente adattate alla loro nicchia ecologica. Questo va bene nei periodi in cui non avvengono grossi cambiamenti nell'habitat ma nel momento in cui vi sono trasformazioni profonde nell'ecosistema, causate da forti spinte esterne, queste specie tendono a soccombere, soppiantate da altre che sono riuscite ad adattarsi perché più "flessibili" e perché meglio riescono a "interpretare" il cambiamento.

Le specializzazioni inclusive (o collaborative) riescono a ridefinire se stesse attraverso lo scambio, permettendo al loro "ospite" di sopravvivere e trarre vantaggio dal cambiamento.

La specializzazione esclusiva è tendenzialmente più complessa (e debole), imho. Nell'epoca della società della conoscenza deve essere sempre più focalizzata, altrimenti non è, rischia di essere travolta dalla ricchezza dell'ecosistema (bello l'esempio, Federico). Nelle professioni, poi, è retrogada, perché spesso si limita a perimetrare lo status, non le competenze.
Personalmente preferisco chi lavora sulla frontiera tra sistemi di competenze, e quindi, per definizione deve essere inclusivo

Concordo Luca,
chi si occupa professionalmente di web non può più prescindere da una visione olistica.
Non amo certo il fritto misto degli esperti di tutto.
Penso infatti che una fortissima specializzazione debba essere supportata da una visione generale superiore (olistica) che comprenda tanti altri aspetti dell'online.
A SMAU infatti ricordavo che la progettazione per il web che tenga conto degli aspetti prettamente tecnologici degli script non possa essere dissociata né dagli aspetti sociali/etici, né da quelli economici né tantomeno da quelli di business.
Da tempo infatti non parlo più di "web site" ma di "web projet", anche per i piccoli e (apparentemente) ignari clienti.

Finchè si condividono conoscenze tecniche e teoriche, siamo tutti d'accordo, ma ormai da un pezzo. il problema nasce quando si pone l'esigenza di condividere conoscenze economico-sociali: clienti, mercati, progetti, fonti di risorse, fornitori. Solo la liberazione delle informazioni di mercato in senso stretto porterà ad un ambiente intellettuale e imprenditoriale vivace e vivo.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...