ScienceCommons

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Qualche tempo fa è venuto fuori che un quarto degli americani non sa bene se la terra giri intorno al sole o viceversa. Anzi, il 18%, anche se non lo sa, è convinto di vivere in un universo tolemaico.

Leggendo Conservapedia si scopre perché l'universo non può avere più di 6000 anni. Uncyclopedia mostra che si tratta di satira, ma non intenzionale. E Wikipedia dice che è un'enciclopedia di conservatori protestanti americani. Siamo nelle buone intenzioni (dal loro punto di vista), ma non siamo in un'area dell'internet che aiuti a conoscere le scoperte e il metodo scientifico. 

Se si ritiene che la scienza sia un percorso di crescita per l'umanità e che possa aiutare a risolvere alcuni grandi problemi, come il riscaldamento globale, l'eccesso di popolazione, la riorganizzazione della finanza globale, varrebbe la pena di pensare a migliorarne la conoscenza. Sia a livello di educazione di base, sia a livello di dibattito sull'attualità, sia per quanto riguarda il pensiero e la pratica di chi costruisce il futuro.

All'StsForum, a Kyoto, si discute anche di questo. Si tratta di sviluppare un dibattito su temi tanto importanti quanto poco esplorati:

1. I nuovi strumenti per la conoscenza, usati dai ragazzi per scambiarsi informazioni e ritenuti più divertenti e dunque influenti sulle giovani generazioni (e non solo), stanno contribuendo a mettere in discussione l'autorità della scuola. Serviranno a sviluppare la conoscenza scientifica o l'ignoranza? Non lo sappiamo. Ma sappiamo impongono alle istituzioni educative una riflessione che le porti a diventare più efficaci nel nuovo contesto.

2. L'informazione giornalistica è ormai soltanto una parte delle molte forme di informazione che si possono dare sulla scienza. Le aziende, le università, le istituzioni possono pubblicare una quantità di notizie, usando metodi e perseguendo scopi molto diversi. Il consenso sulle conoscenze scientifiche si va disperdendo in una quantità di fenomeni ideologici, di marketing, di genuina volontà di condividere nozioni più o meno verificate. La qualità del sapere scientifico può essere uno degli scopi della nuova evoluzione del sistema dell'informazione, orientata alla qualità ma pienamente emergente dal sistema di relazioni che si sta sviluppando in rete.

3. Il metodo scientifico, fondato su un'epistemologia consapevole del valore delle fonti e delle teorie, basata sulla verificabilità dei dati e delle ipotesi, è un valore enorme per chi è chiamato a costruire il futuro e a indirizzare il dibattito intorno alle conseguenze delle scelte che si operano nel presente. L'insistenza sulla contrapposizione tra laicismo e religione non dovrebbe interferire sulla necessità di avere un percorso condiviso per il miglioramento della conoscenza: nulla impedisce di sviluppare una conoscenza scientificamente valida e poi di seguire comunque le indicazioni morali di una particolare impostazione deontologica.

L'ignoranza è una condizione ineluttabile per chiunque si ponga con la giusta, pragmatica umiltà nei confronti dell'immensità dei possibili territori di ricerca. Ma un approccio che ideologicamente impedisca alla conoscenza di svilupparsi conduce a disastri dei quali si potrebbe fare a meno.

La scienza appare debole, spesso, di fronte a questi temi. Perché le regole che governano il modo in cui si esprime sono molto controllate, piuttosto orientate alla diffusione di informazioni di lavoro, paradossalmente poco orientate alla collaborazione sui temi più sensibili per i non scienziati: la velocità di raggiungimento delle soluzioni, la diffusione delle conoscenze nuove ma relativamente acquisite, la consapevolezza di quanto ancora non si sa ma si può sapere (non per motivare investimenti in particolari percorsi di ricerca ma per rendere comprensibile ciò che non si sa e ciò che si sa). Ma un approccio pragmatico alla diffusione della conoscenza scientifica e alla condivisione dei risultati esiste e si sviluppa: per questo vale la pena di seguire gli sviluppi di ScienceCommons. Un'organizzazione che con la nuova amministrazione americana sembra orientata a crescere d'importanza.

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  • Strategie della disattenzione

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  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

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