Giornali da non credere...

| | Comments (16) | TrackBacks (0)
Pew registra in un'interessantissima ricerca un calo significativo nella credibilità dei giornali americani. Il pubblico, insomma, crede meno a quello che legge sui giornali. Solo il 29% degli americani pensa che i giornali raccontino in fatti come sono, il 60% pensa che siano molto imprecisi. Inoltre, la maggioranza pensa che i giornali siano troppo schierati politicamente e non siano indipendenti dalle pressioni dei poteri economici. Alla luce di questi dati, stupisce meno il calo delle vendite.

Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Giornali da non credere....

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/612

16 Comments

Mi chiedo quale sarebbe il risultato dello stesso sondaggio fatto in Italia.

Non capisco perchè ti stupisci. Quando i giornalisti cascano dalle nuvole capendo che i loro lettori pensano che la carta su cui scrivono è comprata e venduta a tutti (beh, a molti) fuorchè a chi paga l'euro di prammatica, i giornalsti, dicevo, mi sembrano quelle signore che vivono nei bordelli e si stupiscono se le chamano mignotte.
Tu, Luca, che giustamente apprezzi La Stampa (ora poi che si libera di Barbara Spinelli la apprezzerai ancora di più), dovresti sapere che torinesi la chiamano da empo immemorabile affettuosamente (sarà..) "la busiarda", che non penso abbia bisogno di traduzioni.

segnalo che ho parlato di stupore a proposito del calo delle vendite non di quello della credibilità dei giornali...

Certo, ma dal momento che tu sai benissimo i numeri dei giornali italiani, e anche delle inchieste interne (non quelle della System), uno più uno fa due anche in Italia.

sono d'accordo: lasciamo da parte lo stupore e torniamo alla matematica

Interessante. Riprenderò il tuo post anche da me.
Ciao
Giovanna

Mi chiedo anche io quale potrebbe essere il risultato italiano. Da anni. E da anni sostengo che a fronte della lagna continua "in Italia non si leggono i giornali", non esiste alcuna rilevazione sui perché, mentre fioriscono le intuizioni di chiunque (la più gettonata: preferiscono la tv. ok, ma perché preferiscono la tv, e soprattutto, perché, ancora, non leggono i giornali? boh).

Zero studi, zero dati, zero interesse. Da anni attendo smentita.

Valentina non si potranno sapere per certo quanto incidono determinati fattori, ma che la lettura dei giornali ha come deterrenti: 1) un più basso indice di alfabetizzazione; 2) un modello di giornalismo politicizzato, dalle sue origini come editoria impura; 3) un linguaggio che attinge più all'elitarismo culturale; 4) una notizialbilità incentrata su tematiche distanti dalla pancia delle persone e trattate con sottintesi quasi esoterici per non iniziati. Poi se il confronto è con la tv allora arrivano tutti gli altri problemi strutturali del mezzo, il primo è che per leggere serve concentrazione e tempo attivo, ciò che è moneta rara. Se consideriamo che poi la tv non la paghi e te la trovi come ospite fisso i conti sbancano.
A volerla prendere sul sofisticato i fattori ne sono molti e molti più di quelli che ho menzionato. Intuitivamente credo che ognuno potrebbe mettere con facilità un fattore aggiuntivo sulla vittoria a tavolino di tv contro giornali.

Emanuele anche le tue sono supposizioni. Ne possiamo fare quante ne vuoi. Io puntualizzavo sul fatto che nessuno fa, e nessuno commissiona, un'indagine simile. Ci sarà un perché.

Idea: commissionamola noi (citizen poll). Io metto 100 euri. Se siamo in 1000 una SWG o una Demoskopea che la fa in modo serio la troviamo. Mi risulta che ci siano già un paio d servizi per la raccolta fondi online. Chiederei a Luca di farsi parte diligente in questo. Ho già il dito su Paypal.

Valentina, non sono supposizioni. Non potrai centro pretendere di scoprire con una discriminant analysis o una factor, cluster o tante altri metodi statistici il "perché" dei non lettori. Per una spiegazione del genere ci vorrebbe un occhio divino.
Di studi se ne sono fatti tanti e nei modelli di analisi c'è una gara senza fine da inizio secolo.

Basta dare una scorsa a questo numero di Problemi dell'informazione che ho trovato disponibile, ma ti assicuro che farebbero girare la testa le ricerche in campo.

http://air.unimi.it/bitstream/2434/20265/1/p02PrePrint.pdf

Commissionare ricerche da finanziare su interesse sarebbe una bella idea invece.
Sono convinto che chi prima riesce a strutturarne la formula con tanto di piattaforma fa centro.
Oggi consultavo una agenzia che per muoversi dall'uficcio chiede 40.000 euri..
Bisognerebbe farci un pensiero con queste ricerche.

Appunto, così almeno la smettiamo di parlare di aria fritta.

Sì Marco, ottima idea.
Emanuele, credo di non essermi spiegata bene, ci riprovo. Io non cerco studi sul perché dei non lettori, ma sul perché dei non letti. Sul profilo sociologico del non lettore la letteratura non manca, come dimostra anche l'analisi che hai linkato. Ma io cerco altro. E non lo trovo.

Valentina sei chiara come l'aria fritta :)
Ora sembra che hanno trovato tessuti che riescono ad incapsularla. Trattamenti al Plasma, Sol-Gel e altre eccentricità nelle tecnologie dei (nano)materiali.
Le prime applicazioni però dovrebbero prediligere piuttosto che incapsulazione, il rilascio di sostanze. Già immagino jeans ai ferormoni. Luca, su Nòva non trovano molto spazio questi prodotti tipici.
Anche a Milano so che hanno aperto un bando sulla moda funzionalizzata. Uno poi si aspetta che arrivino farmaci su misura, e si trova ad indossare giacca antizanzare, o un calzino vasodilatatore.

Urca, Emanuele, che Ph (non PhD) hai ? ;-))

Ora che li svendono lo prendo anch'io :)
Marco fatti venire un'idea per diventare ricchi su "internet", io ho già iniziato, vogliono tagliarmi fuori..
La conferma è arrivata in allegorico, mi sono sentito dire le parole famose, "che lavoro vuoi fare da grande"?
Poi nel bel mezzo di un chiarimento al limite della resa dei conti, invece di dire "se non c'è collisione d'intenti non c'è problema" mi è sgaffato con il termine collusione. E' venuta fuori una coda di paglia che non immagini.
Mi iscrivo ad un corso di mediazione famigliare :)


Leave a comment

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on September 15, 2009 11:55 AM.

Cara Italia... in albergo was the previous entry in this blog.

Scettici a Forbes is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

Links

RSS AddThis Feed Button
  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...