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Con i soldi degli altri
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on September 10, 2009 8:49 AM.
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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In tema di banche, gli enti regolatori di USA ed Europa stanno discutendo misure per aumentare la sicurezza del sistema finanziario e per evitare tracolli simili a quello del 2008. Queste misure andranno inevitabilmente a ridurre i profitti delle banche. Fra le misure che probabilmente vereranno adottate ci sono:
La centralizzazione dello scambio dei derivati in apposite borse regolamentate
La pubblicazione di tutti gli scambi di derivati
L’imposizione di limiti agli scambi di derivati su materie prime come il petrolio
L’incentivazione dell’uso di prodotti finanziari standardizzati e piu’ semplici da capire.
L’incentivazione dell’uso di prodotti finanziari standardizzati e piu’ semplici da capire.
L’aumento delle riserve delle banche e l’inserimento di norme specifiche piu’ severe per la gestione del rischio
E' verissimo che i gestori dei soldi degli altri hanno come obiettivo principale il fare maggior numero di soldi guardando ad un orizzonte temporale di breve periodo. Ma questo e' il loro mandato perche' questo e' quello che vogliono i loro clienti.
Se io ho 20 anni e so che andro’ in pensione a 70 anni, mi conviene di piu’ investire in un pozzo di petrolio o in una scuola elementare? Quale dei due investimenti mi garantira’ una pensione sicura?
Sono sicuro che se si offrissero incentivi adeguati ai gestori dei soldi degli altri per investire in imprese rinnovabili / etiche / sociali, essi non farebbero nessuna fatica a cambiare i loro investimenti. Basta una telefonata o il click di un mouse!
Ma tutti i clienti e risparmiatori sembrano pensare allo stesso modo secondo il detto: “meglio un uovo oggi che una gallina domani”.
La crisi è stata scatenata dagli ABS (asset backed securities), cioè dalla cartolarizzazione dei mutui sub prime americani, i quali essendo molto rischiosi per le banche erano stati stipulati a tassi molto alti e quindi avrebbero offerto alti rendimenti nei titoli ABS collegati, se solo non fossero destinati al default.
I derivati hanno solo, in lacunio casi, ampliato la catastrofe.
Riguardo l'uovo oggi e la gallina domani, faccio notare che il 90% degli investitori si trova sempre in situazione di grossa inferiorità informativa rispetto agli investitori più grossi e danarosi, quindi non può che avere una visione di brevissimo: quando guadagnano, prendono i soldi e scappano.
Quando vado ad aggiustare l'automobile o mi si rompe il lavandino, anch'io sono in grossa inferiorita' informativa rispetto al mio meccanico ed al mio idraulico. Pero' di solito preferisco risparmiare sul breve ed avere un lavoro fatto magari meno bene. Di solito si guarda a spendere meno oggi. E' nella natura umana.
Come Pinocchio con i suoi zecchini d'oro, gli investitori ingordi sono sempre pronti ad ascoltare tutti i gatti e tutte le volpi, sopratutto se si presentano con un bel gessato e un bel prospetto informativo su afrodisiaca carta patinata, l'alibi per camuffare da serioso investimento quella che è solo una ipotesi sul futuro, che rimane, sempre nel grembo di Giove, sopratutto oggi che la scienza e la tecnologia possono distruggere, con una scoperta, un'invenzione o un nuovo modello di business, aziende e interi sistemi economici consolidati.
Urca, è arrivato Luciano Gallino, pensa che non c'eravamo arrivati..... a parte che il dato sul PIL mondiale mi sembra alquanto sballato.