Io, noi, ego, nos, mihi, nobis... I, me, mine

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L'articolo di Antonio Polito sulla questione dell'egoismo imperante e del noiosismo nostalgico è una buona lettura. Veltroni che sostiene il "noi" della grande storia contro l'"io" assurdamente piccolo eppure provondamente innovativo delle microstorie di interesse personale... Gli osservatori del neoliberismo thatcheriano che ancora si preoccupano di criticare lo statalismo come se fosse qualcosa di diverso dalla pratica di sparare sulla croce rossa: salvo poi chiederne l'intervento, della croce rossa statale, quando il capitalismo si approfitta troppo della liberalizzazione che ha ottenuto devolvendo tutto il potere dello stato alle lobby finanziarie... Visto dall'Italia questo dibattito è meno serio e più saggio di quanto sembri. (Ma scriverne ora col cellulare stando in coda all'aeroporto è troppo impegnativo. Valga questo post giusto come segnalazione del tema.. Via Marco).

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Caro Luca, questo tuo post mi stimola un audace paragone di cui mi piacerebbe sapere cosa ne pensi/pensate.

Credi/ete sia possibile che la teoria della coda lunga si possa applicare ormai anche al quadro politico? Mi spiego. E' possibile che berlusconi si rivolga al picco della curva, mentre una quantita' sempre maggiore di cittadini si distribuisce sull'asse delle ascisse, con i propri piccoli mondi, con i propri distinguo, con le proprie visioni autoreferenziali e spesso egoistiche? Siccome Berlusconi si rivolge al picco, puo' a facilmente reclamare di rappresentare tutti.
Infatti, anche se in realta' la maggioranza si spalma sulla parte bassa del grafico, la coda lunga, una parte magari piu' piccola, ma piu' coesa, piu' omogenea si riconosce nel picco ed e' pertanto molto piu' visibile.

Insomma mi domando se quella geniale immagine non ci stia dando un'interessante spunto per capire non solo come funzionanano i consumi, ma anche come funziona la societa', per lo meno quella italiana, che anche in questo dimostra di essere un caso da laboratorio piu' unico che raro.

La contrapposizione fra io e noi, per come la racconta Polito, è semplicemente ridicola e del tutto infondata anche dal punto di vista filosofico e sociologico. Polito farebbe bene a leggersi il recente libro di Laura Pennacchi "La moralità del welfare", così potrebbe smettere di fare il grande semplificatore del finto blairismo.... L'uomo è un essere sociale, l'io - l'individualismo, l'affermazione personale - è una patetica illusione e, sopratutto, una precisa ideologia che serve a consentire la sopraffazione di alcuni "io" (ossia di un "noi"), su altri "io" ....

Ciò detto, l'intuizione di Panzeri sulla coda lunga politica è davvero affascinante!

ma come si fa a leggere ancora uno come Polito nel 2009??

Trovandomi d'accordo con Panzeri sull'applicazione della coda lunga, aggiungo questa domanda:
qual è l'interesse del politico, allungare la coda del quadro politico o accorciarla?

Luca, a favore del dibbbattito, cominciamo a parlare di "capitaisti" e non di "capitalismo". Avremmo già fattoun passo avanti, non verso il trionfo dell'unico e della sua proprietà (grande Stirner) ma almeno della realtà.
@Tom: ssrà, ma c'è ancora chi legge Travaglio.

Sempre a proposito di Coda Lunga:
dopo averla sparata, mi sono andato a prendere il libro di Anderson, per vedere se non era una stupidaggine l'idea di applicare la coda lunga alla politica. Sono solo a meta' ma non c'e' traccia di una applicazione politica, e non credo neppure che sia cosi' immediata. Insomma il dubbio che la cosa sia una stupidaggine e' forte.
Credo pero' che ci possa dare degli spunti, una suggestione se volete, per capire che se il partito tradizionale puo' funzionare per la "testa" del grafico, forse non e' lo strumento migliore per rappresentare la coda. Per collegarmi al post sul PD e internet, mi domando quindi se non sia il caso di pensare anche ad una forma diversa del partito, insomma per la sinistra forse davvero non c'e' alternativa ad una coalizione di soggetti diversi.
@ Stefano, se ai partiti interessa il cadreghino e' chiaro che tenderanno a voler accorciare la coda, ma non farebbero altro che perdere consensi sulla coda. Insomma potremmo avere una societa' che e' rappresentata solo nella parte media e alta del grafico.

Ma che gli frega ai partiti, se la parte rappresentata è quella della loro base sociale ? La politica partitica è un gioco dominato dall'offerta, non dalla domanda. I partiti non nascono spontaneamente dalla società, una frazione della classe politica o aspirante tale li crea a poi li mette sul mercato (le elezioni). Cos'è lo sbarramento al 4 per cento (e tutti i sistemi diversi dal proporzionale puro, che ormai è scomparso o quasi) se non un metodo per tagliare la coda ? Il costo di avere una coda lunga in Parlamento è molto alto nell'economia del costo della decisione. Infatti la coda lunga si è affermata come idea dove innovazioni varie hanno ridotto strutturalmente i costi. Nella politica più gente ha voce in capitolo nella decisione, più i costi salgono, è strutturale. Quindi, coda corta.

Concordo pienamente, questo e' senz'altro vero per la democrazia rappresentativa, che e' infatti fondata sul principio della "sintesi". Mi domando pero' se un diverso principio di democrazia tipo quello della democrazia diretta, non riesca invece a valorizzare la varieta' delle opinioni e delle possibili soluzioni. Se e' vero (e anche su questo concordo) che la politica e' un mercato basato sull'offerta e non sulla domanda, mi chiedo se un mutamento strutturale del modo di intendere i cittadini, da consumatori a produttori, non serva proprio ad estendere questo mercato. Insomma mi domando se un sistema di democrazia diretta non si adatti maggiormente ad una societa' dalla coda lunga.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

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