Social ventures

A sentire economisti e politici, la crisi che viviamo è soprattutto una questione di fiducia. Il fatto è che la fiducia è generata da entità credibili. E nell’economia degli ultimi 50 anni è stata profondamente picconata la credibilità dello Stato, mentre negli ultimi 10 anni è stata picconata la credibilità del Mercato. Eccessi di sfiducia in queste super-entità hanno una base sensata ma hanno effetti devastanti.

Si parla invece pochissimo dell’economia sociale, quella basata sulle cooperative e sulle imprese orientate, dal punto di vista delle finalità e dell’organizzazione, alle persone. Non è chiaro il perché. Le realizzazioni delle imprese sociali sono enormi, soprattutto nei contesti meno facili. La qualità delle occupazioni in quell’ambito è motivante e spesso soddisfacente. Persino l’innovatività e la visione che ne emerge è accattivante. Eppure se ne parla poco. Come se le ideologie dello stato e del mercato avessero ottenuto lo scopo di far credere che solo loro sono la realtà economica, mentre l’economia sociale è nel mondo dei sogni. Ma posto che non è così e visto che la realtà è molto più ampia di quella descritta dalle ideologie, varrebbe la pena di approfondire. 
Gli studi in materia non mancano. In Italia per esempio c’è l’Euricse a Trento che se ne occupa. Uno studio recente della Young Foundation punta sull’innovazione nelle imprese sociali. E dimostra che si tratta ormai di un ambito economico sofisticato e dinamico. Che si connette molto bene – come si diceva – con l’emergere dei media sociali. L’insieme di questi fenomeni può forse far nascere una nuova consapevolezza. Aumentando la credibilità delle imprese sociali. E la fiducia.
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2 Commenti su “Social ventures

  1. Diciamo che in Italia il modello anglosassone di Mercato, non potendo appoggiarsi su infrastrutture giuridiche pro disclosure a garanzia della trasparenza, tanto meno nella sensibilità culturale nel pretenderla, non è mai esistito per come i fautori lo definiscono. Conosciamo bene lo Stato per avanzare diritti ma non meglio quello che siamo disposti a dare. Sono generalizzazioni sì, 8 persone su 10 ci si riconoscerebbero. Il sociale è talmente variegato che bisognerebbe entrare almeno in un particolare modello. Quello delle cooperative sociali che più si conformano ai dettati dalla legge che istituisce l’impresa sociale nel Dlgs. del 24 marzo 2006 n. 155 è una delle tipologie più note e che conosco. Ecco, sostenere che per queste forme d’impresa il bene-servizio oggetto di produzione e scambio rientra nei beni sociali tutelati, ovvero di forma sussidiaria al walfare e le finalità sono l’interesse generale è troppo molle e a maglie larghe. Apre con facilità a forme di delegittimazione dei servizi pubblici garantiti e senza alcun criterio di valutazione di maggior efficienza. Basta infatti basarsi sulla spesa storica di un ente pubblico, predisporre una pianificazione il cui business plan sia ancorato a tali spese e dopo aver indicato nella struttura dei costi della vecchia gestione la attività inefficienti, dimostrare che tali costi vengono imputati alla remunerazione del nuovo board, essendo stati risparmiati da attività che esulavano dal personale, esempio classico, dalla logistica. Va bene, le questioni tecniche magari non interessano a nessuno, ma per rendere l’idea, se io ho come obbligo di reinvestire l’utile nell’impresa, chi mi assicura che tale utile non lo diluisco nei costi di produzione, dato che sono gli stessi della vecchia attività? Nussuno, infatti si fa così. Ho portato brutti esempi perché li conosco, poi ce ne saranno di belli, ma con le attuali regole si incentivano i brutti. Nei settori a cui si rivolgono, formazione, sanità soprattutto queste eccellenze sono tutte da scoprire. Nella prevenzione alla dispersione scolastica sono fallimentari e creano costi ulteriori. Nei modelli di governance che esulano dall’impresa sociale e si va a considerare anche l’aspetto del management di imprese profit per come viene definito dalla stakeholder theory allora il discorso cambia semplicemente perché almeno ci sono buone intenzioni, poi possono portare anche all’inferno, ma non c’è meno ipocrisia.
    Casi che adottano lo standard AA 1000 e che ne fanno una filosofia di gestione ci sono, hanno poco a che fare con il sociale però. Si valuta l’impatto di portatori d’interesse allargati per scopi di lucro.
    Young Fondation da quello che presenta è molto attiva e lo dimostra con le molte attività che mette a disposione nel portale. L’Euricse di tutti i paper e studi che promuove non se ne trova uno ne portale. Quello che mostrano è solo pubblicità, almeno da lì.

  2. Vieni a Riva del Garda il prossimo 10 e 11 settembre, c’è il Workshop nazionale sull’impresa sociale. Faremo una cosa sull’innovazione sociale “all’italiana” con diversi relatori (tra i quali Alessia Maccaferri) e molte best practices. Organizza Iris Network (www.irisnetwork.it) una rete di centri di ricerca sull’impresa sociale (fondata, tra gli altri, da Euricse).

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