Silenzio, si blogga

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Il silenzio dunque continuerà a cercare di far rumore, segnala Gilioli.

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Viva, Vi segnalo un post divertente. Perchè ? Così, tanto per stupire i borghesi blogganti e vociferanti (e altri -anti):
http://www.salon.com/opinion/greenwald/2009/07/08/obama/index.html

Ho seguito il testa a testa tra Gilioli e Facci grazie al post di http://www.paulthewineguy.com/.
Mi sono fatto l'idea che (in ogni caso) la blogsfera goda di una impunità quasi mitica, ancestrale. Non hanno capito ancora bene nella 'stanza dei bottoni', che cosa sia, come si muova, quali regole usi. Per quanto poco conti il 14 luglio non posterò nulla. Sono educato ma irriverente, non voglio venire privato della libertà di scrivere quello che penso.

Va bene, voi ammutolite i vostri post ? E io do' fiato ai miei commenti. Nuovo episodio di questa commenting guerrila (prima o poi diventerò una star del web) è questa notizia dal Corsera di Ferruccio: http://www.corriere.it/esteri/09_luglio_09/iran_proteste_8e97307a-6c97-11de-864b-00144f02aabc.shtml , Noto con dispiacere ma senza alcuna sorpresa l'assoluto silenzio ital-bloggante (e altri -ante) sulla rivolta in Iran e sull'uso di Twitter per tenerla viva. Tristia, come direbbe Ovidio.

Ci vorrebbe un'inchiesta molto complicata da fare a caldo Marco. L'uso di Twitter loco ho l'impressione che sia molto meno significativo di quello che i giornali riportano. La maggior parte delle testimonianze passano da reporter internazionali, poi vengono rimbalzati nel social network in Iran, con il rischio che chi le reitera viene identificato e represso. Scanso rari casi come quello di Neda, il più del dibattito avviene da osservatori esterni. In realtà sembra di vedere fronti contrapposti, tanto per cambiare, tra giornalisti e aspiranti tali, per strumentalizzare il mezzo. Se scorri veloce gli interventi, oltre ad esser discutibile l'attendibilità, rispetto alla provenienza è chiaro, siamo noi occidentali che inneggiamo le potenzialità del mezzo. Loro, giustamente hanno paura di esser repressi non appena collegati.

Non dice niente, ma rende l'idea del chi e come ricorre al mezzo in merito. Siamo noi insomma, al 99,9%. Quello 0,1 mancante, sono le guardie e i ladri, molto sbilanciato a favore dei primi. Bisognerebbe aspettare un attimo per capire il bilancio, se in favore del controllo o della libertà.
http://www.twazzup.com/search?q=%23iranelection

Per esempio questo account chi è? Hanno rilanciato proprio ora un video su YouTube http://www.youtube.com/watch?v=Hx-xThUZpN8
Sono giornalisti o esponenti dell'opposizione sicuramente.
http://twitter.com/iran88
Ma che testimonia in realtà, come che già sabbiamo, rivolte, sangue e morti. Non significa niente per me a questo livello.

Emanuele, il tuo scrupolo nel controllare l'attendibilità delle fonti e delle notizie, nell'attenzione ai rischi di chi manda messaggi, eccetera, è lodevole e condivisibile. Ma non esagerare a difendere dei blogganti (e altri -anti) l'augusta schiera. Io, che sono uno stronzo, sono portato a pensare che se la cosa stesse succedendo a Gaza, ci sarebbero milioni di post incazzati e inneggianti, e titoli come "E la rete batte la superpotenza israeliana" (la "E" nel titolo sarebbe già una firma) sui giornali in formato midi e midi-tabloid a carta bianca. Per non parlare di folle vocianti con la khefia, etc etc etc. Io oggi ho un bel verde bandiera, (Pantone 17-6153, RGB R:0 G:146 B:70) e fuori dai wine-bar chc di Via Brera angolo Via Pontaccio mi guardano male. E per fortuna che gli Uiguri, si sa, sono dei grezzi e non usano Facebook. E nel Darfur non c'è il wi-fi aperto come al bar-camp a Palazzo Vecchio (vuoi mettere ?).

Marco non ho difeso categorie, se ci torno sopra, mi viene da dire che i giornalsti risaltano il framing bottom up in Iran, lo fanno per indossare l'abito emancipato nelle uscite cartacee, pura concessione insomma. Gli altri se ne guardano bene. I restanti, i blogger, ammetto che raramente mi avventuro alla ricerca di eccezzioni significative, sono tutte persone che non necessitano d'accrediti quelli che ho tempo da leggere. Non solo giornalisti ci mancherebbe ma che sarebbe difficile definirli blogger. L'esempio che riporti di Gaza ha del vero, come non può esser sottovalutato che il consenso di certe prese di posizione dipende da molti squilibri evidenti. In Italia Marco i media non sono di sinistra come sento dire al bar, è quello che si ripone troppe aspettative sul web. Dieci anni fa senza internet erano tre gatti tra comunitaristi e antimperialisti e soliti noti massimalisti, lasciamo perdere gli chic perché si dovrebbe fare un'altro discorso. Ora cercano di trovare proseliti con i mezzi che possono, che devono fare, non contano più niente politicamente.

Non sarei così ottimista. Sottovaluti la forza unificante, che ormai non ha quasi più bisogno di travestirsi da rispetto dei diritti umani, da antisionismo, e che alligna potente nel giornalista collettivo (vedi boicottaggio dei sindacalisti contro i giornalisti israeliani, che poi sono queli che denunciano gli abusi etc, che altrimenti non si verrebero a sapere, con il miserabile Serventi, nome appropriato, Longhi che si nasconde dietro alle quote non pagate, e allora togliete la tessera a chi è in ritardo con i bollini INPGI e con la Casagit): l'antisemitismo. Forza potente, antica, che si ingrana nel gauchismo come e forse più che nelle ideologia di destra. Che non è razzismo, troppo comodo. E che sta tornando (se ne è mai andato ?) nella pancia d'Europa, in Francia soprattutto. Per compiacere il nuovo padrone percepito islamista, ma anche per vocazione interiore.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...