Le conseguenze del silenzio

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
E dunque la conversazione sul silenzio di alcuni blogger - del 14 luglio - è stata una dimostrazione di come è fatta la rete. E di che cosa significhi influire sull'agenda. 

Il motivo della protesta era chiaro. Come era chiaro il bisogno di portare all'attenzione dell'opinione pubblica e dei politici l'istanza del pubblico attivo che non vuole uno stillicidio di leggi che rendono sempre più difficile praticare la libertà di espressione in rete.

Alla conversazione hanno partecipato persone dalle idee molto diverse. Esempi senza completezza: Gilioli e i promotori; i contrari come Destralab e Francesco Costa; i costruttivi come Metilparaben (che ha proposto informazioni utilissime su come prepararsi a navigare liberamente in un mondo che eventualmente prevedesse il controllo da parte dei provider sulle attività degli internettari). Andrea Vascellari ha ricordato - e sono fondamentalmente d'accordo - che l'arma vera dei blogger non è il silenzio ma la parola. Zambardino ha segnalato un'esigenza condivisa da moltissimi: i cani sciolti non vogliono che una manifestazione come quella dell'altro giorno venga utilizzata da formazioni politiche come se fosse una loro manifestazione.

In generale, una forma aggregativa in rete funziona se non diventa una forma di potere. Quindi una volta ok. Ma non si pensi che possa diventare un movimento organizzato e gerarchizzato.

Una fiammata di protesta può avere un influenza sull'agenda se ogni volta la sua forma è diversa e fa discutere sia per il contenuto che che il modo in cui il contenuto è proposto.

Una protesta è tanto più forte, specialmente in un paese come l'Italia, quanto più è basata su fatti e non su posizioni ideologiche. Perché solo così dimostra di essere qualcosa di diverso dalle solite finzioni politicheggianti. Quindi in generale avrà più bisogno di parole ben scritte che di silenzi.

Insomma. Per una volta questa manifestazione può anche essere andata bene. Ma l'aggregazione avrà bisogno di piattaforme che rendano facilissimo per tutti capire come difendersi dall'attacco alla libertà di espressione, favoriscano la manifestazione delle idee, non siano motivata dalla ricerca di un potere - ridicolo in rete - ma da spirito di servizio. E credo che una cosa del genere emergerà. Anche grazie alla controversa - e probabilmente proprio perché controversa - forma di protesta del 14 luglio. Imho.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Le conseguenze del silenzio.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/478

8 Comments

Mentre ringrazio (sinceramente) per l'aggettivo "costruttivo", contribuisco con una riflessione da radicale: sono allergico ad ogni forma di "protesta" che non contenga, in sé, una "proposta". Per questo scioperare, nel senso di starsene zitti, mi pareva un peccato: perché non era che un'iniziativa "contro" qualcosa (nella specie, il decreto Alfano), mentre -a mio modo di vedere- difettava dell'indispensabile parte "per" (per la libertà di informazione, per la democrazia digitale e via discorrendo).
Insomma, ho il gran brutto vizio di pensare che con la protesta pura e semplice non si vada lontano: può darsi che le piattaforme di cui parli saranno utili ad accentuare l'aspetto relativo alla proposta, che secondo me, ricorrendo certe condizioni, potrebbe spingersi anche alla disobbedienza civile (la quale, com'è noto, può non limitarsi all'utilizzo di servizi come OpenDNS et similia, ma può ricomprendere strumenti ben più sofisticati).
Se decidiamo di parlarne, here I am.
Alessandro.

Spero solo che non accada ciò che accadde dopo i torchi gutenberghiani, quella censura religiosa e politica che costrinse certuni a pubblicare fuori dalle loro patrie, in clanestinità.
Che la Storia si ripeta, sotto altre forme e in contesti storici diversi?
M'illudo di no.
Rino.

Grazie Luca, hai detto con parole perfette quello che stavo cercando di definire nella mia zucca da 24 ore. Mi sono permesso quindi di citarti e quotarti anche si Diritto alla rete. un caro saluto
Sandro

mi piace manifestare il dissenso quando è necessario, ed ultimamente spesso è necessario.

mi piace farlo in maniera civile ed autorevole, perchè solo in questo modo si ottiene credibilità dalle istituzioni e dal pubblico.

Non amo essere strumentalizzato su queste questioni da qualunque parte politica perchè la protesta o la conversazione deve essere trasversale.

Non mi è piaciuto vedere Di Pietro strumentalizzare la protesta dei blogger e nonostante non fossi già d'accordo sui metodi "imbavagliati" e diffamatori rispetto all'attuale Governo, lasciando campo aperto a Dipietro la manifestazione ha perso la sua indipendenza ed autorevolezza.

Sarebbe stato bello vedere altri politici, oppure rimandare a casa di pietro perche la rete internet è di chi la fà e non di chi la usa (quando gli fa comodo) per le sue beghe politiche.

Una interssante discussione sull'argomento tra Me Guido Scorza, Alessandro Gilioli, Gianluigi Cogo, Massimo Melica e molti altri amici si è sviluppata sul mio blog e tocca tutti questi argomenti anche perchè è indispensabile che per il futuro servono regole chiare per evitare che le esigenze di molti diventino foraggio politico per pochi

http://micheleficara.com/blog/2009/07/14/14-luglio-sciopero-dei-blogger-ovvero-le-prove-generali-di-mobilitazione-politica-per-dimostrare-il-proprio-peso-sulla-rete/

"Una protesta è tanto più forte, specialmente in un paese come l'Italia, quanto più è basata su fatti e non su posizioni ideologiche." Sono d'accordo al 150%.

Ormai il 14 Luglio e' passato, speriamo che:
1) abbia influenzato positivamente i decision-makers Italiani
2) la prossima volta ci siano piu' voci a parlarne ;)

Cheers!

Andrea

Non sono blogger, né giornalista, ma solo come cittadina che frequenta la rete e se ne avvale per informarsi, formarsi e confrontarsi.

Un intervento di Massimo Mantellini su Punto Informatico
http://punto-informatico.it/2668889/PI/Commenti/contrappunti-rete-piazza.aspx affronta diagonalmente questioni correlate auspicando l'aggregazione intorno a una piattaforma italiana attenta alle “tematiche del diritto all'accesso, capace di dar voce al punto di vista degli utenti di Internet, così come di supportare mille altre meritorie iniziative: un esempio per tutti, sull'onda della mai troppo citata EFF americana, proteggere anche legalmente cittadini della rete ingiustamente accusati.”

Che bello sentir parlare di ‘utenti’ e non di blogger!

Sono pienamente d'accordo con Metilparaben essere "contro" spesso produce effetti contrari a ciò che si vuole.

Una riflessione nelle ultime elezioni europee e comunali il parlare contro Berluscuni e mai sentir parlare PER .. altri in contrasto ideologico al nano; il risultato lo conosciamo.
Un esempio semplice non dire mi impegno sono contro la guerra, ma semplicemente darò ii mio contributo PER la Pace.. Legge Universale dell'attrazione e dell'intelligenza.

Leave a comment

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on July 16, 2009 8:46 AM.

Labirinti legislativi sull'informazione finanziaria was the previous entry in this blog.

Quanti italiani usano Twitter? is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

Links

RSS AddThis Feed Button
  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...