La guerra delle parole e la guerra delle pallottole

| | Comments (10) | TrackBacks (0)
Come spesso succede, i commenti a questo blog sono più interessanti dei post. E un esempio è qui.

La guerra di Marco. Intellettuale spietato. La guerra per Marco ha l'obiettivo di terminare con la "con la fine della volontà di combattere da parte del nemico". E nelle guerre di religione questo è possibile solo con la morte del nemico. Tamara non vede come fare i conti con le conseguenze di un simile pensiero.

Il pensiero violento - à la Marco - è adatto a guidare l'azione ma non alle sue conseguenze. Finge di essere concreto come la politica e invece è astratto come la logica. E' appassionato come il sangue, ma è freddo come la morte. Non porta a nulla se non alla vendita di armi, al rafforzamento del potere di chi ce l'ha, al governo del terrore. Sun Tzu stesso non ragiona come Marco.

L'unica maniera pragmatica e "vera" di arrivare alla fine della volontà di combattere da parte del nemico è il percorso che porta alla pace. E per arrivare alla pace occorre che entrambe le parti arrivino a immaginare le conseguenze delle loro azioni e comprendano quale può essere l'accordo più conveniente. In base a una logica della negoziazione. Cercando una soluzione non l'annientamento del problema.

Nella guerra di religione questo non è possibile. Naturalmente. Ma ho l'impressione - posso sbagliare - che la guerra di religione non sia mai esistita. Esiste la guerra dei centri di potere che usano lo stesso tipo di "oppio" per ottenere due obiettivi: controllare il corpo e la mente del loro popolo.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: La guerra delle parole e la guerra delle pallottole.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/514

10 Comments

Un giornale può favorire la circolazione delle idee e la costruzione di una corrente di opinione se non di identità.
L'identità europea per molti vuol dire: come riusciamo a farci dare dalla Commissione europea con questo progetto?
quante volte avrò sentito questa frase...

Le ideologie sono le bandiere delle classi politiche e le religioni sono un tipo di ideologia. Ma la natura delle ideologie non è "neutra" nei confronti di chi le agita, di chi le "indossa". Se l'ideologia di chi si combatte ha una base relgiosa, tutto quelli che la indossano si comporteranno, penseranno in modo "religioso", o più religioso. Quello che mi preoccupa è che oggi questo modo "religioso" di pensare la politica potrebbe avere armi nucleari, altro che notte di San Bartolomeo.
Quanto a Sun Tzu, viene sempre citato come ideologo della guerra "alla cinese". Ma è appunto un ideologo: se uno si studia come si combatteva in Cina, l'impostazione era ben diversa, clasuewitziana (mai studiato come il Primo Imperatore ha sconfitto i suoi rivali ?). L'ideologia di facciata è confuciana, ma l'ideologia praticata dai governi cinesi è sempre stata quella dei legisti.
Spero poi che qualcuno abbia capito il mio uso delle citazioni. Eccone un'altra. Quando qualcuno estrae la pistola io sfodero la mia cultura. (anche se quell'altro che diceva che quando sentiva parlare di cultura estraeva la pistola intendeva forse la Kultur bismarkiana...).

A parte il fatto di capire di cosa stiamo parlando quando parliamo dell'impostazione di Sun Tzu.. I comunisti cinesi hanno sempre proclamato di seguire Sun Tzu quando distruggevano il Kuo-Min-Tang. Oda Nobunaga e i suoi successori in Giappone leggevano e lodavano Sun Tzu, si suppone fossero suoi discepoli: mai letto di come venivano combattute le guerre in Giappone al tempo ? Mai visto Kagemusha ? Mai letto dell'annientamento dei monasteri buddisti Shoei ? Niente prigionieri.
Persino Norman Schwarzkopf era un ammiratore di Sun Tzu nella Prima Guerra del Golfo e dei suoi precetti di inganno, velocità e attacco ai punti deboli del nemico (peraltro non che Clausewitz dica cose diverse, e Napoleone si comportasse in altro modo). Quindi ? Forse, Luca, stai considerando solo una piccola parte di Sun Tzu.

ho pasticciato coi captcha, forse arriva doppio o quasi, visto che riscrivo from memory e magari cambio pure qualcosa..

@marco - senza polemica, solo un filo d'ironia - se mi allaccio a un punto del tuo commento per rilanciare e provare a conversare rischio di sentirmi dire: "ma quella era la battuta... non l'avevi capito?" ;)

Allora, indosso l'elmetto virtuale e mi butto con sprezzo del pericolo ;) Colgo fra tante la parola che più esprime emozione nel tuo commento: 'paura'. Come la gestisci? Ti figuri modelli di deterrenza reaganiana oppure ogni tanto provi a pensare che le parole potrebbero trovare strade meno dispendiose. Guardando tuo figlio, o quello di un tuo amico, ti capita mai di pensare che lui potrebbe trovare parole che aprono strade che non abbiamo mai percorso? O è un pensiero troppo banale?
Anch'io sono incline a credere che le guerre di religione siano una costruzione, mentre si combattono essenzialmente intorno alle risorse, scarse.

Si vis pacem, para bellum.
La storia delle risorse è economicismo. La politica, e la guerra ne fa parte a pieno titolo, ha a che fare con il futuro: in che direzione andiamo, dove andremo a cacciare domani, chi sferrerà il primo colpo, anche (ma solo anche) come divideremo, non ora, sempre, il bottino (la nascita del diritto, che è DENTRO la politica, non fuori o sopra come alcune frazioni della classe politica vorrebbero far credere).
La paura: la paura è come il ghiaccio. La non-paura (chiamala serenità se vuoi, anche se "essere sereno" è diventata una dichiarazione risibile) è come l'acqua. Sono della stessa essenza, la differenza sta solo nella trasformazione di stato. Se studi le dinamiche del potere, degli stati, delle ideologie, se conosci (conoscile) le tecnologie e le armi (tutto è un arma, il che significa che può essere usato come tale, anche l'amore, le donne lo sanno bene, attivamente e passivamente, e non sto parlando della banale violenza sessuale), se capisci LA VELOCITA' (trenta minuti, quindici minuti, otto minuti, quattro minuti) non puoi non avere paura, lucidamente paura.
Come attui la trasformazione ? Estote parati, diceva quello. Che non vuol dire (solo) fare la guardia sugli spalti della fortezza, vuol dire conoscere il nemico, capire se fa il surf o no (o se gioca a calcio o no), e decidere se fa differenza, ossia se e in che modo può cessare di essere nemico. Può accadere (è già sccesso tante volte, infinite, Charlie nn faceva il surf) ma può anche non accadere (è già successo tante volte, infinite, Al Qaeda gioca a calcio).
Battuta: non si fanno battute sulla paura, come non le si fanno sull'orrore, che per molti trasforma il ghiaccio in acqua. Non c'erano battute, c'erano citazioni. Eccone un'altra: l'orrore e il terrore morale sono tuoi amici, se non lo sono, allora sono nemici da temere. Se ti fai imporre l'orrore dal nemico, se l'orrore è suo amico, hai perso. E nelle (prossime) guerre di religione, perdere vuol dire annientamento, culturale (estrai la cultura o la pistola ?) e, se rifiuti, fisico (magari anche se non rifiuti, la necromanzia sta ritornando alla grande).

Ci sono tante persone che odiano, che sono intolleranti, che desiderano l'eliminazione di ciò che gli è estraneo. Non sono loro la scintilla che accende una guerra. La guerra è una scelta imprenditoriale, un investimento che deve produrre utili e che viene interrotta appena questi utili sono ottenuti, indipendentemente dal fatto che il risultato ideologico sia raggiunto o meno. Non si risparmiano orrori finché ci si guadagna, non si sprecano se non si guadagna più. L'idea che Al Qaeda voglia convertire il mondo all'Islam per motivi religiosi o ideologici è, imho, una follia. Si tratta di una classe dirigente che cerca spazio perché non si sente padrona nel suo paese. Poi c'è la paura, che è la materia su cui lavorano i professionisti della guerra per alimentare il business dei loro datori di lavoro. Senza la paura, la guerra non sarebbe possibile.

@alberto, senza 'quel tipo di' paura, la guerra sarebbe molto più difficile da realizzare

Marco il tuo realpolitick è grandioso. Aggiungo l'aneddoto di Senofonte, come caso esemplare che miscela paura, guerra e gestione dei conflitti.
Fa schierare la falange dei suoi soldati con alle spalle una voraggine e i Persiani si ritirano. Si ritirano perché hanno paura che i Greci (strategia della disperazione), combatteranno fino alla morte, o detto in un altro modo, non hanno più paura di morire. I Greci quindi pensano che i Persiani pensino che sarà più agevole ritirarsi, scegliendo una circostanza più favorevole alla lotta. Infatti ci prendono e paradossalmente si ritirano proprio quando i Greci sono più deboli. Il trattino d'unione è più deboli, più disperati, più pericolosi, più paura per l'avversario, successo dell'operazione. Ovviamente le condizioni di possibilità per la riuscita presuppongono il "far sapere" che non c'è via d'uscita alla controparte (abisso alla spalle o qualsiasi altro espediente fungibile tale).
Prima gli orrori dovevano esser visti con gli occhi poi narrati, ora ce ne sono infiniti che si contendono il primato, anche se quello della scarsità mantiene lo scettro.

Alberto, "guadagnano" chi ? Fai nomi e cognomi e poi ne parliamo. "Loro" è una categoria che non funziona. Tra "loro" c'è per caso il maggiore azionista della General Dynamics, uno dei più grandi fornitori del Pentagono ? Allora, sappi che è stato il primo finanziatore di Obama: e allora ? E la guerra della Cina con il Vietnam ? Quella del Vietnam con la Cambogia ? Quella dell'Eritrea con l'Etiopia ? Dell'India con il Pakistan (e viceversa), della Cina con l'India (c'è stata, d'ya know?) chi "guadagnava" ?
Al Qaeda è una classe politica che vuole costruire la propria sintesi politica. Ha un'ideologia, il Deobandi, variante del wahabismo, che è la sua idelogia, la sua bandiera. Quella bandiera prevede la ricostituzione del califfato come era (mai stato, è storia ideologica islamica) al tempo dei califfi ben guidati (quelli fino ad Alì compreso). Non vedo contraddizione: certo che Al Qaeda fa politica, con l'idelogia Deobandi, e quindi la segue (è uno stato nascente, vuoi che dica una cosa e ne faccia un'altra ? Non durerebbe un mese). E' una classe politica che non "trova spazio" ? Anche i neonazisti non "trovano spazio", è allora ? Lenin e i suoi hanno costruito una sintesi politica avendo come bandiera la variante, appunto, leninista-decabrista del marxismo rivoluzionario. Vuoi dire che non volevano veramente fare la rivoluzione mondiale ? Che si sono inventati tutti ma che in realtà erano dei borghesi che miravano al profitto ? Curioso modo di vedere le cose.

Paura: esistono tante paure. Giovanni Paolo II diceva "Non abbiate paura" (una citazione...). Io ho la mia paura: fredda come la morte, secondo Luca. Che la condiscendenza verso certe dinamiche, il non avere il coraggio, la forza, di adeguare i mezzi ai fini porti a un certo punto con le spalle al muro, alla guerra. Certo, se uno entra nell'ottica che tanto tocca agli altri, ai comunisti, agli americani, agli inglesi agli ebrei, ai libertari, che noi invece sappiamo stare al mondo, può anche fare finta di non averla la paura. Una qualche paura. Io la mia l'ho detta.
P.S. Captcha mi propone "machines horror" ...

Leave a comment

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on July 30, 2009 5:28 PM.

greenWEBpeace was the previous entry in this blog.

Gamma... is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

Proposta di lettura

Articoli

RSS AddThis Feed Button
  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore