La Bastiglia del silenzio

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Gilioli pensa che lo "sciopero del silenzio" dei blog previsto per il 14 luglio, data della presa della Bastiglia, debba andare avanti. E chiede agli altri blogger che cosa ne pensino.

Io penso che la libertà di espressione vada difesa con passione da tutti, blogger compresi. Penso che le nuove regole, minacciate, sottintese, esplicitamente proposte, ritirate, corrette, smentite, dal governo, vadano in generale nella direzione di intimorire le persone che vogliono esprimersi in rete. Penso che il dibattito in materia abbia chiarito che la libertà di espressione in Italia, sulla rete, sia ancora viva e vegeta. E penso che non ci si debba lasciare intimorire.

Penso che sia legalmente incostituzionale e tecnicamente impossibile impedire la libera espressione in rete. Ma penso che la paura possa essere un deterrente. E penso che non sia giusto che le persone che vogliono esprimersi siano costrette a diventare degli esperti legali per conoscere i loro diritti e i loro doveri. Esprimersi deve essere facile. 

Le regole che valgono per ogni manifestazione di espressione nella nostra democrazia sono valide anche per la rete. Il diritto a non essere diffamati, il diritto d'autore, il diritto all'immagine, sono più che tutelati. Le innovazioni in materia sono sempre possibili, ma occorre che siano portate avanti da legislatori consapevoli delle conseguenze di ogni nuova regola. Il bene comune della libertà di espressione è troppo grande per metterlo in crisi con uno stillicidio di regolamentazioni scollegate e incoerenti.

Del resto, per una democrazia nella quale il controllo dei media tradizionali è relativamente concentrato, come in Italia, la libertà in rete è un bene ancora più prezioso che altrove. E le regole che ci sono già potrebbero essere sufficienti a garantire i vari diritti in gioco.

Prima o poi dovremo fare un ragionamento anche sui doveri di chi vuole fare informazione in rete. E saranno doveri che le persone si assumeranno autonomamente, per loro volontà, allo scopo di migliorare l'affidabilità delle loro informazioni. Ma questa è un'altra storia.

Il silenzio del 14 luglio è un gesto coerente con queste istanze? Quello che conta è come verrà interpretato. E le interpretazioni saranno molte, tutte legittime (Facci, Gilioli). I blogger non sono una categoria. E certamente non si contano e non si pesano: valgono come luoghi delle persone che si esprimono, si riconoscono, si connettono, si trasmettono qualcosa, con molta soggettività. Questo blog tacerà il 14 luglio per dire soltanto che il principio della libertà di espressione in rete va difeso. Ma tacerà non senza sofferenza: perché non è il silenzio, ma la parola, lo strumento che i blog possono usare per contribuire alla crescita civile di questa società.

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Ciao Luca, mi trovo d'accordo con te. Tra l'altro in questi giorni c'è un esempio lampante:

http://www.dariosalvelli.com/2009/07/perche-lobbligo-di-rettifica-sui-siti-informatici-e-inapplicabile

E' impossibile limitare la liberta' di espressione online. Punto.
E pieno di esempi in cui altri paesi c'hanno provato ed hanno fallito (e continuano a fallire).

Ogni azione o intento di repressione nei confronti della rete non fa altro che sottolineare l'ingoranza in materia di chi lo compie.

Se da un lato credo sia giusto difendere la liberta' di espressione dall' altro trovo questa giornata di silenzio decisamente 'old-school' e totalmente inadeguata e alla natura della protesta stessa.

Il silenzio oggi sottolinea be poco. 'Back in the days' era un'arma efficace e semplice a sufficenza per essere usata rapidamente da tutti. Ma oggi? 2009? Con tutti i canali e micro-canali online che potrebbero essere usati per far sentire un messaggio ed una voce a livello nazionale...tutto quello che si vuol fare e' silenzio?

What's going on Italians? Com'on!

Oggi il silenzio fa solo il gioco di chi le proteste le vuole solo mettere a tacere.

La partita sarebbe ben diversa se invece di starsene zitti tutti coloro che hanno una voce (autorevole e non) la facessero sentire. Un'onda di informazione rimarrebbe scolpita eternamente nella long-tail di Google.

Queste sono le azioni che oggi hanno alto ed efficace impatto mediatico. Non il silenzio.

Condivido e sono per fare molto rumore, invece sui social network, magari usando il tag #blogstrike

@markingegno: #tags? Love the idea ;)

non sono d'accordo: perché proprio quello che sta già succedendo fino a oggi è tutto tranne che silenzio. E in più utilizzando tutti i canali on-line. Le persone esprimendo la loro adesione a questo sciopero stanno facendo già sentire la loro voce, semplicemente scrivendone sui blog come su questo, twittandone su twitter, friendfeedandone su friendfeed, youtubbando su youtube ecc. Tutti i canali in rete a cui giustamente Andrea fa riferimento vengono già usati per parlare, proprio con l'idea/la scusa dello sciopero silenzioso.

Il non aggiornare il blog per un giorno spesso capita a tutti, ovvio che ciò non faccia effetto e non cambi nulla. Con tutti i flussi informativi che ci sono, poco ne cale che per un solo giorno il blogger non dica la sua.

Il silenzio di un giorno passerà inosservato, ma crea una protesta rumorosa e che resterà indelebile in rete.

IMHO il rumore lo fa chi aderisce a questa iniziativa e lo fa sapere tramite tutti i socialnetwork-canali e youtubbi vari ecc.ecc. che è tutto quello che sta avvenendo. Se volete partecipare anche voi a cose che rimarranno in rete tipo questa scrivetemi: http://www.youtube.com/watch?v=P2VvksJsrCs

Ci troviamo sulla medesima linea (http://www.plurale.net/?p=935#more-935). Ma adesso, anziché limitarci ad un "silenzioso rumore" o offrire un palco ai soliti piccoli tribuni, lavoriamo per "costruire" una consapevolezza del legislatore in materia, che sfugga alle pulsioni spesso istintive dalle quali purtroppo talora viene preso.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
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    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

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