Crisi dell'Economia
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on July 18, 2009 9:32 AM.
Non si capisce il Pd su Grillo was the previous entry in this blog.
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
Già. la famosa mano invisibile del mercato non è altro che quella che ci mettono nelle tasche per prenderci il portafoglio. Certo la scienza economica è in crisi, ma non solo quella. La scienza è in crisi. Il modello di pensiero della scienza occidentale è in crisi. Basiamo ancora il pensiero scientifico sul positivismo, pur con qualche variante sul tema chiamata scienza dei sistema o complessità. Ma il salto da fare deve andare ben oltre se vogliamo far fronte ad un mondo sempre più imprevedibile dove ogni modello o ideologia non ha più presa. Le crisi, come sempre, sono anche un'opportunità.
L'Economist, fra le righe, ha l'onestà di ricordare che un economista come Robert Shiller la crisi l'aveva prevista (eccome!) e suggerito anche correttivi globali in "The new financial order", libro del 2003, cioè ben cinque anni prima del disastro.
http://money.cnn.com/2007/04/09/real_estate/shiller.moneymag/index.htm
Ma, more solito, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, cioè le banche, che rimestavano alla grande nella fanghiglia di subprime e derivati, e le banche centrali (sopratutto BCE, FED e Bank of England) che hanno dato fuoco alle polveri con le loro assurde manovre sui tassi in una gara a chi li aumentava di più.
http://cannedcat.blogspot.com/2007/10/leuro-guidato-dai-ciechi-della-bce.html
Però, per onestà bisogna anche dire che l'immondizia finanziaria, molto ben occultata, era tanta già nel 1994, ma nessuno ha mosso un dito, perchè, finchè tutto girava, qualcuno si prendeva i guadagni, tranquillo che la patata bollente sarebbe finita a qualcun altro.
http://cannedcat.blogspot.com/2008/09/la-peste-del-debito-oscuro.html
Luca, concordo, ma riconosci l'autore di questo testo?
"Grillo è solo l’idolo di una piccola minoranza che si sente il centro buono del mondo: la classica malattia dei drogati di Internet che sopravvalutano la Rete, sovrapponendo la vita che scorre lì dentro a quella reale."
E' questo che scrive oggi Gramellini sulla Stampa dandoci dei drogati perché sovrapponiamo... Invece vorrei dirgli che noi aggiungiamo, c'è una bella differenza. http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41
Quelli che ora riprovano l'assunto della mano invisibile, sono gli stessi che volevano meno concorrenza prima (politica sotto scacco di interessi protetti).
Come se la crisi fosse dipesa da una apertura di mercati, quando invece è evidente che venivano invocate paure per mantenere interi settori fuori contendibilità, dando in cambio (piaceri politici) mercati over de counter.
Nel 2003, Rajan e il nostro Zingales in Saving the Capitalism from the Capitalists aveva esposto con chiarezza la natura dei rischi.
Ora quello che stupisce sono piuttosto tutte le sorprese su modelli matematici inaffidabili e la deresponsabilizzazione argomentata come imprevedibilità, quando invece dopo la manovra monetaria (spregiudicata ma necessaria) della FED del 2001, i tempi per tenere in mano il cerino si assottigliavano sempre più.
Emanuele ha ragione. Quanto a me, mi piacerebbe essere uno di quelli che si prende un bel bonus da Goldman Sachs, in this minute.....
P.S. Dov'è che lo Stato non è intervenuto, anche in Oriente. Cos'è, è ricominciata la solita propaganda pro-cinese? Basta, oltretutto è demodè.
P.P.S. In Italia lo Stato non è granch'è intervenuto. Allora siamo virtuosi e fiiiiighiii. Oppure no, perchè dagli ar puzzone.
Vincere la CRISI con il Paradigma C.R.I.S.I.
La CRISI acuisce i problemi ed accelera i processi.
E’ un potente catalizzatore sociale ed economico dei processi di trasformazione. Puo’ ridisegnare economie e mercati, ridefinire lo status internazionale ed il peso di interi continenti, introdurre comportamenti sociali ed individuali nuovi ed inattesi.
In linea con il suo significato originale, la CRISI determina una “rottura, scelta, separazione, giudizio”.
Gli effetti della CRISI in atto investono sia la sfera economica che quella sociale, le strategie ed i progetti aziendali, le ambizioni individuali, il senso di solidità economica e quello piu’ psicologico di sicurezza e certezza nel futuro che ciascun individuo ed imprenditore cerca costantemente.
Nulla rimane come era prima della “rottura” determinata dalla CRISI.
Come in un processo evolutivo fatto di “salti” e discontinuità, solo chi è in grado di fare il “salto” oltre la voragine determinata dalla CRISI è deputato a passare al girone successivo.
Per sopravvivere alla CRISI, dal punto di vista Aziendale ed Imprenditoriale deve essere avviata quella fase chiamata di “creatività distruttiva” capace di “forzare la ponderazione del daily business”, nonché, di rimettere in discussione strategie, posizionamento, struttura e competenze, ovvero, ogni singolo elemento chiave per il successo aziendale.
La CRISI per quanto profonda possa essere si puo’ battere in primo luogo maturando la consapevolezza che l’Azienda si trova “nuovamente” al suo punto di partenza, al punto zero, con le medesime sfide e scelte richieste nel momento in cui è emersa e si è affermata sul mercato.
A tal fine, è utile ricorrere al paradigma C.R.I.S.I. per battere la Crisi.
C.ombattimento
Non si puo’ immaginare di vincere l’attuale crisi semplicemente attendendo che passi: è necessario combattere e non rassegnarsi all’inevitabile. La guerra si combatte avendo a disposizione “dispositivi di protezione” e armi di “offesa”. Bando agli atteggiamenti di attesa. Occorre agire, occorrono “scelte” coraggiose occorre vincere le “sfide”. E’ necessario ripensare la propria “armata” e le proprie “armi”.
“L’Armata” deve sapere di essere in guerra affinché si “attrezzi” di conseguenza.
Questo è uno dei problemi piu’ gravi di comunicazione che l’Azienda puo’ trovarsi ad affrontare, ovvero, riuscire a comunicare alle proprie risorse interne il fatto che “si è in guerra” e che la guerra puo’ avere solo due esiti: si vince o si perde.
Per vincere sarà necessario da parte di TUTTI sacrificio, spirito di abnegazione, e convinzione nella giustezza della causa per la quale si sta combattendo.
R.innovamento
Non si puo’ immaginare di vincere la CRISI senza “modifiche” senza “rinnovamento” nel pensiero Aziendale: la crisi non deve esser interpretata come un evento esterno irreversibile da cui dipende il futuro dell’Azienda; l’Azienda per sua stessa natura è un “sistema aperto” che interagisce con l’ambiente esterno nel quale trova lo “spazio” in cui collocarsi e le ragioni della sua stessa esistenza. E’ l’Azienda che decide dove e come posizionarsi, come capitalizzare le proprie “competenze”, come e su cosa investire, come approcciare il “nuovo” mercato ridisegnato dalla crisi.
I.mpegno I.ncessante
In Guerra non ci sono pause, non c’è il weekend, non esistono le vacanze, si è allerta anche durante la notte. Come possiamo pretendere di “vincere” la crisi mantenendo i medesimi “ritmi” del periodo pre-crisi? Sarebbe pericoloso “riproporre” gli stessi schemi di “impegno” precedenti.
Per vincere la crisi è necessario impegno incessante, messo in campo da parte di TUTTE le risorse aziendali, nessuno escluso. E’ fondamentale il contributo “pieno” da parte di tutti.
S.icurezza
Il giusto spirito consente alle risorse umane di “vincere” la sfida ed affrontare le “difficoltà” del momento con la fiducia che la battaglia si possa vincere. L’epilogo della battaglia dipenderà anche da quanto ciascuna risorsa saprà esprimere con i fatti la propria certezza interiore nella capacità di superare la crisi con successo e consolidare le proprie competenze. Tale condizione interiore rappresenterà il motore capace di trasmettere sicurezza e fiducia nel futuro all’interno ed all’esterno dell’Organizzazione.
I.niziativa
Lo spirito d’Iniziativa deve rappresentare il propulsore dell’azienda. Sperimentazione continua e creatività sono stati probabilmente gli ingredienti che hanno consentito all’Azienda di emergere nella sua prima fase di esistenza. La crisi (Rottura, scelta) richiede la “rinascita” dell’Azienda, possibile solo mettendo in campo una intensità in termini di “spirito di iniziativa” simile a quella che aveva permesso all’Azienda di emergere e di affermarsi come ”nuovo” soggetto economico di mercato.
Le Aziende devono quindi riscoprire il DNA perduto, ovvero, re-interpretare quelle peculiarità che avevano consentito all’Impresa di emergere ed affermarsi.
Come nell’Apocalisse, il “Cavaliere Crisi” sta già bussando alle porte delle Aziende italiane: il “giudizio” è in atto. E’ tempo di “scegliere” ed “agire”.
Solo applicando il paradigma C.R.I.S.I. le “Aziende” potranno nutrire “concrete possibilità” di riuscire a “vincere” la CRISI.
Ermanno Delia