BioCibo

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Sulla Stampa i riflessi di una ricerca secondo la quale il cibo biologico non è necessariamente migliore sul piano nutrizionale. Il Guardian risponde che fa bene per moltissime ragioni. Un clasico esempio della confusione generata - inevitabilmente - dai dibattiti mediatici sulle convinzioni inveterate: per mantenere l'equilibrio si devono dire tutte le posizioni, trasformando i fatti sempre e soltanto in opinioni, e alimentando alla fine i pregiudizi.

Leggo in proposito il libro di Paul Roberts, La fine del cibo, Codice Edizioni. Cercare punti di riferimento che servano a puntellare i fatti. "L'elemento conduttore più evidente della trasformazione dell'economia alimentare probabilmente sarà l'aumento del prezzo del petrolio...". Uhmmm. L'ecosistema chiede adattamento...


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Quando nelle discussioni sostengo il biologico (vegetale) lo faccio prevalentemente per una questione occupazionale, ambientale e, in misura minima, di preservazione di tradizioni e biodiversità. Il piano nutrizionale, ma soprattutto quello che si dice sul sapore, non mi hanno mai conquistato.
Diverso è quando si parla di carne, sia per le medicine che danno alle bestie che per il trattamento degli allevamenti intensivi (poi si aggiungono altri motivi più o meno "rifkiniani").

Darò un'occhiata agli articoli che hai segnalato. Grazie

Ho letto l'articolo in questione, così come anche il commento di Petrini ( Slow Food ) in fondo pagina sul fatto che non hanno scoperto nulla di nuovo con l'affermazione che il cibo biologico non sia meglio di quello convenzionale. Ovviamente non si tratta di considerare il biologico legato al singolo prodotto ma ad un sistema di sviluppo e approccio alla cultura dei luoghi ed alla produzione, lavorazione commercializzazione degli stessi; considerare il biologico come un fattore all'interno di un sistema di produzione (filiera corta) legata ad uno sviluppo eco-compatibile e sostenibile. (biologico in sè significa poco)..

Consiglio approfondimenti culturali legati al cibo del Prof. Massimo Montanari , La Globalizzazione del nulla di George Ritzer, Latouche Serge La scommessa della decrescita - Verso un'ecologia della mente di Bateson G.

Non ci siamo Simona con questi approcci, troppo contenuto ideologico, poco economico (3% di primario per più della metà delle risorse europee di aiuti, esagerati). Spero che tutte le persone che sbandierano le delizie del biologico (la maggioranza del quale non certificato da enti seri), sapessero almeno che la famosa filiera corta presuppone (dato che non è soggetta a controlli stringenti su igiene, sicurezza e salute) 1) che è biologico; 2) che è sicuro. Il primo punto è solo ancoraggio fiduciario e proprio per questo salta addirittura il secondo. Un'azienda industriale è soggetta (poi se non lo fa è a suo rischio e pericolo e costi) ha ben troppi certificati e autorizzazioni, ciò che l'agricoltore sotto casa no. Perché, dato che usa prodotti chimici a basso costo? Nessuno ancora riesce a capirlo.
E questo a prescindere del valore organolettico subito tradotto in maggior beneficio salutare. Lo sai che chi vende corto per le regole in vigore può produrre vicino ad una fonte inquinata e nessuno ha l'onere di controllarlo? E' un bel escamotage per abbattere i costi di autorizzazione, ma in questo caso ne metterei mille.
Preferisco mangiare una non primizia sicura e buona che una finzione a base kilometrica.
Poi questi protezionismi malcelati non portano a niente.

Giusto menzionare un millesimo di delizie. Secondo il rapporto dell'Arpam (agenzia regionale della protezione ambiente della mia regione), redatto da Legambiente solo 8 fiumi su 28 analizzati erano moderatamente inquinati. Sono gli stessi usati per irrigazione delle filiere corte, che asso nella maninca la stessa Legambiente promuove. Le vogliamo mettere due regolette? Basterebbe togliersi gli occhiali colorati col sorriso stampato.

Per Emanuele..la tua è una interpretazione abbastanza "limitata" nei contenuti e si capisce che non sei addetto ai lavori e che sai poco sia del mondo contadino che di quello economico..superficiale!

E' vero non sono Latouche. E sono talmente limitato che userò tutti i dossier prodotti (quando vado in pensione) dalla associazioni pro farmer's market per dimostrare che oltre che non esser attendibili su benefici, come per fortuna inizia a uscir fuori, sono piene di esternalità negative, anche sulla sicurezza, tematica di bandiera. Questo ultimo punto ancora non è uscito solo perché qualcuno ha deciso tolleranza. Il tempo stringe però, qualcun'altro vuole lo svecchiamento dalla musse. Prima dimostrate i vostri benefici poi chiedete anche aiuti, dopo però. L'Europa vi ha dato due anni ancora per decidervi, sfruttateli bene.
Con i tormentoni che paventate sulle biotecnologie alimentari, state solo allungando la vostra fine. Che non sarà la nostra.

Che non sono un addetto ai lavori agricoli è vero Simona, se invece hai bisogno di una consulenza in tematiche economiche, ti mando la schedina servizi :) Un position paper per voi sarebbe veramente difficile comunque, se dovesse avere i requisiti economici. Sociali sì, ma per quel 3% del valore aggiunto però. Socio-assistenziali diciamo va, per voi solo cioè.

Lei è puerile Emanuele, brancola nel buio, mi mandi pure tutto quello che vuole, certamente non mi conosce, come non la conosco io! Sarebbe stata cosa gradita non avere quell'approccio iniziale, quel "non ci siamo" così grezzo. Non si capisce a chi si riferisce con quel Voi e guardi, io sopravviverò sicuramente meglio e più autonomamente di lei o tutti voi, visto che si mette in un gruppo! Veramente buffa la sua arringa.. :)
Per usare in modo appropriato il plurale, siamo in "casa" De Biase, un professionista, se si leggono bene i suoi inserti (e si sanno leggere), sia nell'esposizione che nei contenuti e questi ultimi nostri commenti non mi sembrano nè all'altezza nè pertinenti al contesto.
Si prenda una vacanza, si giri le Marche, vada a conoscere il suo territorio, magari in una stalla di Mucche Marchigiane, si faccia la mungitura per due settimane, guardi questo mi sembra che non abbia tanto contenuto ideologico! Dovrebbe piacerle!
Adesso la sua arguta furbizia dedurra che ho una stalla, oppure che mi occupo di allevamenti..ecco sbaglia di nuovo e sbaglierà qualunque preconcetto si farà!

E tutto questo per la catartica locozione "non ci siamo con questi approcci"? Io non l'ho neanche nominato il suo spessore intellettivo (per contenimento), giudicavo le fonti che apportavi, punto. Portare Bateson come approfondimento del discorso oggetto, dimostra chiaramente o che non sai di cosa parla o deficit di comprensione testuale.
Parli di volgarità usando ipotiposi da commedia all'italiana. Consiglio un corso di aderenza alla realtà. Una che si propone interessante con la prosopopea "lei brancola nel buio".. ma chi ti cerca? Se hai bisogno di considerazione non farci i complimenti. Insomma ti sembrano forti i tuoi argomenti tutti sul personale? Sono proiezioni queste (chiede ad un tuo amico psicologo che Bateson opterebbe per altre soluzioni credo), piccoli egocentrismi insoddisfatti. Qualcos'altro? Ah, hai anche bisogno dell'appoggio del proprietario del blog, che non perdi tempo a ricordare l'acqua calda. Sei nata ieri, spero di no eh.

Se uso ipotiposi da commedia all'italiana non ho bisogno di un corso di aderenza alla realtà!
"Bisogno di considerazioni? Ti sembrano forti i tuoi argomenti tutti sul personale? Nata ieri?" ..Ti riconsiglio la mungitura e un corso di educazione militare! Lei è un banale cafone! "eh" (la cito visto!)

Che altro..In Bateson il mistero della evoluzione biologica e la crisi in cui oggi si trovano i rapporti tra l'uomo e l'ambiente"... segua un qualsiasi corso, lezione o dibattito che si occupa di sostenibilità ed educazione ambientale!

Che spessore intellettuale! Complimenti per il suo factory bon ton con sfoggio di deiezioni aggettivali. Ha di certo passato ottime vacanze cercando negli altri i propri peggiori difetti. Identificazioni proiettive? Basterebbe un semplice Roscharch, le permetterebbe di fare pulizia senza rincorrere insostenibili placebo altrui deresponsabilizzanti.
Continua ad apostrofarmi, devo ripeterle che non volevo sedurla? I bisogni di considerazione andrebbero soddisfatti diversamente. Separare l'aspetto enunciazionale dall'enunciato rende liberi. Ci provi, riuscirà a concentrarsi nei contenuti sui quali verteva il discorso, prima che lei abbia sentito minacciata la sua incolumità locale come persona.
Mi scuso con il proprietario del blog e con ogni altro lettore, che arrivi a leggere questa replica a solo scopo personale.

Certo mi scuso anch'io con tutti inchinandomi! Se è lei a rivolgersi al proprietario del Blog, allora è un gesto nobile e corretto.
Il suo genere non mi interessa e nemmeno fare colpo..sono troppo vecchia! Sono una di quelle persone che farebbe sedere sull'autobus per rispetto..almeno credo! Tolgo il disturbo e cmq io Roscharch l'ho fatto tanti tanti anni fa!

Simona, quei test li faccio osservando le nuvole.
Se sono minacciose dovrei abdicare dal prendermela sul personale, perché l'intransigenza è tutta mia.
Qualche cumulo nembo mi sarà sfuggito.
Da oggi li farò ogni giorno. Mi perdoni?

Ero io che dovevo capire e stare al mio posto ed i tuoi commenti erano per certi aspetti corretti! Anche ben formulati, li ho apprezzati; la differenza tra la mia intransigenza e la tua penso che stia nel fatto che io sono sempre alla ricerca di uno "scambio" pur in veste provocatoria, che possa innescarmi la curiosità di saperne di più, di educarmi continuamente, di rimanere affascinata dalla cultura e dal percorso dell'altro e dalla capacità di trasmettere sapere a titolo gratuito... ognuno di noi ha un punto di partenza...tutto qua.

Ciao Simona. Mi prendo la lezione sull'indisponibilità a vedere diversamente e ne farò tesoro. E' anche vero che nell'argomento mi trovo dalla parte opposta dei farmer's market per contrasto d'interessi, non posso esser corretto. Quello che dici sulla curiosità di apprendere e sulla condivisione è stupendo. Sarebbe bello credere di esser continuamente sul "punto di partenza". E' molto più semplice credere l'inverso, con lo scotto di cercare le cose anche dove non sono, come quel tale usato da esempio, che alla domanda del perché cercasse la bottiglia proprio sotto l'unico lampione, rispondeva che era il solo posto dove poteva vedere. Ovviamente vedeva se stesso e non la bottiglia, ma era rassicurante.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

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    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

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