Nuvola aperta

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La vittoria concettuale dell'open source, che ha ormai convinto tutti, persino le imprese, della sua affidabilità, ha reso un po' meno importante il lock-in dovuto ai sistemi proprietari. Ma il cloud computing sembrerebbe ricreare una nuova forma di lock-in: come spostare i dati una volta che siano sul sistema di un provider? Se lo domanda l'Economist. Che risponde: sono preferibili i provider che consentono un facile spostamento dei dati. Per indirizzare il cloud computing fin dalla sua nascita verso l'interoperabilità.

E' probabile peraltro che si debba ripensare anche tutta la questione dell'outsourcing. Le aziende che innovano non dovrebbero cedere ogni loro competenza in materia di software ai loro consulenti. Il software non è sempre solo il prodotto di un fornitore. Il software è spesso il loro "saper fare" e "saper pensare". E dunque il loro "saper innovare".

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Verissima la prima affermazione: come Elastic usiamo abbondantemente Amazon, ma - da quello che ho capito - ha un sistema di creazioni dei virtual server proprietario, quindi è difficile "spostare" un server su un altro provider.

Meno vera la seconda affermazione: non è la realizzazione del software che le aziende devono tenere dentro, la ma progettazione. Attualmente esternalizzano entrambe le attività, mentre dovrebbero sicuramente internalizzare le competenze legate al design e al project management, tenendo fuori dall'azienda quelli che possono essere considerati veri e propri servizi: lo sviluppo del software e la gestione in esercizio che potrebbe tranquillamente essere svolta con sistemi a nuvola.

Era l'inizio degli anni '80 ed ero al primo (ed ultimo...) anno dell'università e nel frattempo collaboravo con un'azienda di software. Erano gli anni del passaggio dai mainframe verso il personal computer. Non sembrava vero di poter disporre di potenza di calcolo (si fa per dire ma per allora era un salto) 24 ore al giorno e 7 giorni alla settimana, di poter scrivere software in diversi linguaggi di programmazione e di poter mantenere i propri dati in casa su "capienti" floppy disk e poi addirittura su hard disk da 20 Mega!

Dopo parecchi anni e dopo che ognuno ha sulla propria scrivania una potenza di calcolo e di memorizzazione ampiamente superiore ai mainframe dell'epoca, entriamo di nostra volontà nella bocca del leone e diamo di nuovo il controllo dei nostri dati all'esterno verso il cloud computing. Mah...

L'esigenza di una Inter-Cloud o di un cloud computing consortium con un insieme di regole e standard di base che consenta l'interoperabilità è auspicabile(ne parla per esempio Padmasree Warrior,chief technology officer di Cisco Systems); altri invece propendono per confini rigidi tra le "nuvole", in modo da garantire la sicurezza dei dati e delle emergenti identità distribuite degli utenti (e per questa soluzione spingono anche paesi come la Cina che del controllo fanno la loro priorità).

Vorrei segnalare a Luca De Biase e a Nicola, Ivo e Federico che si sono appassionati al cloud computing un altro blog sul tema all'indirizzo http://www.wikisap.it/executive/blog/cloud-computing-e-dintorni e sul quale riporterò i vostri commenti.
WikiSAP è un business social network in cui vi è un canale dedicato ai CIO, dove si discute di tecnologia, innovazione e tematiche di attualità.

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  • The case for an Italian rebellion

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    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

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  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

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    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

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    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


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    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
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