I commenti decidono il blog

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Beh, grande! Ho fatto un giro sui post precedenti e ho letto molti commenti che andrebbero ripresi e rilanciati. Lo farò al più presto. 

Vorrei ringraziare le persone che commentano in questo blog. Vorrei ringraziarle tanto per il tempo che dedicano ai loro contributi, per l'attenzione che dimostrano ai contributi degli altri, per la profondità culturale che testimoniano. E' chiaro che un post può dare un'idea. Ma credo che i commenti diano il tono vero di un blog.

Sicché questo blog è una sorpresa continua. Anche per chi lo scrive.

Intanto, riporto, senza aggiungere nulla, quelli sul burqa. Anche perché è un argomento meravigliosamente labirintico. E bisogna parlarne. Ci torniamo...



In Italia si può essere laici solo nella misura in cui lo permettono papa e vescovi. E bisogna chiedere permesso. Quindi i problemi dei francesi non ci riguardano.

Non so. Provo a offrire un altro punto di vista. Io penso ci siano diversi livelli d'osservazione, e misure ipocrite per attuarlo: questa idea del Burqa sarà, in qualche misura, mitigata con l'ordine pubblico. 
La stessa legge sul velo, nelle scuole francesi, è passata come legge di laicità, e la dismissione di tutti i simboli religiosi, credo fosse un male necessario.

Io credo, però, che lo stato, come chiunque di noi, possa fare una propria obiezione di coscienza, una piccola testimonianza di sé, nel proprio privato. Io posso dire: "no, a casa mia non si entra con la svastica". Lo posso dire in ossequio al disvalore simbolico di quel soggetto.

Ora, senza sopravvalutare il limitato effetto dell'obiezione di coscienza, che è narcisistica connaturatamente narcisistica, penso che lo Stato possa dire lo stesso: nei miei edificî - perché si parlava di edificî pubblici, non di territorio nazionale - scuole, ospedali, io non permetto che la donna sia discriminata. Non permetto che s'indossi un simbolo che vuoldire la discriminazione della donna, anche se la persona in questione è consenziente.

È esattamente come vietare a qualcuno di entrare a scuola con scritto in fronte "le donne sono inferiori", che è il preciso significato del velo, e della copertura del corpo femminile nell'Islam - è antipatico da dire, ma chiunque neghi questo fatto non sa di cosa parla, detto da uno che ha vissuto 6 mesi in Palestina - è la dichiarazione di principio che la sede dell'autocontrollo sessuale maschile, è il corpo della donna. Come nell'odioso teorema della donna in minigonna, che "merita" lo stupro.

Ci sarebbe da parlare del sopravvalutato rispetto religioso, di come le idee che si sono affermate come religioni "di moda", intendo tutte quelle considerate "credibili" - dal Cristianesimo, all'Ebraismo, alle religioni orientali. Il fatto che un simbolo sia espressione di una propria religione non dovrebbe mettere alcuna schermatura, alla critica di tale simbolo. Che io indossi il velo, o il cilicio, per "concezione religiosa" vale quanto portare un velo o un cilicio per mille altre ragioni.

@Giovanni, imporresti l'etica della libertà con l'autorità quindi? Il discorso potrebbe reggere se avessi la sicurezza che tale costume fosse repressivo per "loro". Il paragone delle svastica omologa il punto di vista emico con quello etico. Tra parentesi, non si pensa per il bene degli altri se non sei sicuro che effettivamete lo sia. Derivazione: obbligheresti a togliere il velo per quale scopo? Quello di esacerbare il conflitto nella loro comunità di sicuro. In merito alla critica dei simboli (espressione), non può derivarne la negazione (azione). La morale, anche la migliore che sia dovrebbe esser lontana della leggi di stato. Altrimenti critichi la religione facendone un altra, la tua. L'unico modo per combattere le morali oppressive, se realmente lo sono, è recepirne l'inesigibilità nella realizzazione dei diritti.

@Emanuele, sull'esacerbare il conflitto fra culture diverse hai probabilemnte ragione, anche se mi chiedo se in effetti non sia un palesare una certa immaturità culturale nel non accettare le critiche cercando il conflitto anzichè il confronto. Dall'altra parte, sebbene sia intellettualmente interessante filososfeggiare su questi quesiti bisogna essere concreti perchè sono problemi veri, che spesso sfociano in male e malessere fisico su persone reali, non su idee... e di questo ce se ne dimentica, parlandone, fin troppo spesso. Se vuoi l'opinione di una donna: ha ragione Emanuele, come tutte le cose, non provandolo, non puoi renderti effettivamente conto quanto sia difficile per una donna, anche in italia, uscire da certi dogmi culturali; percui se per far rispettare certi diritti, come la libertà di scelta che è diritto basilare di ogni essere umano, bisogna imporli: che sia.

@Daniela quando parlavo di conflitti alludevo nella propria comunità d'origine. Nel senso che per fare del bene poi ci rimette la pelle chi toglie il velo per decreto. Questo. Ammetto di averla presa da un punto di vista lontano dalla concretezza. E c'è un motivo, che inorridisco quando vedo la confusione tra etica e diritto. Ovviamente il bersaglio non era il multiculturalismo ma problemi di casa cattolica.
Il conflitto ben venga, ma che sia in relazione agli abusi di diritto e non a zeli su cibi, preghiere, abiti. Leggi sulla donna come quelle proposte sulle quote rosa e simili mancano il bersaglio. Rispetto altre questioni, le abominie che abbiamo in casa, sono frutto un pò della paura ma più dall'isolamento culturale che solo l'ipocrisia perpetua. Quindi è una questione che per esser imposta (diritti) bisogna che prima sia riconosciuta come valevole da voi donne. Molte però accettano meglio il vittimismo che la lotta perché rende di più. Altre addirittura cercano deliberatamente la sudditanza perché è più facile. Insomma è un problemi convincervi che i compromessi si pagano quando la strada è al ribasso.

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2 Comments

Ops, non avevo visto - scrivo di qua quello che avevo scritto di là:

Emanuele,
non imporrei l'etica della libertà, no. Trovo, però, un diritto degli individui decidere chi assumere: se il datore di lavoro di Torino - non era quello il caso, ma ipotizziamolo - non avesse voluto assumere la donna velata, perché nella sua azienda le donne hanno lo stesso valore degli uomini. Credo che lo Stato (ti ripeto: negli edificî pubblici) possa fare lo stesso.

Dopodiché, se mi chiedi "funziona?", io ti dico che delle volte sì e delle volte no. Questo è il mio parere, delle volte servirà a far togliere un velo, delle altre impedir a una ragazza di andare a scuola.

Io, in quanto alla morale, sono utilitarista: secondo me è morale ciò che fa felici il maggior numero di persone. Nulla di più, e - permettimelo - nulla di meno. Chi lo decide? In genere, con dei caveat (es. l'offesa non può essere nell'occhio di chi guarda: io non posso dire che mi "offendi" se metti la maglia della Roma) le persone in questione.
Tu dici: e allora? Perché sei contrario al velo, magari è una loro libera volontà?
Io dico che ciò è frutto di una mentalità "culturalmente" (leggasi: barbaramente) inoculata, che nessuna donna considerebbe il suo corpo uno strumento del diavolo, e una dannazione, se non fosse condizionata.

Bada bene: non posso essere certo, o meglio non posso comportarmi come se fossi certo - per tutti di questo - ma, davvero, che io fondi un'altra religione, questo no.
La mia "religione" si fonda sul basarsi sulle evidenze, sui fatti, sulle prove, in tutti i campi. Dunque sì, vieterei di insegnare a scuola che Gesù è il figlio di Dio, o che Maometto è asceso in Cielo a Gerusalemme: ovviamente fino a che tali fatti siano provati.

Secondo me è questo il problema, quando parli di ricezione nell'esigibilità dei diritti: che, se ammetti argomenti di fede (cioè di convinzioni non suffragate da fatti), non solo manchiamo di un metodo comune - le mille ricette, diverse, che abbiamo per un obiettivo comune - ma manchiamo anche del fine comune: non vogliamo la felicità del maggior numero di persone, ma qualcosa che qualcuno "ha fede" essere migliore della felicità (non ricercare sulle staminali, non andare a letto con chi ti pare, non mangiare il maiale, etc).

Perché la morale non esiste, se non in relazione agli uomini, e questo è il principio stesso che dovrebbe fondare uno Stato.

Ho risposto di là, qui ringrazio Luca invece che senza questo blog avevo perso per strada gli ultimi due neuroni che ancora vogliono lavorare.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...