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Censis: democrazia sommersa
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on June 9, 2009 5:00 PM.
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
arriva il digitale terrestre...
entro fine anno oltre sette milioni di case saranno, per legge, digitali.
e se gli italiani comprassero una scatoletta che, invece di un semplice zapper, oltre alla TV broadcast sintonizzasse anche la webTV?
magari con una guida TV intelligente e super-facile?
e per chi ha la banda stretta, magari anche un podcast manager adatto alla Signora Maria: aggiungi il canale una volta e arrivano i contenuti.
e un po' di socialità, dove gli amici più ferrati possano mandare semplici messaggi con i suggerimenti
e i blogger creare collezioni di palinsesto
e l'auditel...
del resto siamo da un bel po' di anni nell'era dei Millecanali.
e noi (e anche un bel po' di altri), a casa, ogni sera, passiamo già mezz'oretta a guardare la punta dell'iceberg di YouTube sul televisore (spesso c'è controinformazione ai primissimi posti); palinsesto indistinguibile che basta poco a far uscire dal singolo distributore (YouTube) e far diventare trasversale (Reeplay) e quindi approssimare l'asintoto sociale di democrazia.
pan
@Pancrazio, scusami ma le barzelletta del multichannel risparmiamocela. L'unica vera alternativa è Sky in monopolio satellitare che finirà, per fortuna nel 2012 e se ne avrà convenienza (nei contenuti) entrerà in altre piattaforme. Nel digitale terrestre tutti i coriandoli che vedi (con tanto di must carry del 30% della banda dei multiplex per le tv locali come per per le nazionali) vengono decise dagli editori. Tradotto, se hanno convenienza, scegliendo chi e come, ovvero nessuno impedisce che la moltiplicazione di cui parli, venga affidata all'amico non concorrente (Tarak Ben Ammar sai chi è? I giochi sono fatti da un pezzo). Un editore come De Agostini o Rcs perché vanno ad investire in Spagna? Se vuoi ti spedisco una decina di rapporti di ricerca per toglierti qualche teleentusiamo. Non quelli di DgiTv o dal Fub. Se stai facendo la tesi ti posso capire ma chiedi fonti attendibili e non grigie.
Ah, sei uno che fa pubblicità, allora ti capisco.
Sì per voi sarà un affare ma non spacciamo millanterie.
Buongiorno @Emanuele,
sono d'accordo con te sui coriandoli.
Passando al digitale siamo tutti costretti ad accorgerci dei tubi da cui arriva la TV (tubi presidiati, dal cielo o dalle colline).
Se compriamo lo zapper ci ricolleghiamo ai tubi presidiati e gli editori sono tutti contenti.
Senza tirare in ballo la pillola rossa, Internet è l'unico tubo alternativo per la TV (oppure spegnamola http://tinyurl.com/ldqao4 )
SKY va bene per lo sport, i film, i telefilm, i documentari...
ma è sempre un tubo presidiato (e coordinabile). SKY sta già lavorando al broadband.
Credo che per qualche anno ancora l'intrattenimento verrà dai tubi presidiati, ma per quello di cui parla il CENSIS credo che trovare Internet in un TV o videoregistratore possa attivare il processo (accanto a Hulu e Yalp troveremo Report, Travaglio o Enzo Biagi "one-click away").
Il menu però non deve essere l'ennesimo giardino chiuso.
Sì, faccio pubblicità agli sforzi tutti made in Italy perché non so fare filosofia e per cambiare questa TV è un momento epocale.
Chissà quando si ripresenterà.
pan
Ciao Pancrazio, non sono Leopardi anche se mi piacerebbe ma sono pessimista lo stesso.
Ho capito la tua speranza e il mio auspicio è che tu passa contribuire a mandarla in porto. Dalla realtà poco filosofica che vedo c'è:
un momento epocale per 700.000 utenti che hanno già il canale di ritorno di cui parli in
banda larga simmetrica, Ma per la sostenibilità dell'offerta, e-governement, e-healt, t-commerce, e-banking, e-learnig, e- il cui limite è fantasy ma non troverai informazione ma come intergare Beni culturali alle EPG (guide elettroniche programmi), i 2-3 milioni nel 2012 poco contanto nella logica del double side market. Ovvero se ci sono utenti ci sono servizi/contenuti altrimenti è un cane che si morde la coda. Questi servizi evoluti saranno (pochi) e per poche persone, residuali. Gli enti locali possonp fare la differenza se possono entrare come partner di servizi di interesse economico generale. Toccherebbe impelagarsi in un discorso lunghissimo su quel famoso 30% di banda che l'Agcom prevede per questo nelle 700 tv locali e su famosi consorzi che formeranno per investire (nessuno può farlo da solo e la maggior parte invece di stipulare accordi capitalizzarà il valore della sua frequenza vendendo). Meglio così spariranno quelle 500 che vivacchiano di maghi ma sempre che tutto scorra liscio è nel locale la rivoluzione di cui parli. Il discorso si riferiva alla piattaforma televisiva di grande pubblico, checchè se ne dica della frammentazione delle audiences. Il momento per la tv (rivuluzionario) passò e finì con la legge n.66 del 2001 che aprendo all'innovazione tecnologica, non precisò requisiti né per il rilascio delle licenze dell'operatore di rete (multiplex) né un piano per stabilire e assegnare le frequenze disponibili (in cui l'Agcom sopperì con due delibere permissive, 15/03/CONS e 417/07/CONS se non erro), tanto che la legge Gasparri trovò man fertile a disincentivare la contendibilità delle piattaforme e lasciare un residuo per i Content Provider (quelli della fantasy di cui sopra). Poi che verrà abilitata la fruizione asincrona con il set top box megagiga hard disk sono sottigliezze dal mio punto di vista. Come anche che verrà prediletto lo standard di trasmissione HD per magnificare immagini e esautorare banda eventualmente libera. Anche perché chi avrebbe, con tale barriere d'accesso, anche regolamentari, interesse a competere in tale mercato? Un matto e un amico. Rivoluzione nix.
Evoluzione minimizzando danni dell'esitente, questa è la strategia che perseguono i
broadcaster ora. Quello che farebbe qualsiasi persona ragionevole.
Per l'agnizione del 2012 le reti televisive sono sistemate (nel locale no), rimangono aperti gli accordi con le telecom per la distribuzione in IpTv (anche quelli sulla avveniristica mobile tv, sistemati dal 2005 giusto per contentare il risk management tool).
Più una guerra di diritti su contenuti
premium per primo, sulle forze contrattuali e su chi avrà più servizi in bundling collegati.
Chi ha già le piattaforme e i contenuti cioè, con pochissima innovazione. Ti cannabilizzeresti da solo? Finché la dura è così, poi e nel durante spero arriverà internet in sordina, lo aspettiamo tutti.
Da quello che scrivi mi viene il desiderio di incontrarti per migliorare la mia comprensione dell'assetto TV italiano. Magari Luca può metterci in contatto.
Proviamo a quantificare l'obiettivo: in Italia ci sono 24 milioni di case, ognuna con uno o più TV.
Secondo Auditel e apocrifi, TG1 e TG5, nell'edizione delle 20.00 mettono insieme dieci milioni di persone ogni sera.
Quanti di questi dovremmo connettere a Internet affinché una informazione più sfaccettata abbia la possibilità di veicolarsi attraverso il medium TV? E perché sia lì nei momenti di chiamata democratica?
Ovviamente saremmo sempre liberi di scegliere, come oggi; e sento già tanti che guardano SkyTG24, qualcuno guarda Euronews dove la centralità di certi "eventi casalinghi" svanisce, altri la CNN o BBC (ma quello che serve deve essere fruibile per tutti, come un TG...)
Io sono interessato a mettere in circolazione qualche strumento in più che porti in questa direzione. Qualche semplice mattone, tecnologia abilitante condensata in veri prodotti disponibili e facilmente inseribili nel quotidiano di tutti noi.
Sono convinto che uscendo dall'obbligo del PC ci sarebbe tanta inclusione.
Siamo qui a Taiwan anche perché vogliamo che tutto questo costi il meno possibile, per renderlo accessibile a chi sente che può fare qualcosa per sottrarsi ai giochi di pochi.
buona serata,
pan
Per il tuo scopo, da quel poco che posso capire, sei nell'ambiente dei scatolotti e conoscerai bene con quali tipi di accordi di distrubuzione andrai a scontrarti. Indubbiamente con meno barriere all'ingresso comunque, lì conta anche la leva del prezzo. Saprai anche dei progetti per renderlo compatibile (aperto) per la ricezione DTT in banda larga wireline (finché non lo vedo non ci credo).
Il se e il come dipenderà da come sarà indirizzato il piano industriale di Telecom Italia. Qualche indizio potrebbe far pensare di sì, proprio per ridurre i costi di copertura in broadcasting con gli obblighi esosi di servizio universale. Uscendo dalle congetture, ti potrebbe esser mille volte più utile Luca che io che iniziai il mio lavoro da qui http://blog.debiase.com/stories/2005/07/21/economiaCrescitaFelicitaEB.html
Non so se eri a Siena due settimane fa, ogni anno si pontificano risultati strepitosi di avanzamento, all'incontro organizzato da Comunicazione Digitale. Avrò i paraocchi ma non vedo alternativa se non in accordi con enti locali e qualche forte Service provider con cui dovrai decidere tutte le specifiche di volta in volta. Considera queste macchie di leopardo d'avanziamente, credo che i giochi sono fatti ma non seguire i miei consigli, informati direttamente. Nella regione Marche non ci mettevano piede perché la giunta era piena di comunisti (li chiamano così), ora le pratiche seguiranno il must Brunetta, ti farò sapere in anticipo se posso.
erano queste le date
http://www.decoder.comunicazioni.it/
Giusto per onorar la serata alle scorrettezze, era Comunicare Digitale l'associazione, la sede Lucca e l'incontro è domani.
In pratica ho scritto un trittico di refusi.