Talenti da coltivare

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Irene Tinagli e Sergio Arzeni sono oggi a Trento per un incontro all'Ocse su talenti, innovazione, identità e fuga di cervelli. Ieri, la notizia vagamente "eugenetica" cinese ha generato diversi commenti. Ecco alcune riflessioni preventive.

Che che cosa parliamo, quando parliamo di talenti? Che rapporto c'è tra talenti e sviluppo? Come cambia la prospettiva di fronte alla grande trasformazione che stiamo vivendo?

Lo sviluppo è una questione territoriale, storica e sociale. Non è una questione meramente economica, anzi: con la fine dell'epoca dell'industrializzazione, l'economia è rientrata in quella più ampia dell'ecologia, della storia e della cultura. Il quadro interpretativo della questione dello sviluppo cambia nello spazio, nel tempo e nei contesti culturali. Del resto, da sempre ci diciamo che lo sviluppo non è la crescita: questa può anche essere definita da numeri sulla quantità di consumi e di prodotti che una popolazione riesce a registrare; ma lo sviluppo è un tema molto più ampio. E oggi, nell'epoca della conoscenza, l'ampiezza è aumentata dalla vaghezza concettuale con la quale studiamo l'argomento. Una vaghezza dovuta essenzialmente ai grandi cambiamenti che attraversiamo in questa fase storica.

Nell'epoca della conoscenza, il valore si concentra sull'immateriale, sull'immagine, sull'informazione, sulla ricerca, ... sul senso dei prodotti e dei servizi. E il senso deriva dalle idee generate dalle biografie delle persone che li fanno, dalla storia dei territori dalle quali derivano, dalla visione dei loro creatori. Si va dal senso meno difficile da comprendere della distribuzione efficiente di prodotti e servizi noti (alti volumi e basso valore aggiunto) al senso più specialistico della creazione di oggetti, processi e servizi che si dànno prima di tutto come innovazioni culturali.

I talenti sono caratteri speciali delle persone chiamate a generare una componente decisiva del valore: la loro biografia, la loro esperienza, la loro creatività, la loro capacità di generare idee e di condividerle, è una sorgente inesauribile di valore. Per questo, qualunque territorio si dia un progetto per svilupparsi nell'epoca della conoscenza si pone anche il problema di attirare, coltivare, conservare le persone di talento.

Il tema è stato affrontato in termini di investimenti, di contesti culturali, di contrattualistica, e così via. Ha generato pensieri di grandissima importanza e ricchezza. Ha avviato progetti straordinari in molte parti del mondo. Dal Linz a San Francisco, da Helsinki a Toronto, da Adelaide a Trento... E ciascun territorio l'ha interpretato a modo suo. La difficoltà è sempre stata quella di valutare nel breve termine un percorso che non può che portare risultati nel lungo termine. Ma anche questo è stato superato dalle società che hanno saputo vedere lontano.

Ma resta vero che molti territori non riescono a vedere il valore di tutto questo. E che altri lo vedono e reagiscono in modo apparentemente aberrante ed estremista come nel caso (del quale si hanno peraltro ancora pochissime notizie) di Chongquing. Questo dipende dalla difficoltà di definire la questione. E a prospettiva per migliorare la comprensione del fenomeno non è facile da coltivare.

Anche perché i concetti tendono a diventare astrazioni. 

Le persone di talento sono soprattutto persone. Hanno avuto tre anni. Hanno avuto amori e delusioni. Hanno paura. Anno bisogno di tenerezza. Hanno qualcosa da affermare e da esprimere. Cercano anche qualcuno che riconosca quello che esprimono. Quello che li attira, li fa crescere, li valorizza è anche questione di soldi e di organizzazione, ma non è solo questione di soldi e di organizzazione. L'argomento non si può governare come un modello lineare di variabili ed equazioni: siamo in un ecosistema culturale nel quale la teoria della complessità è più adatta a spiegare i fenomeni.

Un territorio è una piattaforma di vincoli e opportunità per una società che vi dispiega i suoi legami sociali. L'accoglienza e la valorizzazione delle persone di talento è frutto di una serie complessa di dinamiche, nella quale conta l'illuminazione dei leader quanto l'equilibrio delle menti, dei corpi e degli spiriti delle persone che vivono in quel territorio. L'apertura ai talenti altrui dipende dalla consapevolezza del loro valore ma anche dalla sicurezza del proprio valore. I casi diversi sono infiniti... Una società che vive in equilibrio dinamico con se stessa sa accogliere, una società disfatta si fa colonizzare, una società che vive in equilibrio statico non accoglie... E dunque, dove vanno i talenti a portare il loro valore? Dove crescono e restano? Dove avvizziscono?

La mia riflessione che vado confusamente conducendo si muove attorno alle conseguenze della non esclusività della dimensione monetaria nelle scelte delle persone. L'attrazione economica conta. A più dimensioni. Attrae le menti che calcolano il proprio vantaggio. Ma conta anche come simbolo di riconoscimento che una società offre a una persona. E questo è importante. Ma non basta a capire. Le persone di talento - come tutti - hanno bisogno di ricevere e di dare. E ciò che ricevono le conferma e gratifica per quello che hanno saputo dare. Se non hanno dato non sono gratificate. E di certo non sono produttive. La questione della coltivazione, dell'accoglienza e dell'attrazione dei talenti è relativa alla dinamica che si crea tra ciò che si riesce a esprimere e quanto viene riconosciuto. E' un altruismo egoista che governa (non un semplice egoismo). Perché il talento è sensato nel quadro integrale di una biografia e non soltanto per quanto riguarda una specifica abilità.

Coltivare talenti in provetta non ne può produrre, in questo senso. Perché la biografia integrale è più importante di una specifica abilità se si vuole che la persona restituisca ciò che ha avuto da una società con un valore accresciuto. Altrimenti non facciamo che sviluppare polli di allevamento, frustrati o nomadi costantemente in cerca di un'occasione migliore. 

Insomma. Un territorio si arricchisce dei suoi talenti se sa come dare a loro quello di cui hanno bisogno, ma anche (e forse soprattutto) se sa come ricevere da loro quello che essi possono esprimere.

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"una società che vive in equilibrio statico non accoglie...", crea tessuti di relazioni corporative, privilegiando il valore della fedeltà dei membri piuttosto che la fiducia su progetti, la cui innovazione, presupponendo la delaga fiduciaria basata sul merito, mina culturalmente i cardini del proprio scopo sociale, conchiuso nella protezione degli interessi consolidati.
Mi viene da completare in questo modo perché di certo è un territorio accogliente quello dove sono nato e vivo ora. Questo fattore però è lungi dal rappresentare l'attrattività dei talenti, sia quelli autoctoni che di origine esterna.

In questo tipo di società/terrorio i talenti hanno varie opzioni:
1)formarsi relazioni significative per preseguire i propri progetti (logica dell'accredito certificato con biografia dell'inciucio);
2)misconoscere la propria biografia e di conseguenza il proprio progetto accettando i limiti, sia propri che del contesto, integrandosi nel pensiero minicorporativo (adeguamento al ribasso ma anche vantaggi da rendita da posizione raggiunta e deresponsabilità, biografia dell'esserci comunque e logica del chi si accontenta gode);
3)fuga alla ricerca di opportunità e erranza (biografia dell'evasione e logica del cercatore d'oro);
4)ostinazione alla mancanza di compromessi e competizione per emergere comunque (biografia del sognatore visionario e logica dell'uno contro molti);
5)riformulazione continua delle competenze seguendo gli imperativi vaghi e turbolenti dell'economia della conoscenza (biografia del trend setter e delle lotta, anche appassionante con i mulini a vento).

Togliendo il velo polemico, che c'è, credo che quando i territori cercano di preservare l'esistente, l'onere del merito debba ricadere per forza di cose sui talenti, a cui è richiesto anche quel soft power di persuasione culturale.

Seguo un bando di appalto con cui sono stati indetti incentivi sull'innovazione organizzativa.
Affinchè non partecipino ragionieri e contabili ho dovuto scomodare professionisti che pur non potendo concorrere si sono prestati a chiarire le lacune di un procedimento amministrativo che a dire astruso è un complimento.
Questo solo per chiarire al dirigente che nella consulenza strategica non esistono certificazioni ne Ordini e Albi. Come le hanno invece i ragionieri. Se non avessi reclutato la società leader in Italia tutto sarebbe rimasto per come prevedeva il bando. Innovazione a colpi di ragionieri.

Uno dei punti cardine credo sia questo: come fa un territorio a progredire o attrarre talenti, se pur di tenere in vita la sua coesione sociale (?), si chiude?
"Un territorio si arricchisce dei suoi talenti se sa come dare a loro quello di cui hanno bisogno, ma anche (e forse soprattutto) se sa come ricevere da loro quello che essi possono esprimere".
Molti territori non possono ricevere, possono dare, poco ma danno. Il dicorso è ovviamente viziato da un particolare tessuto, quello che conosco e a cui partecipo come interessato.
In questi casi però non so se sia sostenibile nel medio termine privilegare la coesione sociale.

Preparare il terreno al talento, coltivarlo, facilitarne l'uscita nel mondo implica una visione del mondo, un pensiero di abbondanza di mondo in un territorio sconfinato, aperto. Il pensiero cinese è un pensiero di controllo del mondo, di supremazia di qualcuno su qualcun'altro o su qualcosa. Un voler preparare al controllo una casta di persone elette in qualità di un talento superiore. E' questa superiorità alla quale allevare qualcuno che fa cascare tutto. E' questa asimmetria di posizioni e di ruoli che spaventa; è questo coltivarla con ossessione a costo di creare delle caste "di talento" che orripila.
Un territorio che facilita il talento, lo sviluppo delle biografie e delle testimonianze individuali è un territorio o comunque una polis dai confini sfocati; non c'è ossessiva protezione ma nemmeno ricerca continua del vantaggio. Vantaggio per chi e per cosa? Il talento sconfina e dunque anche il pensiero sul talento dovrebbe poter sconfinare, varcare soglie ed oltrepassare limiti. Se facilito una condizione-in questo caso l'attecchimento del talento- non lo faccio per un vantaggio immediato, di cui calcolare i ritorni qui ed ora. Lo faccio anche per altri paesi, per successive generazioni o meglio mi pongo la domanda chi sarà o potrà ricevere -payback- a partire dal mio investimento? E' necessario un progetto forte in cui credere, a prescindere da considerazioni di tipo economico e di breve. E' necessario un progetto di polis, dunque politico!

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
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  • Ecologia dell'informazione

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    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

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