Società multietnica / 3

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Confesso. Sono multietnico per ragioni familiari. Un po' mediorientale e un po' meridionale, un po' sloveno e un po' tedesco, un po' padano e un po' veneto. Ho vissuto in vari paesi del mondo e in molte città d'Italia. E cerco di parlare tre lingue. Sono multietnico da cinquanta generazioni e da due ancora di più. Vengo da una regione dalla quale la gente emigrava in tutto il mondo per trovare lavoro e nella quale ora immigra per trovare lavoro. E nella quale trova lavoro. Sono multietnico e credo in una sorta di religione interreligiosa, per cui sento che l'ecumenismo è la via giusta. Lo confesso.

Confesso anche che credo nelle regole che, più o meno democraticamente, un popolo si dà e penso che vadano applicate. Casomai cambiate per via altrettanto democratica. Ma finché ci sono vanno applicate. E ho l'impressione che l'Italia debba gestire l'immigrazione, in modo umano e giusto, ma senza subirla passivamente. Con molta gratitudine per chi viene a lavorare qui e accetta le nostre leggi. Sapendo che, statisticamente, ci sono più fuorilegge nati in Italia che fuorilegge immigrati...

Ho l'impressione che il dibattito sulla società multietnica vada circoscritto al tema definito dalla parola. Multietnici siamo da sempre in questo paese e continuiamo a esserlo. Anche se in certe zone d'Italia i contatti con le etnie diverse sono stati molto più frequenti che in altre zone d'Italia. Se oggi al governo ci sono persone che esprimono più le seconde che le prime, questo non significa che la società non sia già da tempo multietnica. Non significa che non ci si debba preparare all'inevitabile incremento della diversità etnica in questo paese. Perché comunque la diversità etnica è cresciuta molto negli ultimi anni. E con ogni probabilità continuerà a crescere nei prossimi anni.

All'inizio dell'industrializzazione italiana, secondo l'Ethnologue, in Italia si parlavano molte lingue, oggi in via di estinzione anche a causa della tv. Ma nel frattempo siamo entrati a pieno titolo in Europa. E ora siamo italiani o siamo europei? Se siamo europei, siamo a maggior ragione multietnici.

ps. Grazie per il dibattito uscito in riferimento a un post precedente. Grazie. Capisco meno i commenti alla foto che ritrae le persone di varie origini che giocano per la società calcistica messa su dallo stesso politico che ha dichiarato di non volere una società multietnica. Ma mi rendo conto di non capire molto di calcio.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Società multietnica / 3.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/319

7 Comments

Premesso che non mi interessa per nulla il calcio, non vedevo neppure io una relazione tra la negazione della multietnicità italiana fatta dal presidente del Consiglio e la multietnicità della squadra di calcio il cui padrone è il presidente del Consiglio. I giocatori sono lavorati a contratto temporaneo, e alla fine delle loro prestazioni sono rimandati alla patria di origine; quindi non si mischiano con la pura italica razza.

Nel dibattito molto ideale sui nostri rapporti con gli immigrati, manca una considerazione più concreta: la base elettorale della Lega è composta da piccoli e medi impenditori che vivono del lavoro degli immigrati. Non credo che la Lega non voglia gli immigrati. D'altra parte, la politica che sta portando avanti indebolisce moltissimo il potere contrattuale dei lavoratori immigrati. I clandestini possono essere addirittura trattati come schiavi, perché ormai sono considerati meno di niente dalla nostra società. Dice: ma anche per gli imprenditori che li utilizzano sono previste pene. Hai visto mai. E nel caso, quello si chiama rischio d'impresa. Ma anche i regolari sono appesi all'avere un'occupazione per restare in Italia. E questo li rende estremamente vulnerabili quando si siedono al tavolo delle trattative. Insomma, la "sinistra" rischia di cadere in un dibattito sull'identità che interessa solo a lei, non a quelli che sugli immigrati si stanno arricchendo. Azioni spettacolari come riportare indietro un barcone ha l'effetto di spaventare chi è già qui, più che chi deve ancora arrivare. Imho.

Luca... devo affrettarmi a leggere tutti i post che mi sono sfuggiti del tuo blog. Appena l'ente preposto scoprirà che sei familiarmente multietnico questo blog sarà costretto a chiudere i battenti...

La base elettorale della Lega NON E' composta da piccoli e medi imprenditori (fare il 10 per cento nazionale con i piccoli e medi imprenditori mi sembra un "vaste programme"). Almeno andatevi a leggere gli studi. L'ultimo, pubblicato sul Sole, è di una settimana fa.

Gli autonomi non sono le PMI infatti, è una ditta individuale, tipo quella delle pulizie che aveva Lindo e Rosa, gli amanti delle pulizie. Quelli hanno votato alla Lega, moltiplicali per gli operai impauriti e allo stesso tempo allibiti del suo piccolo capo. Molti onesti che pagano le tasse e non sanno che il governo, al lordo di qualche posto in enti strumentali, non ne toglierà neanche una. Però sono quelli che si sentono legittimati a evadere, non eludere, che non sanno neanche che si può fare per legge. Gli avvocati votano quasi tutti per l'american gigolo. Gli italiani non solo sono multietnici senza saperlo, ma addirittura non sono neanche italiani se non fosse stato per la televisione, sottoscrivo. Quella è stata l'alfabetizzazione. Quindi la missione torna in seno alla mamma Rai.
Non vedo l'ora, ne usciranno delle belle.

Emanuele: Lega uguale evasori. E assassini !!!! Viva gli operai, no, abbasso.
Gli talianoi nn esistono, viva la RAI, no abbasso. Il governo non toglie le tasse, vva le tasse, no abbasso. I miei complimenti (sul serio): sei riuscito a compendiare la linea del PD su quasi tutto.

Non la prendere troppo sul personale suvvia! Complimenti per la sintesi semantica à la Hjelmslev. Questo è strutturalismo.
Quando riprendi i dati del Sole, leggili bene, non è che se l'analisi non prevede la categoria PMI, ne deduci che sono il 10% degli Autonomi.
Mi accolli la difesa d'ufficio del PD, facciamo una cosa, ti lascio seviziare Fassino, voglio Calderoli però.

Leave a comment

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on May 11, 2009 2:03 PM.

Società multietnica / 2 was the previous entry in this blog.

Link: giornali a pagamento is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

Links

RSS AddThis Feed Button
  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...